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Danilo Dolci , uomo magnetico,
poliedrico, ha esplorato i nessi tra educazione, creatività e sviluppo non
violento dell’individuo.
Durante la sua esistenza ha avuto ogni tipo di esperienza: ha subito minacce,
arresti, un sequestro, diverse condanne (tutto ciò sempre in nome della pace)
ma, soprattutto, ha diffuso valori umanitari, culturali, valori rivoluzionari
non violenti all’interno di attività svolte nel settore della pace e
dell’educazione.
Pace che egli identificava con l’azione rivoluzionaria non violenta e vista
come riflesso di problemi risolti. Problema, asseriva il Nostro, significa
‘proposta’: chi litiga, chi fa una guerra è di solito un nevrotico, la
persona sana cerca di capire quale sia il problema; quando si fanno guerre
vuol dire che non si conosce la situazione da affrontare: per tale motivo la
pace viene ad essere riflesso dei problemi risolti.
La violenza fa sì che non si riesca a comunicare, che non si creino le
condizioni per cui tutti si possa collaborare a vivere.
Inoltre Dolci sosteneva che tutto ciò che avviene nell’organismo è
comunicazione, dunque un rapporto non violento. Quanto avviene in un
organismo sano è essenzialmente non violento: ad esempio non è possibile
prendere un bambino per il collo e tirarlo perché lo si vuol far crescere
subito, non si possono non rispettare i tempi di maturazione di una pianta.
Il rispetto dei tempi di maturazione, un concetto insito nella non-violenza è
un concetto di rispetto per la vita.
La non-violenza può essere esercitata anche quando ci sono dei conflitti, è
proprio in questi casi che si rende più necessaria. Bisogna insegnare agli
alunni che, quando c’è un conflitto, occorre porsi dal punto di vista
dell’esperienza dell’altro e riuscire ad avere quest’ultimo come
collaboratore. (Esempio: se A e B esistono, non sono mai uguali, anche se
sono gemelli, e sicuramente hanno punti di vista diversi; è importante che
sia A che B possano riuscire a porsi dal punto di vista dell’altro attraverso
una relazione di empatia).
L’azione nonviolenta cerca di risolvere integralmente i conflitti cercando di
intervenire in maniera omnidirezionale.
Ma instaurare un rapporto nonviolento significa imparare a comunicare nel
senso più ampio della parola: questo processo è innato o deve essere appreso?
Non violenti si nasce o si diventa?
Attraverso la comunicazione si impara ad essere non violenti e la
comunicazione nasce quando il bambino è ancora embrione; il rapporto tra
madre ed embrione e bidirezionale come lo è ogni tipo di rapporto vivo, cioè
un rapporto di comunicazione vero e proprio.
Quando il bambino nasce avviene un’interruzione, in un certo senso, della
comunicazione; mentre il respiro, il cuore, sono programmati geneticamente
dal cervello, e avvengono indipendentemente dalla nostra volontà, la capacità
di comunicare con gli altri è una necessità, ma non è innata e deve essere
appresa.
Dopo la nascita vi è un periodo molto delicato, nel quale i genitori devono
riuscire a diventare educatori in modo tale che il bambino impari a
comunicare con le altre creature. Se questo viene a mancare il bambino
crescerà fisicamente, ma resterà fermo dal punto di vista psicologico e
sociale.
Copyright © 2000 . dott.sa Elisabetta Biggio
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