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Stando a quello che ci dicono gli studiosi della
nostra lingua, il vocabolo "straniero", fin dalle origini, portava
con sé significati ostili: non solo indicava l’estraneo, ma perfino colui
"che faceva soffrire gli altri". Per essere accettato, lo straniero
deve mostrarsi simile a noi, integrarsi, accettare le regole del nostro
gioco, perdere la sua estraneità. In caso contrario, se non è abbastanza forte
da imporre a noi di assimilarci a lui, non sarà dei nostri, e nei suoi
confronti non mancherà la diffidenza sen addirittura l’ostilità.
Un uomo di pace rifiuta questa logica, non crede che in questo mondo vi siano
stranieri, ma solo esseri umani estraniati da pregiudizi e ingiustizie
vecchie e nuove. Egli va allora incontro allo straniero, lo accoglie affinché
ci si possa reciprocamente conoscere.
Per far questo, l’uomo di pace non può appartenere a nessun gruppo, ad alcun
partito o lobby, ad alcuna ideologia. Per essere credibile, innanzitutto a se
stesso, deve rischiare di essere considerato egli stesso uno straniero, un
pericoloso estraneo, un inaffidabile. Potrà avere solo provvisori compagni di
strada ed essere egli stesso un compagno di cammino per qualcuno. Ma non
appena qualcuno tenterà di inquadrarlo nei propri ranghi, strumentalizzarlo
per i propri fini, farne un fiore all’occhiello della propria giacca, l’uomo
di pace si sottrarrà, e proseguirà per la propria strada rischiando la
solitudine e l’oblio.
Così è stato per Aldo Capitini, così è stato per innumerevoli donne e uomini
ignoti o famosi che hanno fatto la difficile scelta di stare al fianco dei
più poveri evitando, per quanto possibile, di colludere con chi quella povertà ha causato. Così è stato per Danilo
Dolci, al quale spesso non si è perdonato di aver tenuto sempre ben distinti
gli esseri umani concreti ai quali ha dedicato la sua vita e con i quali ha
lottato da nonviolento qual era, da coloro che avevano la pretesa di
rappresentarli senza frequentarli.
Danilo Dolci ha conosciuto, anche sulla sua pelle, la violenza di individui e
istituzioni e da queste esperienze ha tratto la conclusione meno ovvia e più
difficile: la risposta nonviolenta, digiuno, scioperi alla rovescia,
obiezione, denuncia, testimonianza coraggiosa ovunque.
Negli ultimi anni non si sentiva molto più parlare di lui. Capita a chi non
appartiene a gruppi dominanti di finire dimenticati o rimossi. Ma continuava
a lavorare insieme a vecchi e nuovi compagni di strada, sui temi preferiti,
l’agire comunicativo, l’educazione ispirata all’attivismo pedagogico, i
laboratori maieutici, in cui ciascuno aiuti gli altri a nascere, agendo nel
proprio ambiente per liberarlo da oppressione, ignoranza, paura, attraverso
la ricerca continua.
Conosco alcuni degli amici e allievi di Dolci e ho fiducia che il suo
insegnamento non verrà dimenticato. Se lo augurano, almeno lo spero, tutti
coloro che credono in un mondo più pacifico perché più giusto.
Da "Avvenire" del 31/12/97
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