Danilo
Dolci
sul filo della memoria (Stralci)
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L'eredità delle lotte
contadine Non è facile scrivere
su Danilo Dolci ora che la sua figura e la sua opera sono consegnate per
sempre al vaglio della storia. Ebbi ad azzardare una volta. Avevo vent'anni
ed ero preso da questa presenza fuori dall'ordinario tra la gente della
Sicilia occidentale. Mi ero imbattuto, per una sorte incredibile in una
realtà quale quella di Partinico in quegli anni, in un personaggio che di
siciliano non aveva nulla e che tuttavia, dal suo mondo apparentemente
lontano, era straordinariamente proteso a capire, a trasformare la sua
intelligenza delle cose in fatti, azioni concrete. Non capitava tutti i
giorni e pertanto quest'uomo mi appariva come una figura inusuale per le
battaglie che aveva saputo provocare, per l'imponenza della sua figura, per i
modi con cui sapeva correlarsi a ciascuno di noi, intuendone le potenzialità,
la disponibilità a seguirlo. Ma allora la voglia di fare era stata
soverchiata dal bisogno di lavorare, di seguire un personale destino. * *
* Sul finire del 1968
feci le valige e me ne andai in Piemonte a cercare lavoro. E qui, tra
Verbania e Stresa, al rientro dalla scuola, mi ero dato dei tempi di
riflessione sulla Sicilia, i suoi uomini e i suoi misteri. Sentivo tale
bisogno come una sorta di dovere etico e confesso che Danilo era quasi sempre
al centro dei miei pensieri. Perciò anche se a distanza di duemila chilometri,
non potevamo fare a meno, talvolta, di comunicare. Ero stato ed ero un suo
collaboratore volontario, avevo creduto nella sua azione e volevo dare a
questa un mio contributo tangibile. Pertanto non percepivo una lira dal
Centro Studi per la piena occupazione che lui dirigeva a Partinico, in quel
vecchio edificio ottocentesco di proprietà degli Scalia. Volevo essere
disinteressato e impegnato. Così mi sentivo in qualche modo forte e pago. Con
una carica positiva dentro che mai prima mi era stato dato di avere. Approfittai delle
vacanze di Natale di uno di quei "caldi" inverni che avevano visto,
tra piazza Gramsci e la Rhodiatoce di Verbania Intra, imponenti
manifestazioni operaie, per tornare a Partinico e consegnargli un lavoro
dattiloscritto su di lui. Erano pagine arricchite da un'appendice di incontri
e seminari tenutisi a "Borgo di Dio", il Centro di Trappeto che
egli aveva fondato con i primi aiuti di Elio Vittorini. Lo lesse in un paio
di giorni. Poi mi telefonò e mi fissò un incontro. Andai a trovarlo di
mattina presto, sapendo che egli alle otto era in piedi già da quattro ore.
Aveva l'abitudine dei contadini, di quei braccianti agricoli che se volevano
sopravvivere dovevano alzarsi prima dell'alba per essere poi ingaggiati per
una giornata di lavoro. Aveva imparato da loro e aveva così appreso uno stile
di vita che sin dai primi anni della sua attività a Trappeto prima e a
Partinico dopo, aveva costituito per lui un valore fondamentale, così grande
da plasmare anche il suo carattere. Dunque l'andai a trovare. Mi espresse le sue
impressioni attenendosi, come era solito fare con tutti, ad una scaletta che
evidentemente aveva preparato in precedenza e che alla conclusione
dell'incontro mi diede. Aveva annotato, tra l'altro: "il treno
pigro", "bello: la rivoluzione è un punto di arrivo",
"non mi piace dolciano, meglio 'di Danilo' ", "prime opere di
Dolci: autoanalisi contadine", "parlare: non ho mai parlato: è
venuto fuori", "invenzione locale", "Gli schemi del
sistema clintelare-mafioso e del sistema democratico". Credo che avesse
avuto la pazienza di leggere tutto quel testo perché le annotazioni erano
puntualmente riferite alle pagine e in cima portavano questo giudizio finale:
"è saggio, è fondo, è scritto bene: penso sarà utile". Ne fui lusingato tanto
più che mi consegnò il diario di bordo che egli aveva compilato per le sue
visite nei Centri educativi più avanzati degli Stati Uniti, con un contributo
della Ford Foundation e dell'Institute of International Education, senza i
quali quegli "studi-incontro" non avrebbero potuto realizzarsi.
Cito tra quelli che mi sono rimasti in memoria: l'East Harlen Bloch Schools
di New York, il The Esploratorium di San Francisco, l'East Central Committee
for Opportunity di Mayfield e parecchi altri. Questi appunti, molto sintetici
e puntuali, costituiscono l'allegato terzo di quel mio testo dattiloscritto
che l'editore Celebes di Trapani volle coraggiosamente pubblicare nel 1974. Ma in quell'occasione
Danilo fece di più. Mi fissò un altro incontro al quale ne seguirono
parecchi, fino a quando un bel giorno, tra il 1970 e il 1971 non si mise mano
all'idea, auspice anche Franco Alasia, di costruire un Centro educativo a
Mirto, una contrada tra Borgetto e Partinico. In una delle solite scalette
che conservo, leggo: 1-Per il tuo programma
consiglierei di precisare (bozza da discutere): le date degli
incontri; i soggetti specifici; ti pregherei di
includere la discussione di: "Chissà se i
pesci piangono"; "Inventare il
futuro"; "Conversazioni"; il tuo libro; altri libri che
consideri essenziali (in modo che ciascuno legga, rifletta, approfondisca,
discuta, si sviluppi); lasciando anche
argomenti a scelta. * *
* Era fatto così: aveva
in mente per gli altri centomila risorse e potenzialità e confondeva il piano
del sogno e del desiderio con quello della realtà. Certamente sopravvalutava
gli altri, pensava di spingerli fino al punto in cui egli era arrivato,
proiettava su di loro tutto lo spazio del suo immaginario creativo, ma non
coglieva il dato che tale proiezione era o rischiava di essere totalizzante,
nel senso che poteva condurre gli altri, consapevoli o no, a essere soggetti
catturati, presi dal suo sogno. A distanza di tempo mi
rendo conto che questa caratteristica del comportamento di Danilo fu al
contempo il suo principale merito e il suo limite. Fu un merito perché servì
a definire la sua massima: "Ciascuno cresce solo se sognato", fu un
limite perché il piano della realtà e dei bisogni non sempre coincide con
quello delle proprie percezioni e aspirazioni. Sono diversi i ritmi, le
culture, i processi biologici, le dimensioni della storia dei singoli o dei
gruppi sociali ai quali essi appartengono. Ma Danilo, pur rispettoso di tale
divaricazione, non l'accettò mai. In questo fu molto
hegeliano. Ritenne che fossero le idee a muovere la storia. Solo che nella
sua biblioteca, ricca ed essenziale, Hegel non trovò mai posto, tranne che
con la sua Fenomenologia dello Spirito. Tra i suoi grandi maestri citava:
Cristo e Lenin, Gandhi e Capitini, San Francesco e don Zeno Saltini. Diceva
sempre: "Le cose fondamentali della vita, quelle per cui vale veramente
la pena vivere, sono racchiuse in pochi valori essenziali". Citava don
Zeno che ripeteva sempre pochissime frasi del Vangelo. L'attività di questo
prete straordinario a Nomadelfia aveva costituito per lui la prima esperienza
rilevante, a contatto con un mondo cattolico autentico, ricco, perché fondato
sullo scambio, sul rifiuto del denaro come valore, sull'accettazione della
solidarietà. Credo che questo prete abbia fondato la sua convinzione della
povertà come valore ineludibile, dando forma alla sua analisi del solidarismo
come fondamento dello sviluppo. E, in effetti, Danilo fu sempre povero, non
disdegnò mai di esserlo. Eppure investì miliardi
per costruire il Centro di Trappeto, destinato alla formazione dei
formatori, come oggi si usa dire, e il Centro Educativo di Mirto,
destinato all'educazione dei più piccoli. Si erano formati nel mondo
veri e propri trust per sostenerlo, ed egli si dedicava a tempo pieno
a quest'opera fruttuosa che metteva a contatto con la realtà locale
intellettuali come Paulo Freire, Otto Klineberg, Joahn
Galtung, Lucio Lombardo Radice, politici come Ferruccio Parri,
giuristi come Piero Calamandrei, avvocati di grido come Fausto Tarsitano,
artisti come Ernesto Treccani ed Ettore
De Conciliis, economisti come Paolo Silos Labini, architetti come
Bruno Zevi, psicologi e medici come Gastone Canziani, allievo di Alfred
Adler. Si incontravano con la gente del luogo, tutti attorno a un
tavolo circolare enorme per discutere assieme come gli uomini e le
cose potessero essere diversi. Ricordo ancora Albino Bernardini, Italo
Calvino, Emma Castelnuovo, gli architetti Polo di Milano, alle prese
questi ultimi t Del resto al 'Borgo' e
al Centro Studi di Partinico era in atto una sperimentazione con gli allievi
più disagiati che durava da anni e costituiva già dal 1962 un campo di
battaglia di Danilo contro la dispersione scolastica. Si fondava su un
progetto di ricerca-azione ante litteram curato da Marcella e Marco
Marchioni, con la consulenza metodologica di Eyvind Hytten. A quegli anni si
riferiscono le ricerche di Paola Barbera sui Problemi di Roccamena dal punto
di vista scolastico, l'attività di studio e ricerca dello stesso Hytten e di
Annette Lawrence su vari aspetti della realtà sociale di Partinico, ad
esempio su Autoritarismo e sottomissione nei bambini del doposcuola (poi
pubblicata in 'Scuola e Città', n.7/8 di luglio-agosto 1963), o
sull'integrazione delle norme di comportamento (relazione tra grado di
condivisione delle norme e sanzioni sociali). * *
* Alla ricerca
dell'anima della vita L'impegno di Danilo si
allarga ora da Trappeto a Partinico, Montelepre, e via via a tutta la Sicilia
occidentale, e per molti versi al mondo. Lo schema di sviluppo cronologico
relativo, può essere quello dei cerchi concentrici. Il passaggio è graduale.
Partinico, analogamente a Trappeto, ha una condizione sociale paurosa. Due
quartieri sono i più degradati: quello della via Madonna, e quello di 'Spine
Sante'. Nel primo la risposta al degrado cronico era stato - e in parte
continuava ad essere - il banditismo, nel secondo la follia. Scriveva in
quegli anni Germana Fizzotti, alla quale Danilo si era rivolto per riceverne
aiuto: Nel quartiere Spine
Sante, su 330 famiglie, 300 sono miserrime, 319 senz'acqua in casa, e con una
fontanella pubblica che funziona solo 4 ore al giorno, per cui le donne
devono fare la 'coda' e attendere il turno per attingervi. I due terzi delle
strade - dal fondo di terra metà acciottolato - sono senza fognatura. Fra le
altre malattie quelle mentali si rivelano con una frequenza insolita. [...] A Spine Sante la
risposta all'offesa del mondo non è il banditismo, ma più debole e
straziante, la malattia e la follia. Le strade sono anche qui, polverose e
sporche, ma nella sporcizia non ci sono residui di cibo, né bucce d'arance,
né foglie, né torsi di cavolo, né scatole, né ossa: i cani magri annusano con
aria delusa. In poche case vivono diciassette malati di mente dichiarati, e
chissà quanti altri meno evidenti e clamorosi. Davanti a una porta, con le
braccia penzoloni, stava una giovane col viso asciutto e gli occhi spenti,
tranquilla ora, ma, ci dissero i vicini, quando è assalita dalla fame è
invasa dalla furia. Entrammo in un'altra casa dove vedemmo un uomo chiuso in
una gabbia. La piccola stanza dove viveva tutta la famiglia era stata divisa
dalle sbarre di ferro come quelle degli animali feroci, e nella gabbia
camminava avanti e indietro un giovane dal viso bestiale, dai neri occhi
terribili. Nella casa vicina il capo della famiglia stava in letto, senza
muoversi da mesi, chiuso al mondo, In questo percorso si
possono individuare alcuni caratteri inconfondibili, precisi: a)l'analisi delle
risorse per lo sviluppo; b)la necessità di
collegare gli elementi strutturali dell'economia con i processi educativi, in
senso lato; c) l'organizzazione
sul territorio dei gruppi di intervento. E' un periodo cruciale
la cui sintesi può essere ricondotta al titolo di un articolo che Danilo
pubblicò sul Tempo illustrato, il 29 marzo 1956, in cui troviamo la
spiegazione di tutta la sua esperienza fino a quel momento. L'articolo si
intitolava: Volevo scoprire l'anima della vita. In quest'anno lo 'sciopero
alla rovescia' sulla 'trazzera vecchia' fa parlare tutti i giornali
nazionali. Si rivendica il diritto costituzionale al lavoro. Arriva la
polizia e Danilo, con i dirigenti sindacali del luogo (Salvatore Termini,
Francesco Abbate e altri) finisce in galera. Qui incontra dei banditi,
raccoglie le loro storie, ascolta i loro racconti sulla violenze subite dalla
polizia. C'è un'osmosi continua tra il micro e il macro. Nel luglio del 1963 si
tiene a Stavanger, in Norvegia, il Congresso dell'Internazionale dei
resistenti alla guerra, e Danilo, che nel 1956 aveva conseguito il premio
Lenin per la pace, vi partecipa con una relazione pubblicata poi, in versione
integrale, in una antologia curata da Erich Fromm, suo amico. E' un punto
alto della ricca attività di Danilo e segna forse una svolta verso una
prospettiva che enuclea il lavoro futuro nello stesso tempo in cui il livello
della riflessione è ormai sulle grandi questioni che riguardano gli uomini su
scala planetaria: Ogni individuo è come
un radar-calcolatore, messo sempre più a punto negli incontri-scontri del
lavoro e della vita quotidiana, capace di captare milioni di impressioni e di
dati, capace di raccoglierli ed elaborarli spesso con notevole esattezza:
l'uomo, che non ha in sé il metro della verità assoluta, il metro per
misurare quali particolari bisogni sono, o dovrebbero essere, legittimi e
validi, ha però la possibilità di aprirsi, osservare, analizzare, ordinare,
ricordare, confrontare, commisurare, connettere, bilanciare, verificare,
sintetizzare, intuire, ipotizzare; ed ha disponibile già in sé tutto un complesso
processo attraverso il quale può pervenire a scelte determinanti per lo
sviluppo futuro suo e degli altri. L'uomo non ha in sé il
metro definitivo della verità, ma ha la possibilità di conoscere sempre
meglio se stesso 'dal di dentro e dal di fuori'. Rilevante possibilità, se
consideriamo che ogni individuo, ogni fenomeno individuale, è correlato a
tutto il resto; in modo più sensibile a quanto gli è vicino, meno a quanto
gli è più lontano nello spazio e nel tempo. [...] Quanto più cerco
di approfondire e allargare la mia visione, rifletto, decanto l'insieme delle
mie esperienze di lavoro e di vita, le relative interpretazioni, tanto più
pervengo a dei principi validi e tanto più validi fini mi propongo, tanto più
valide strategie ipotizzo. Ad alcuni principi
morali (poche pagine permettono più l'esposizione di un credo che la
dimostrazione della sua fondatezza) l'uomo nuovo non potrà non pervenire. A
questi, per esempio: - la vita deve essere
di tutti; - ciascuno deve potere
essere vivo nel miglior modo; - più si capisce la
natura dei mali e meglio si è in condizione di guarirli; - ciascuno vede da un
punto di vista; - un presupposto di
una sana umanità è riconoscere la sua necessaria unità. Credo che tra non
molto tempo questi principi saranno acquisiti per evidenza dagli uomini, e
non solo in questa così generica formulazione. Anche in questo campo penso
valga il processo della intuizione verificabile dalla razionalità e dalla
pratica, come accade dalla progettazione architettonica, dalla scienza delle
costruzioni alla fisica teorica. Senza un vivo rapporto
coi principi, senza tensioni, fini, ideali, sufficientemente vasti, i nostri
interessi appassiscono, si rinchiudono, e tutta la nostra vita immiserisce. E
tanto necessario per gli uomini è avere tesi i propri interessi che, se non
ne hanno, ne inventano dei surrogati. * *
* Sono gli anni di:
Verso un mondo nuovo (Torino, Einaudi, 1964), Chi gioca solo (Torino,
Einaudi, 1967), Inventare il futuro (Bari, Laterza, 1968), ai quali dovevano
seguire quelli delle sue grandi liriche. Aveva nei confronti dei suoi libri
di poesie un comportamento diverso rispetto ai suoi scritti di sociologia, o
di altra natura: li rileggeva appena pubblicati, e non trovandole di suo
gradimento, le cancellava, le integrava, ne incollava le pagine, o,
addirittura, le strappava. Sorte che toccò al Limone lunare, che egli aveva
scritto 'per la radio dei poveri cristi'. E' pieno di correzioni fatte di suo
pugno. Stava preparando il Poema umano e rileggendo quelle poesie, le aveva
rivisitate tutte, intervenendo estesamente con colla e forbici. Aprendo a
caso quel testo originale che egli volle donarmi, certamente perché Josè
Martinetti, la sua 'provvida segretaria', lo aveva già battuto a macchina per
consegnarlo al nuovo editore, leggo: Puoi, in un giorno scoprire un nuovo
punto di prospettiva; puoi scoprire,
cercando [per un giorno], quanto non hai appreso
in una vita: dentro di te, o in
quanto pare fuori - non arrivi soltanto alla
tua pelle. |