Danilo Dolci. La
fionda e la cometa
L'azione pratica e la ricerca
della via nella sua esperienza umana
di Carla Weber e Ugo Morelli
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E'
forse il ripensamento dell'educazione come pratica della libertà attraverso
l'azione non violenta il patrimonio più appassionato e consistente che Danilo
Dolci ha costruito con la sua presenza e la sua esperienza. Quello che
sentiamo oggi come più evidente è a la discrezione, e si potrebbe dire il
silenzio, con cui questa storia è stata scritta giorno per giorno con una
vita intensa e un coinvolgimento nelle relazioni e nelle situazioni, a
cercare le vie per sostenere le possibilità di persone, gruppi e comunità di
valorizzare le proprie particolari forme di vita. L'educazione è divenuta
così continuamente un impegno a sviluppare un mondo creativo di stare al
mondo, ripensando l'intero processo del conoscere e dell'agire con
un'attenzione centrata sulla produzione sociale di significati e sulle
credenze e strategie di azione che gli individui esprimono nei mondi in cui
vivono. Danilo Dolci è stato un uomo della presenza, che della presenza come
conoscenza e come azione ha fatto la propria scelta epistemologica e politica
insieme. Fu per essere presente dove ciò era necessario che si trasferì nel 1952
nella Sicilia occidentale, a Partinico nella provincia di Palermo, fondando
il Centro per la piena occupazione che sarebbe poi divenuto Centro per lo
sviluppo creativo. Questa sua scelta fu dettata da una critica alle forme
della democrazie a che secondo Dolci, ma anche secondo Carlo Doglio, Gianni
Pellicciari, Giancarlo De Carlo, Colin Ward, Paul Goodman e altri compagni di
strada sostanziali e ideali, costituisce il luogo e il tempo della stessa
possibilità democratica. La democrazia, cioè,può vivere solo in quanto ci si
impegni a una continua rimessa in discussione del potere e a una continua
ricerca di aiuto a riconquistare ottenere attraverso i punti di vista e
l'azione degli ultimi e dei senza voce, contro l'"oppressione
democratica". Questo orientamento e questa pratica di resistenza non
violenta si sono sviluppati, nella azione di Dolci, mediante un contrappunto
costante tra lavoro intellettuale e realizzazioni concrete in risposta ai
bisogni più urgenti della popolazione. " Troveremo la via, o la
faremo" è stato uno dei riferimenti di pensiero e di azione orientati al
far crescere e al non dominare, propri dell'esperienza di Dolci. Danilo Dolci
le ha cercate tutte per saper concretare l'utopia fino all'individuazione di
Laboratori di Maieutica, come strumenti per imparare a interpretarsi gli uni
con gli altri creando intime relazioni in cui si scambino senso e
significato, ove chi si esprime e ascolta nella reciprocità si trasforma. Egli
ha sfidato il mondo stesso di intendere l'educazione sviluppando su questo
contributi molto importanti e mettendo in evidenza la centralità del processo
di comunicazione in cui ognuno risulta educatore-educando in ogni azione
volta alla crescita. Ma una delle preoccupazioni centrali che Dolci ha
portato con la sua presenza ha riguardato la ricerca delle condizioni
attraverso le quali le intuizioni si trasformano in nuova esperienza. La
mente, l'anima e l'azione, inscindibili dimensioni dell'essere,
dell'esprimere e del crescere, sono alla base di ogni spinta evolutiva. Dolci
ne ha fatto una ragione di vita con una difficile ricerca della messa in
pratica. Dal basso, attraverso progetti consentiti e attenti studi a
individuare la " piccola cosa ", consentita in quella specifica
situazione, ha sviluppato un dialogo forte e non violento, spesso in
situazioni altamente ostili. Potrebbero bastare gli esempi
dell'individuazione della comunicazione come fattore critico e strategico per
favorire la presa di coscienza dei propri diritti contro la mafia, giungendo
quindi a fondare una radio come strumento di emancipazione. O
l'immersione nell'ancestrale e drammatico problema dell'approvvigionamento
idrico, con tutto il lavoro di scavo antropologico sui significati profondi
della ricerca e della disponibilità dell'acqua nelle terre assolate di
Sicilia, fino a giungere al difficile e concreto progetto, apparentemente
impossibile per la sua portata conflittuale, di costruzione della diga con il
relativo lavoro educativo sulla " diga ", appunto, come argine,
giacimento di possibilità di emancipazione per una popolazione oppressa. Si
portava, Dolci, in questo modo dentro l'occhio del ciclone, nel cuore del
paradosso, come condizione di conoscenza e azione. E il paradosso della
democrazia come impossibilità e ricerca continua, allo stesso tempo, di
combinare uguaglianza e libertà, prendeva i toni delle più alte vette della
ricerca sulla democrazie in questo secolo, facendo venire in mente la
passione di grandi interlocutori come Isaiha Berlin, anch'egli recentemente
scomparso: " se diamo a lupi e agnelli la stessa libertà, per i secondi
la libertà sarà solo una beffa". Nella situazione ostile e difficile
della realtà siciliana Dolci avrebbe concepito e realizzato un laboratorio e
avrebbe fatto dell'espressione di Colin Ward uno degli orientamenti della
propria pratica a forte valenza territoriale. "Tutto dev'essere
reinventato", era stato infatti il monito caratterizzante il movimento
inglese intorno alla rivista Freedom; questo, insieme ai contatti con
il movimento italiano di "Comunità" di Adriano Olivetti, aveva
permesso la collaborazione con una Carlo Doglio e Giancarlo De Carlo di
ricercare ed esperire quella prassi del territorio come casa dell'uomo che
avrebbe caratterizzato la straordinaria vicenda de "La fionda
sicula". La ricerca di forme efficaci di organizzazione attraverso
processi orizzontali di influenza, mediante la valorizzazione di voci di
dissenso creativo, hanno permesso all'esperienza di Dolci di coniugare in
modo originale il problema ecologico come costruzione conflittuale di spazi
per vivere. L'azione non violenta, anche come scandalo, è stata da Dolci
concepita come ricerca-azione mirata a cogliere gli spazi di possibilità
all'interno di situazioni anche anguste ed estreme. Ricerca e azione sono
state, però, per Dolci non soltanto un espediente strumentale e metodologico,
ma un modo per praticare l'esserci, un modo per cercare le condizioni
dell'evolverci con una costante attenzione a recuperare il mito, il
linguaggio, le esperienze reali delle persone con la loro sofferenza e il
loro desiderio, con le loro paure e le loro passioni nelle situazioni della
vita di ogni giorno. In quella comunità di pensiero di cui egli è stato
soggetto attivo e animatore, il metodo della ricerca, secondo le indicazioni
di Gianni Pellicciari, si orientava a divenire un atto politico di
partecipazione diretta, la via per essere parte della costruzione della
città. Nell'esperienza di vita di quest'uomo, mentre si risentono gli echi
della grande tradizione europea fin dalle sue radici elleniche, sono stati
molto presenti di sconfinati contributi delle culture del pianeta, come era
risultato evidente nei suoi rapporti internazionali ma anche la fratellanza
con esperienze molto lontane centrate sulla ricerca delle condizioni
educative per la valorizzazione e l'emancipazione degli individui e delle
culture come la vicenda umana di Paulo Freire nell'America del Sud. È proprio
intorno alle possibilità dell'educazione che probabilmente il contributo di
Danilo Dolci trova la sua più evidente dimensione formativa all'incrocio tra
transdisciplinarietà e metodo, tra azione e conoscenza. Quest'uomo
è stato presente, è stato attento ha vissuto i confini tra discipline,
culture, conoscenza prassi come inizi; ha guardato la realtà cogli occhi del
divinatore, la realtà cioè come possibile più che come dato. Egli ha scritto
che la poesia è più vera della storia, volendo segnalare a noi tutti che è
l'orientamento creativo, immaginativo, utopico quello che sostanzia l'essere
perché declina la mancanza con la ricerca del non ancora. In questo aveva
visto anche il senso dell'educare come possibilità di estrarre ancora una
volta dalle situazioni e da ognuno le condizioni per un evolversi ulteriore.
"Quando una scuola riesce a trasformarsi in comunicativo-creativa (necessitano
vari, duri anni)l'ambiente è brano della metamorfosi". I suoi
attraversamenti sono stati duri, impegnativi ed entusiasmanti ed è per questo
che il suo lascito più grande sta forse in quella sua frase in cui egli
sostiene che "l'intuito profetico richiede un preludio poetico
profondo". |