Per una poetica del concreto:
"Con il cuore fermo, Sicilia"
(Film-documento di Gianfranco Mingozzi)
di Francesca Esposito
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L’incisione della realtà "Sono un documentarista (cioè, come dice la parola,
uno che documenta la realtà) e un regista (cioè uno che dirige e inventa
e ricostruisce la realtà). Il problema principale per me è come conciliare
nella mia opera di cineasta (cioè di uno che adopera il cinema come
mezzo di conoscenza ed espressione) questi aspetti che convivono in
me allo stesso livello, imprescindibili e pressanti, due facce della
stessa persona e dello stesso lavoro". Mingozzi dichiara, con
estrema lucidità e chiarezza, il nodo della sua poetica. La doppia
identità artistica che ospita in sé è in realtà solo l’esplicitazione
formale di un istinto che è l’istinto del cineasta. Si
tratta per il regista di confrontarsi con due modi di esprimere il
reale: nel primo caso la necessità risiede nel descrivere la realtà
senza modificarla (per quanto possa essere possibile); nel secondo
caso, il regista crea una sua realtà che non ha la necessità di essere
verificata: si muove, cioè, in uno spazio di visibilità immaginaria. Naturalmente, lo stesso autore è perfettamente consapevole,
per ciò che riguarda il primo caso, del paradosso e dell’impossibilità
di una conoscenza oggettiva assoluta. Cercare di conoscere la realtà,
rileva Mingozzi, è già come mutarla. Il punto di vista di chi guarda
è già strutturato culturalmente e quindi vede e seleziona ciò che
la sua cultura gli permette di vedere e selezionare. Questo inevitabile
impulso trasformativo viene, però, verificato da Mingozzi a due livelli
chiamando in causa i concetti di bene e di male. Secondo
questa ipotesi, la conoscenza trasformativa si muove nel "bene"
quando aiuta a prendere atto e coscienza delle problematiche che si
trovano sul campo, quando l’occhio del regista serve da catalizzatore
per le situazioni; si muove nel "male" quando la realtà
registrata viene destrutturata e resa altro, in una parola: cambiata.
Tradire la realtà da analizzare è, per Mingozzi, quanto di meno professionale
ci possa essere per un documentarista. L’unica necessità che
un documentarista si deve dare è quella di portare ad epifania il
rappresentabile di un dato reale, senza tradirlo: cosa impossibile
ma non inarrivabile (almeno in parte). Mingozzi, elaborando e personalizzando le varie teorie
del documentario (da Dziga Vertov a Grierson, da Flaherty al free-cinema
fino a Rouch, etc…) seleziona molto schematicamente tre linee
di documentazione cinematografica: " 1) pura registrazione visiva
e sonora; 2) registrazione con la partecipazione cosciente dei soggetti
da rappresentare dove la tecnica può restare occhio passivo o stimolo
attivante; 3) ricostruzione di un avvenimento con gli stessi soggetti
e nella stessa realtà." Questa ricostruzione teorica molto semplificata, ma
efficace, è il modo più immediato per descrivere la sua poetica del
concreto. Questi approcci metodologici sono stati utilizzati da Mingozzi
quasi sempre contemporaneamente, nel senso che i suoi documentari
hanno quasi sempre un surplus di materiali che derivano dall’una
o dall’altra linea. Ciò che differenzia un suo lavoro dall’altro
è semplicemente l’organizzazione prioritaria, all’interno
di uno stesso documentario, di queste tre linee di metodo. Il suo
naturale talento etnografico va oltre la descrizione dell’evento.
L’impronta analitica non è subordinata al racconto: l’analisi
prende forma grazie al racconto stesso. "L’importante è non tradire la realtà e
non tradire se stessi. In questo senso credo di poter dire di non
avere mai fatto documentari solo etnologici, perché l’evento,
la persona, il problema rappresentava sempre me stesso".
E’ questa forse una delle peculiarità del Mingozzi documentarista.
La sua persona è sempre completamente presa e rapita da ciò che sta
filmando: c’è coinvolgimento strutturale ma non emotivo. L’emozione,
se c’è, è solo secondo l’etimo (fr. émotion, da
émouvoir ‘mettere in moto, eccitare’; dal lat.
parl. exmov re ‘muover via’): Mingozzi si muove
verso l’oggetto da descrivere, senza alcuna tentazione trasfigurativa,
e senza la retorica tipica di chi antepone lo stile alla realtà. Problemi di produzione La storia di questo documentario può essere considerata
esemplare rispetto ai modi operativi del sistema produttivo. Ci sono
tutti gli elementi per delineare, certamente non in maniera esaustiva,
gli strani meccanismi che portano alla produzione di un film documentario.
L’origine dell’idea risiede in un progetto
sviluppato insieme a Cesare Zavattini. Avrebbero dovuto realizzare
un film documentario: La Violenza. Il soggetto del film prevedeva
un’inchiesta serrata su una Sicilia vista dagli occhi di un
testimone esterno. La persona più adatta a coprire quest’esigenza
era Danilo Dolci. La sua esperienza di lavoro di trasformazione sociale
di un paesino di pescatori vicino a Partinico (Pa) aveva tutte le
caratteristiche per confortare l’idea di una visione esterna:
ovvero non co-implicata, non annebbiata dal sentimento di appartenenza,
non forgiata su una formazione culturale omogenea ai luoghi; ma non
per questo la visione era meno partecipata. Danilo Dolci si
era infatti trasferito in Sicilia nel 1952 a Trappeto, paesino in
cui innesca un meccanismo, assolutamente nuovo per i luoghi, di lotta
non violenta. La popolazione aveva creduto in lui da subito per via
della sua capacità di essere credibile come estraneo. Sin dall’inizio,
aveva fatto qualsiasi mestiere e la sera organizzava le sue famose
"conversazioni", vere e proprie sedute di presa di coscienza
dei problemi oggettivi della popolazione. Da queste sedute erano nate
varie manifestazione di ribellione pacifica: il digiuno fatto sul
letto dove era morto di fame un bambino, il digiuno di mille pescatori
sulla spiaggia a Trappeto, lo sciopero "ribaltato" nel suo
contrario: gli abitanti, disoccupati e non, lavorarono per giorni
a spietrare una "trazzera", piccolissima stradina di transito,
con impegno e convinzione. E poi cominciò a denunciare la mafia e
le sue collusioni col potere. Dolci arrivò così alla ribalta della
nazione e subì vari processi. Si formarono comitati di solidarietà
nei suoi confronti a cui parteciparono anche intellettuali come Moravia,
Pratolini, Sereni, Carlo Bo, Fellini, Sartre. Alcuni di questi, Vittorini
e Carlo Levi, vennero addirittura chiamati a testimoniare in un processo
del 1956 divenuto famoso anche perché pubblicato da Einaudi con il
titolo: Processo all’articolo 4. Danilo Dolci era dunque, quasi naturalmente, l’ideale
testimone per raccontare la Sicilia di quegli anni. Il produttore trovato da Zavattini era uno dei più
importanti: De Laurentiis. Dopo qualche mese di riprese, difficili
da realizzare (per via dello stremato stato sociale di allora in Sicilia
e anche per il diffuso problema dell’omertà) ma straordinarie
per l’importanza documentativa, De Laurentiis ferma la produzione
senza un motivo valido. Il problema è che Mingozzi stava toccando,
per la prima volta in Italia, problemi scottanti che fino ad allora
erano stati raccontati letterariamente o con film di fiction. Probabilmente,
come lo stesso Mingozzi ha sottolineato in varie occasioni, il produttore,
impegnato nella produzione de La Bibbia, ebbe delle
pressioni o comunque pensò che questo documentario potesse nuocere
al suo lavoro. Era un atteggiamento, questo, considerabile come una
cartina al tornasole di un più diffuso atteggiamento politico. Mingozzi aveva filmato e intervistato politici (Minichini
Farrias, Pio La Torre), intellettuali (Buttitta, Mauro di Mauro) e
la gente comune, comprese le famiglie delle vittime di mafia che per
la prima volta avevano dato una testimonianza cruda e diretta dei
fatti e dei moventi dei delitti. Era, insomma, una sorta di pugno
allo stomaco per chi non voleva che si parlasse di mafia. Molti pensavano
e dicevano che la mafia era un’invenzione letteraria appartenente
alla categoria del folklore locale. La denuncia del documentario era
talmente forte che De Laurentiis decise di sospendere i finanziamenti. Mingozzi non si fermò, e dopo molte richieste di spiegazioni
(inevase), si auto-tassò per continuare le sue ricerche sul campo.
Il film La Violenza rimase incompiuto e si trasformò in qualcosa
di diverso ma molto affine all’idea di una descrizione ferma
e realistica della "Sicilia dei problemi". La storia di
questo film non realizzato è raccontata dallo stesso Mingozzi in una
sorta di meta-documentario, La Terra dell’Uomo (1963-1988),
che la Rai gli affidò per continuare, dopo vent’anni, la sua
ricerca (documentario purtroppo mai trasmesso). Nella prima parte
di questo documentario, Come muore un film, si cerca di capire
il perché di una vicenda produttiva così sfortunata, ed emergono a
tratti verità parziali e piccole omertà da parte dei protagonisti:
"…mi ricordo vagamente, no…così…non mi ricordo
per la verità…", recita lo stesso De Laurentiis interrogato
sulla vicenda. Una storia piuttosto oscura che dovrebbe farci riflettere
sulle condizioni di chi vorrebbe operare, con lo strumento del documentario,
e invece viene fermato non appena tocca temi e problemi che possono
intaccare il potere e i suoi gestori. Mingozzi, a cui non manca uno spirito d’iniziativa
forte dovuto all’amore per il mestiere che esercita, decise
di ricavare dal materiale non ancora sequestrato (De Laurentiis fece
fallire la casa di produzione creata apposta per il film…) un
film intitolato Con il cuore fermo, Sicilia. Chiese il testo
del commento a Leonardo Sciascia e decise poi di presentarlo al Festival
del Cinema di Venezia: il successo fu strepitoso e il film vinse il
Leone D’Oro. Sinossi Il film si apre con la partenza degli emigranti che,
da Messina, prendono il treno verso il nord; queste immagini sono
commentate da dati sulla povertà di queste persone (reddito pro capite…etc.).
Immagini della Sicilia turistica sono contrappuntate da altre della
Sicilia non ufficiale. Successivamente viene analizzata la condizione dei
vari lavoratori: i contadini (con panoramiche della terra arsa e desolata),
gli operai delle miniere che lavorano nudi. Poi entra in campo l’argomento più scottante:
la mafia. E in questa sezione vediamo un corpo riverso di un bambino
ucciso, i carabinieri, la disperazione delle donne, scene di un comizio
antimafia. Le scene susseguenti riprendono la figura di Danilo
Dolci durante il suo sciopero della fame, e nella protesta collettiva,
con gli abitanti di Roccamena, per la costruzione della diga sul Bruca. Altre modalità di esperienza mafiosa: Palermo, dove
si realizzano tutti gli accordi illegali. Scene di delitti e funerali.
Un giovane che porta a spalla una cassa da morto è in seguito filmato
come vittima. Vengono forniti dati sull’antimafia e si vedono
camionette piene di agenti in borghese che setacciano un quartiere.
Il cellulare gira per le strade di Palermo e poi entra nel carcere
dell’Ucciardone. Il documentario si conclude con una sequenza nel cortile
Cascino in uno dei più poveri quartieri palermitani, dove bambini
scalzi e sporchi scappano davanti alla macchina da presa. L’inquadratura
finale riguarda un bambino sul letto col volto pieno di mosche. Poema civico Il soggetto nasce nel 1962 e Zavattini gli dà un’impronta
letteraria. Il primo ostacolo allo sviluppo della Sicilia, scrive
Zavattini, è la violenza, ed individua in Danilo Dolci il personaggio
più sintonizzato con tale idea. Violenza come deterrente per le possibili
rivolte dei poveri e come collante sociale che produce omertà.
Una macchina di potere perfetta e in grado di autogenerarsi. Mingozzi
doveva trovare le immagini congrue per verificare quest’ipotesi.
Cosa alquanto complicata da un punto di vista logistico e dalla collaborazione
che la popolazione poteva dare: ma il risultato andò oltre le aspettative.
Zavattini aveva avuto ragione a cercare un materiale visivo "dal
di dentro", intendendo con ciò la necessaria collaborazione dei
protagonisti. Sulla base di quest’impostazione il progetto
viene elaborato coinvolgendo lo stesso Dolci, che si preoccupa della
pertinenza dell’aspetto formale nei confronti dell’aspetto
contenutistico: "Se il film vuol tentar di rappresentare, col
suo linguaggio proprio, il condensato della nostra esperienza, è necessario
che questa si esprima in modo preciso. Certi contenuti sono per noi
fondamentali e se, o dove, il linguaggio o il discorso filmico non
riescono a manifestarli, non indulgerei ad affidarli alla mia voce
nel sonoro, a costo di arrivare a forme esplicitamente didattiche…".
Dolci cercava di utilizzare questa possibilità come modo per far prendere
coscienza dei gravi problemi di povertà e di mafia in Sicilia. L’aspetto
per lui preponderante era solo questo, e lo perseguiva con grande
convinzione. Il linguaggio cinematografico doveva cercare di rendere
evidenti e inequivocabili tutti i problemi sollevati. Mingozzi, in questo senso era il più adatto a soddisfare
quest’esigenza di aderenza alla realtà, nell’intento di
non spettacolarizzare la tragedia. Il film infatti muove dal problema dell’emigrazione
sollevando con le immagini il tema del distacco dagli affetti. Le
riprese sono essenziali, composte, e non lasciano nulla alla debordante
emotività gestuale con cui vengono additati i siciliani. La macchina
da presa indugia su quei volti scavati dalla sofferenza e dalla fame,
ma senza togliere dignità. Gli abbracci e i saluti alla stazione di
Messina sono come sospesi in un’area di sconforto costruttivo,
di ineludibilità della scelta. Il taglio fisico con la terra di origine
è un modo per continuare a sperare di poterci tornare: "Così
lo Stretto di Messina non è solo lo spartiacque tra il continente
e un’isola, ma la linea che taglia le speranze, i desideri dell’assenza,
la sottomissione, la miseria, tutti i problemi di un mondo che deve
essere guardato con occhio lucido e cuore fermo, pubblicamente, con
coraggio per affrontarli e risolverli". Il testo di Sciascia
non lascia spazio alla retorica della diaspora necessaria, ma punta
il dito sulla voglia di eliminare alla radice i problemi. Il lasciare
l’isola non vuol dire scappare, ma acquisire gli strumenti per
poter modificare il modificabile: è un intervento indiretto, ma non
meno efficace. L’emigrazione viene così vissuta come sinonimo
si emancipazione dalla violenza dei proprietari terrieri e della politica
che li sosteneva. E sulla povertà dei contadini viene impostata la parte
successiva dedicata alla descrizione visiva della terra e delle sue
caratteristiche. Le panoramiche sulla terra arida, asciutta, e per
questo ostile, si dipanano come una specie di atlante dello sconforto
e della pietà. Le grandi pianure assetate d’acqua e i crinali
inquietanti delle colline diventano il correlativo oggettivo della
miseria. La condizione di queste genti era al di sotto di ogni possibile
immaginazione. Ha ragione Goffredo Fofi a parlare di poema civico:
"Il film è diviso in tre parti: la terra, la zolfara, la mafia.
L’inchiesta cinematografica trova forse con questo film la sua
espressione più matura, rifiutando le facilità e le assenze del cinema-verità,
come le esagerazioni spettacolari alla moda in Italia. Interviste,
commento, foto fisse (una insostenibile sequenza di morti di mafia)
sono integrati da Mingozzi in un’opera che è più di un documentario
di denuncia, malgrado la sua forza in questo campo: una riflessione
di un "cuore fermo", un poema civico…". L’espressione
è perfettamente calzante e descrive in modo adeguato il nodo tematico
di tutto il film. Ogni elemento dell’inquadratura è protagonista
di uno scacco: dall’uomo che lavora la terra all’aratro,
da una bestia a un chiodo. Lo scacco è quello della sorte, che mette
in gioco le vite come in una disperata corsa verso l’immobilità.
Condizione ultima di una deprivazione violenta della dignità. La scelta,
la selezione di Mingozzi è di grande impatto anche fisico,
e coinvolge senza nulla concedere ai pietismi di riporto e alle strategie
della commiserazione. E tutto questo viene supportato dal testo di
Sciascia, straordinario nella semplice constatazione lucida e ferma
della realtà. L’idea, certo letteraria ma fondata, dell’origine
della civiltà siciliana come incontro tra oriente e occidente è messa
in secondo piano (ma non in ombra). Emerge il dato dell’abbandono
dei campi che non danno reddito e dell’inadeguatezza della riforma
agraria: "…che è stata più una fantasia burocratica e demagogica
che una sostanziale trasformazione, non è riuscita a creare neanche
una premessa di un più umano rapporto tra il contadino e la terra".
Lo zoom è dunque puntato sulla desolazione e sulla delusione, che
confluiscono direttamente nella disillusione: "Dentro questo
paesaggio l’uomo è veramente solo e di sé ha coscienza soltanto
nel gioco astratto e feroce dell’amor proprio". Gioco astratto
e inevitabile, crudele e purtroppo reale. E in quest’oscillazione
tra astrazione e realtà che si è consumata gran parte della tragedia
umana della Sicilia e dei suoi abitanti. Il rapporto di amore-odio
che ogni siciliano ha con la sua terra è fin troppo evidente, ed è
riscontrabile nei letterati e negli artisti come nei contadini. "Vero
è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia
verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello
zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è una
Sicilia babba, cioè mite, fino a sembrare stupida; un Sicilia
sperta, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della
violenza e della frode". Questa doppia identità porta a quella
che lo stesso Bufalino chiama "eccesso di identità", che
si ripercuote come una scure sulle idee e sui comportamenti. Da qui
nascono i paradossi: dal volere sembrare altro e nel rifiutare le
altre identità. Luce e lutto sono allora due facce dello stesso corpo,
che sfugge da se stesso per andare a prendere le sembianze di un altro
se stesso. Ecco il perché del "materialismo che si rovescia
in accese forme di superstitio e profondamente attinge alla
contemplazione della morte". Le scene sul lavoro massacrante dei minatori nelle
zolfare sono il dispiegamento oggettivo di una forza espressiva che
si rende, oltre che manifesta, partecipe del dolore. Non c’è
alcuna dispersione folcklorica che viene messa in moto: c’è
la nudità della verità senza la cosmesi della confezione, e senza
la seduzione di un naturalismo ingenuo e letale (per una corretta
comprensione dei problemi). Le zolfare, che per molto tempo erano
state una delle poche risorse redditizie (per i proprietari, naturalmente)
andavano chiudendosi, ma il lavoro nelle poche rimaste aperte era
quello disumano di sempre. Mingozzi ha ripreso, per la prima volta,
i lavoratori delle zolfare con perizia e rispetto, e quelle scene
hanno colpito unanimamente la critica e gli spettatori. La macchina
da presa è scesa dentro le miniere a filmare i corpi nudi e sudati
dagli "zolfatari" senza modificare quella gestualità fatta
di pochi movimenti ripetitivi e sfiancanti. La zolfara e i corpi sembravano
fare un unico sistema espressivo: quello della fatica e del dolore.
In un bianco e nero quasi sporco ma preciso, Mingozzi ha registrato
una delle condizioni lavorative più difficili. I minatori sembrano
non fare caso alla presenza dell’obiettivo, anzi sono talmente
assorbiti dal lavoro che si fatica a credere che siano riprese "filmate":
sembra piuttosto che l’occhio di chi le guarda sia lì con loro,
senza mediazione alcuna. "E nella solfara, dalla condizione disumana della
solfara, sorgeva la violenza, così come dalla sterminata solitudine
della campagna". E questa violenza si chiamava "mafia".
Dopo le zolfare inizia il capitolo più controverso
e difficile, ovvero quello sull’identità della mafia, e su come
questa governi il territorio. Danilo Dolci aveva conosciuto bene il
problema. Il suo progetto, e della popolazione di Roccamena, sulla
costruzione della diga trovò moltissimi ostacoli. I problemi erano
dovuti agli interessi della mafia di sfruttare i terreni secondo le
proprie mire speculative: ovvero, comprare a poco (prima che la diga
fosse fatta) e vendere a molto (dopo la costruzione). Il documentario
di Mingozzi testimonia di un’impressionante corteo di tutto
il paese nella vallata che avrebbe dato alla luce la diga. Le immagini,
in campo lunghissimo, sono quasi da esodo e hanno un’andatura
epica. Il lunghissimo serpente umano è la forma visibile di una popolazione
che finalmente si ribella al sopruso e all’ingiustizia. Dolci
era riuscito a fare una marcia non violenta nella terra della violenza.
L’immagine è molto significativa ed è strutturata da Mingozzi
in modo lineare e onnipervasivo: non c’è una sbavatura nelle
inquadrature, e non c’è ombra di elaborazione trasfigurativa.
C’è l’evidenza di una situazione descritta nella sua luce
più chiara. "Mafia. In questo nome, impropriamente, i più
associano la violenza che nasce dall’interesse di persone che,
segretamente associate, tendono ad un illecito arricchimento e danno
a questi interessi una legge che, internamente, tra loro, non va trasgredita
ed esternamente va rispettata (…). Ma che cosa è esattamente
la mafia, quali interessi custodisce, quale incidenza abbia nel gioco
elettorale, quale prezzo chiede ai politici che se ne servono, da
vent’anni uomini coraggiosi lo denunciano sulle piazze della
Sicilia". Quelle stesse piazze furono testimoni degli omicidi
che Mingozzi documenta con lo strumento delle riprese dal vivo e con
le fotografie dell’archivio della polizia. Una bellissima sequenza
costituita dalle riprese di quelle fotografie in chiave cinematografica
ci rende partecipi con un’attenzione che non si smorza. L’organizzazione
ritmica del montaggio rende queste scene, che erano congelate
nel supporto fotografico, molto dinamiche. Ogni espressione di dolore,
di rabbia, e di vendetta sembra uscire dallo schermo con una veemenza
ininterrotta. E’ lunga la sequela di omicidi che Mingozzi ci
presenta, e ciò che ci rimane ben impresso in mente è la narrazione
del dramma, la violenza inevitabile del dramma. La risposta della
polizia è debole e le retate che Mingozzi fa vedere forse non bastano
per debellare la mafia: "Ma basteranno azioni repressive condotte
a livello dei quartieri popolari, basteranno le prigioni, le sbarre,
i processi? Bisogna toccare più vaste, nascoste ed alte responsabilità,
ed al tempo stesso redimere le più basse condizioni". Che è come dire due sono le strade per tentare una
risoluzione del problema: la presa di coscienza che ci sono dei legami
forti tra mafia e politica e l’affrancamento dei poveri dalla
miseria. Sciascia aveva già allora capito perfettamente i nodi cruciali
del problema, e Mingozzi riuscì a dirlo (cinematograficamente) con
efficacia. Le ultime sequenze sono, infatti giustamente contrapposte.
Da un lato i palazzi del potere a Palermo, luogo dove gli interessi
e gli intrighi prendevano forma; dall’altro una scena di grande
forza espressiva girata nel cortile Cascino, in cui bimbi laceri e
case che sono in realtà dei tuguri sono quasi un monito per chi guarda.
Perfino i bambini, che dovrebbero essere incuriositi dalla macchina
da presa, sono diffidenti e fuggono dall’obiettivo come se fosse
una minaccia. Questo svicolare dei bimbi non è meno impressionante
della visione dei morti ammazzati: è tragica allo stesso modo, e frutto
della stessa negligenza e dello stesso orrore: "Questa è Palermo?,
ci siamo chiesti con la gola serrata. E quando l’obiettivo si
è fermato sul volto di un bimbo – un esserino ancora in fasce,
con sul volto due mosche e nessuno a cacciarle via – non abbiamo
potuto fare a meno di pensare che questo straordinario giovane regista,
Gianfranco Mingozzi, ha sofferto in Sicilia, durante un certo breve
soggiorno, istanti tremendi di meditazione su fenomeni di quali noi,
col cinico agnosticismo dell’abitudine, non ci eravamo neanche
accorti". Mingozzi è riuscito a spezzare quella tendenza, dice
Bufalino a surrogare il fare col dire scavando in quella forma di
"comunicazione avara e cifrata (fino all’omertà) in alternativa
all’estremismo orale e all’iperbole dei gesti". CON IL CUORE FERMO, SICILIA Sceneggiatura: Gianfranco Mingozzi Fotografia: Ugo Piccone Montaggio: Domenico Gorgolini Musiche: Egisto Macchi Consulenza: Cesare Zavattini Testo: Leonardo Sciascia Produzione: Clodio Cinematografica Anno: 1965 Bianco e nero, 35 mm, 30’. Premi e partecipazioni a festivals:
Selezionato per il Premio Oscar ’66. 1.6 Appendice critica Da
Il giornale di Sicilia, 2 settembre 1965 Così
11 intellettuali spagnoli hanno inviato al direttore della mostra
di Venezia una lettera per complimentarsi per aver proiettato il cortometraggio
Con il cuore fermo, Sicilia, di Gianfranco Mingozzi, considerandolo
un valido film di denuncia sociale. Nella
lettera è detto tra l’altro: "I critici e scrittori del
cinema, di lingua spagnola, appartenenti a correnti di pensiero e
a ideologie del tutto diverse, dopo aver assistito alla proiezione
dell’impegnativo documentario di Gianfranco Mingozzi, vogliono
che tramite il suo cortese interessamento sia trasmesso agli uomini
del cinema italiano e a quanti se ne occupano, la loro ammirazione
per codesto cinema che è in grado di creare liberamente e di far pubblicamente
proiettare in Italia un valido film di denuncia sociale che dimostra
come il cinema serva alla cultura di un paese quando riflette onestamente
la realtà pur se triste o amara, e la espone coraggiosamente, in piena
libertà". La
lettera è firmata da Alvaro Del Amo, Julio Diamante, J.M.Llanos Heerman,
A. Martinez Torres, Vincente Molina, R. Monoz Suay, A. Nunez Flores,
A. Olivar Baydi, Vincente Pineda, J.M. Podestà, N. M. Vila Grafulla. Dino
Biondi, Il Resto del Carlino, 2 settembre 1965 Nobilissimo
per il suo impegno civile ed eccezionale per le sue qualità cinematografiche
ci è parso Con il cuore fermo, Sicilia, di Gianfranco Mingozzi,
che alla mostra internazionale del documentario, tenutasi ai primi
di agosto, ha vinto il "Gran Premio Leone di San Marco"
per il migliore film in senso assoluto. Ripresentato in questi giorni
alla mostra grande, il documentario di Mingozzi (un giovane che deve
essere considerato una promessa autentica del cinema italiano) ha
suscitato la unanime ammirazione della critica, come dimostra anche
la lettera inviata ieri a Chiarini da undici tra giornalisti, registi
e autori cinematografici spagnoli. Gianni
Toti, Gli ultimi giorni del Festival di Venezia, Vie Nuove,
settembre 1965. (…)
Anche gli spagnoli sono partiti, dopo la simpatica dolente lettera
inviata dal direttore della mostra in cui gli chiedevano di "trasmettere
agli uomini del cinema italiano e a quanti se ne occupano, la loro
ammirazione per codesto cinema che è in grado di creare liberamente
e di far pubblicamente proiettare in Italia un valido film di denuncia
sociale che dimostra come il cinema serva alla cultura di un paese
quando riflette onestamente la realtà pur se triste o amara, e la
espone coraggiosamente, in piena libertà". Patetico questo appello
finale, scritto a suocera italiana perché nuora spagnola intenda (…). Giulio
Obici, L’ora, 17 agosto 1965. Sicilia
1965. Anzi, Sicilia di oggi e di ieri. Ma anche Sicilia di domani?
Questo film documentario parla di quello che l’isola è ed è
stata e si pone una domanda intorno alla sua condizione futura, che
dipende da noi e dagli altri. "Con il cuore fermo, Sicilia
il lavoro con cui Gianfranco Mingozzi ha vinto il Leone d’Oro
alla XVII Mostra internazionale del Documentario di Venezia, per l’obiettiva
– dice il verbale della giuria – coraggiosa e drammatica
rappresentazione di una situazione sociale, compiuta attraverso un
linguaggio moderno e personale". Il prestigioso premio, gli riconosce
il merito di aver affrontato un tema che scotta, responsabilmente
con coraggio che viene dall’obiettività e con l’ampio
respiro di una narrazione che non si accontenta di proporci quel che
trova, ma intende spiegare i fatti nelle loro ragioni storiche, prossime
e remote. Ventisei minuti in bianco e nero, insomma, in cui –
per una virtù magica dello stile – si riassumono anni e secoli
e si allude con un inquieto interrogativo al futuro, che non è più
nelle mani degli dei, ma in quelle degli uomini. Con il cuore fermo
è dunque un invito alla responsabilità, a riflettere sulla condizione
di una terra che non è più sconosciuta ,ma troppo spesso guardata
con l’occhio perplesso della sufficienza o della superficialità.
Tutti sanno, sembra dire Mingozzi, che gli emigranti partono ancora
da questi porti e da queste stazioni verso il nord, verso l’Europa,
o verso le Americhe. Tutti sanno che la Sicilia è la contrada italiana
che vanta il più basso indice di reddito e che vi allignano i mali
della disoccupazione, delle campagne disertate e deserte, della violenza.
Tutti parlano, oggi, di mafia. Leonardo Sciascia, nel bel commento,
ci ricorda cifre e danari, ricapitola eventi noti e notissimi, mentre
la m.d.p. esplora le solfare, ‘rifotografa’ dai documenti
della polizia la lunga teoria dei morti della miseria e della violenza
che l’accompagna, ricompone il quadro allucinante di un assurdo
delitto continuato, in cui si evidenzia, in parte, un dramma complesso,
profondo e antico. Ecco, e a questo dramma che bisogna guardare, per
capire la Sicilia e se si voglia avviarne un recupero autentico. Non
basta parlare generalmente di emigrazione e di basso reddito, né contemplare
la mafia come fenomeno delinquenziale, per sé perseguibile e sanabile.
Occorre che la persecuzione sia più ampia e più ampia la nostra comprensione
della terra siciliana. E corale , inoltre , il nostro impegno, perché
la Sicilia non può essere un’isola della coscienza collettiva,
divisa dalla terra madre dell’evoluzione moderna e relegata
nel pelago ambiguo degli sterili rimorsi e della negligenza colposa. Mingozzi,
certo, si avventura nell’impresa ardua di filmare la mafia,
cosi come appare, coi suoi morti, coi suoi pianti, perfino coi volti
diffidenti dei suoi protagonisti; ma ci ammonisce nel contempo che
dietro questo manto nero si cela una storia secolare le cui origini
risalgono "al feudo, a una condizione servile che poggiava su
strutture immobili e cristallizzate", e si consolidano "negli
stessi interessi che in una società moderna si creano attorno al commercio,
alle industrie, ovunque scorra il denaro", allorché il danaro
si accompagni alla sperequazione, si annunci come un’avventura
o sia l’esiguo corso di una linfa che non rigenera ma possa
talora o spesso corrompere. E infatti la mdp va a scandagliare il
risvolto di quel manto nero, puntando l’obiettivo sui passi
della Sicilia più desolata dove le condizioni miserrime della popolazione
perpetuano una vicenda che oggi è quella che era ieri, e dove la fame
non è una parola ma una realtà. Sciascia, dal canto suo, commenta
la "carrellata", avvertendoci che l’anima vera della
mafia, la povertà, l’abbandono, la desolazione sociale e morale,
nei quali le piaghe peggiori trovano l’ambiente migliore per
radicarsi e vegetare. Si fa presto a dire mafia, dunque. Una sua responsabile
"valutazione" non può prescindere da un contesto storico
e temporale più vasto, che coinvolge non uno ma mille problemi, che
affonda le sue radici nell’oggi ma anche nell’ieri. Quanto
al futuro, esso è nostro, ma occorre chiederci se sapremo possederlo
interamente col cuore fermo. Il nodo critico della Sicilia è qui.
Per scioglierlo sarà necessario un impegno collettivo, che dall’inchiesta
giudiziaria o parlamentare si estenda allo sforzo economico, alla
collaborazione democratica, alla conoscenza. Il documentario, a suo
modo, è un contributo offerto a quest’urgente processo evolutivo.
Mingozzi lo sa… Claudio
Bertieri, da Bianco e nero n.12, 1965. "Leone
d’Oro" della XVI Mostra, Con il cuore fermo, Sicilia,
ha riportato alla ribalta - e con pieno merito – il nome dell’ex
allievo del C.S.C. Gianfranco Mingozzi, un giovane autore, se non
giovanissimo, cui la precaria ed avvilente situazione del documentarismo
nazionale ha complessivamente nuociuto. Mingozzi, balzato alla notorietà
con l’opera prima La taranta, un mediometraggio su un
particolare fenomeno etnografico (tema poi ripreso dallo stesso per
un capitolo dell’antologico Le italiane e l’amore
), ha dovuto poi subire la lunga sfortunata stagione con necessari
compromessi, solo a tratti rischiarati da genuine aperture a confermare
il suo non superficiale interesse per il Mezzogiorno d’Italia.
L’occasione di una produzione in Canada, con la complice collaborazione
dell’O.N.F. ci portò il riuscito Note su una minoranza,
dedicato ai connazionali stabilitisi a Montréal. Tra le righe di un
mestiere sicuro e di una sensibile analisi umana, trovammo nondimeno
i fronzoli di una compiaciuta inclinazione all’aneddoto, alla
"trovata" visuale, all’elzeviro di costume. Pecche
non sostanziali, ma alla lunga infastidenti. La decisione (e pure
il coraggio) con cui è stata strutturata questa larga testimonianza
sulla Sicilia – ed il testo di Leonardo Sciascia non gli si
accompagna casualmente – ha escluso automaticamente quella certa
tenerezza figurativa o quella propensione di Mingozzi a fissare aspetti
minori a detrimento di una penetrazione senza mezzi termini nella
carne viva della denuncia. Le
dispersive concessioni ad un male inteso naturalismo folclorico, tipica
distrazione dell’autore (si veda un altro suo testo sulla Sicilia
Il Putto), non intaccano questa volta il solido svolgimento
dell’inchiesta che, in tre grandi capitoli, la terra, la solfara,
e la mafia, puntualizza insoluti problemi e ricoglie il volto severo
della realtà isolana. Gli elementi forniti (da quelli statistici,
così drammatici nella loro essenzialità: 400.000 emigrati nel giro
di 10 anni, uno dei dati più gravi, a quelli cronistici) sono puntualmente
disposti per una chiara lettura. E dove la ripresa diretta non è potuta
giungere, intervengono decisivi appunti di cronaca giornalistica ad
assicurare l’onestà dell’esame. Con il cuore fermo,
Sicilia. E’ da scrivere tra le pagine di cinema più meditate
sulla questione meridionale e risulta sin troppo facile intuire come,
a questo punto, si dovrebbe aprire un ampio discorso teso a collegare
questa esperienza "diretta" ad altre speso "indirette"
che l’hanno preceduta. Un’analisi, cioè incentrata sull’inchiesta
filmata italiana quale strumento d’informazione sociologica
a livello della massa, perché essa possa accostarsi ai fatti e alle
persone con il sussidio di attendibili pezze di appoggio, di accertamenti
non arbitrari… Tullio
Kezich, da Sipario, ottobre 1965. (…)
E per non chiudere in modo negativo, aggiungiamo pure l’undicesima
ragione per ricordare Venezia ’65. La troviamo nel film che
ha vinto il Leone d’Oro alla Mostra del documentario: un premio
assegnato bene, a parte l’inflazione di targhe e di oselle che
ne diminuiscono il valore. S’intitola Con il cuore fermo,
Sicilia, e si avvale di un commento nobilissimo e appassionato
di Leonardo Sciascia, ed un rapporto sulla mafia. Per una volta l’argomento
non fornisce lo spunto a un’esercitazione di colore, a uno sfogo
populista: proprio una diagnosi stesa in termini cinematograficamente
efficaci senza gratuite esibizioni di stile o arbitrarie ricerche
dell’effetto. Per la sua durata, circa mezz’ora, è difficile
che questo documentario arrivi agli schermi normali; e invece sarebbe
opportuno rendere la visione addirittura obbligatoria. Il film è un
contributo non irrilevante alla divulgazione della questione meridionale;
l’ha firmato Gianfranco Mingozzi, un altro nome di giovane regista
che ci portiamo via dalla Mostra dei vecchi con fondate speranze. Ezio
Striga, da Cinema nuovo, ottobre 1965 La
mostra del documentario, attraverso le settantasette opere di ventisette
nazioni, ha offerto un panorama abbastanza esauriente della produzione
mondiale. Il maggior premio è andato a Con il cuore fermo, Sicilia,
di Gianfranco Mingozzi, il quale, con un inconsueto uso della tecnica
del film inchiesta, ci introduce nei problemi più dolorosi della Sicilia
occidentale: l’arretratezza economica e culturale, i fanatismi
millenari, la miseria incolpevole, l’analfabetismo, la violenza
mafiosa. Il fenomeno della mafia, che è il maggiore ostacolo allo
sviluppo della regione, analizzato nelle sue ragioni politico-sociali
è visualizzato con la ricostruzione e la ripresa dal vero dei fatti
delittuosi più tipici che hanno segnato la vita di queste terre negli
ultimi anni: l’uccisione sistematica dei sindacalisti, il regolamento
di conti tra mafiosi, le sanguinose faide familiari. Il documentario,
dal quale sono completamente assenti i giochi formali fini a se stessi
e i tentativi di "nobilitare l’inquadratura, si reggono
su un efficace commento di Leonardo Sciascia, su immagini vive e polemiche
che ci offrono una drammatica e coraggiosa rappresentazione di un’abnorme
situazione sociale. Gregorio
Napoli, da Il Domani, 30 agosto 1965. (…)Per
un puro caso, nell’affaticante diario delle proiezioni, siamo
riusciti a cogliere in Sala Pasinetti il cortometraggio Con il
cuore fermo, Sicilia, di Gianfranco Mingozzi, che a Venezia ha
ottenuto il massimo riconoscimento (leone d’Oro) nella particolare
sezione dedicata al film documentario. Avvalendosi della consulenza
di Cesare Zavattini e del commento di Leonardo Sciascia, il giovanissimo
regista ha scritto una delle pagine probabilmente più secche ed ispirate
che l’ormai folta letteratura cinematografica sulla mafia ci
abbia mai dato. I due volti della criminalità che affligge le nostre
città e le nostre contrade –il volto della violenza e quello
di ben note collusioni ai vertici della cosa pubblica- vengono rivelati
ed ispezionati nel breve film con un rigore che è pari soltanto alla
sublime emozione lirica di quasi tutte le sue sequenze. Per Mingozzi
la mafia nasce dal desiderio di custodire, in una realtà marchiata
dalla più degradante miseria, quelli che sono ritenuti i beni essenziali:
l’onore, la donna, la roba. Varie, poi ed insondabili sono per
il regista effettive connivenze tra la mafia e taluni centri di potere.
Contro questa realtà si sono levate fino ad oggi, le proteste corali
dello stesso popolo di Sicilia, continua a sopportare condizioni di
vita e di lavoro spesso impossibili (allucinanti le inquadrature dei
minatori delle solfare), ma che sa anche insorgere compatto in nome
della propria dignità e del proprio diritto ad un’esistenza
migliore. Scorrono sullo schermo le immagini dei contadini di Roccamena
e di altri centri, uniti in digiuni collettivi o in scioperi alla
rovescia. E la protesta di quelli che sono rimasti, mentre molti (400.000
nel decennio 1950-60) hanno abbandonato l’isola dissanguandolo
delle forze migliori in una inarrestabile emigrazione. Ma
sono le scelte finali che giungono a vertici di superba emozione:
improvvisamente, dopo Piazza Pretoria e il Palazzo di Giustizia, splendenti
nel sole, abbiamo visto sullo schermo tuguri e vicoletti fangosi,
e bambini laceri che fuggivano davanti alla macchina da presa e ragazze
in stracci che minacciavano l’operatore negandosi all’occhio
della "camera". Una città che abbiamo stentato a riconoscere,
nella cruda miseria del cortile Cascino. Questa
è Palermo?, ci siamo chiesti con la gola serrata. E quando l’obiettivo
si è fermato sul volto di un bimbo – un esserino ancora in fasce,
con sul volto due mosche e nessuno a cacciarle via – non abbiamo
potuto fare a meno di pensare che questo straordinario giovane regista,
Gianfranco Mingozzi, ha sofferto in Sicilia, durante un certo breve
soggiorno, istanti tremendi di meditazione su fenomeni di quali noi,
col cinico agnosticismo dell’abitudine, non ci eravamo neanche
accorti. Marcel
Martin, da Cinéma 66, marzo 1966. Gianfranco Mingozzi analyse en profondeur le problème
de la Sicile, sa misère, et le cancer qui la ronge, la mafia, celle-ci
née de celle là et de la volonté d’une minorité de défendre
ses privilèges par la violence. Construisant son film en trois partie,
le réalisateur montre d’abord le paysage sicilienne touit en
évoquant le depeuplement des campagnes et le chÛ mage; pius il consacre
una série de terribles images fixes aux crimes de la mafia et au débuts
de la répression entreprise par le gouvernement de Rome; enfin il
explore avec sa caméra les quartiers populeux de Palerme et y découvre
les signes d’une misère qui explique à la fois la résignation
des abitants et l’empris de la mafia. Cet image del la Sicile
vue "avec sang-foid" n’est pas seulement un document
social d’un grand intérà t: cet un véritable poème tragique.
Michel
Perez, da Combat, 30 agosto 1975. (…) Ce film, composé de documents photographiques
et de séquences tourneés par Mingozzi dans les bas quartiers des villes
siciliennes constitue sans nul doute la plaidoyer le plus impressionant
et le plus lucide qu’on ait jamais pronocé en faveur des régions
contrÛ lées par les activités de la mafia. Goffredo
Fofi, da Positif 76, giugno 1976. In
Con il cuore fermo, Sicilia, Leone d’Oro a Venezia per
il documentario, le immagini sconvolgenti di una realtà sottosviluppata
si organizzano in una sorta di poema visuale, molto denso senza deviazione,
senza concessioni naturalistiche. Il film è diviso in tre parti, distinte
come i tre canti di un poema: la terra, la zolfara, la mafia. Il film
è diviso in tre parti: la terra, la zolfara, la mafia. L’inchiesta
cinematografica trova forse con questo film la sua espressione più
matura, rifiutando le facilità e le assenze del cinema-verità, come
le esagerazioni spettacolari alla moda in Italia. Interviste, commento,
foto fisse (una insostenibile sequenza di morti di mafia) sono integrati
da Mingozzi in un’opera che è più di un documentario di denuncia,
malgrado la sua forza in questo campo: una riflessione di un "cuore
fermo", un poema civico che ci scopre una Sicilia senza folclore,
quella di una disperazione quotidiana di una società arcaica e chiusa.
Vicina a quella di Visconti e di rosi, a certe immagini colte da Olmi
nei suoi Fidanzati sulla Sicilia occidentale dell’industrializzazione,
la Sicilia di Mingozzi ha posto della stessa importanza, dello stesso
vigore. Note:
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