|
È stato triste, per quanti hanno avuto l'opportunità
di collaborare con Danilo Dolci, particolarmente negli ultimi anni
del suo straordinario percorso intellettuale e umano, leggerne sulla
stampa, nella dolorosa occasione della scomparsa, un ritratto assolutamente
irriconoscibile.
I giornali, salvo poche importanti eccezioni, hanno descritto un intellettuale
stanco e deluso, "appartato nella sua casa a Trappeto",
un isolato costretto a lavorare "a lume di candela, perché non
era più riuscito a pagare la bolletta", "una bandiera che
da tempo aveva cessato di sventolare".
È legittimo - ovviamente - avere opinioni diverse sul significato
e sugli esiti dell'opera di Danilo Dolci, ma è inaccettabile mistificare
la realtà in questi termini. Tutt'altro che "autoconfinatosi
nel paese di Partinico", Dolci viaggiava moltissimo in Italia
e ancor più all'estero. Presso scuole e associazioni hanno lavorato
con lui migliaia e migliaia tra studenti, docenti, persone d'ogni
tipo interessate alle sue proposte. Ricordo suoi recenti viaggi in
India, in Cina, negli Stati Uniti, in Canada, nell'America Latina,
invitato da università, gruppi, centri, riviste. Ogni anno, fino alla
sua morte, si è tenuto un seminario di collaboratori provenienti da
ogni parte d'Italia e dall'estero. Numerosissimi i riconoscimenti
assegnatigli, e tra questi il Premio Gandhi in India nel 1989 e la
laurea honoris causa in Scienze dell'Educazione dell'Università di
Bologna nel 1996.
Tutt'altro che "scettico sulle possibilità di cambiamento",
Dolci continuava a dedicare la vita ad analizzare la crisi dei nostri
tempi e a cercare possibili alternative, pure consapevole della difficoltà
di questo tentativo. Numerosi libri, in buona misura ancora tutti
da indagare, lo documentano in maniera puntuale.
Ancora pochi giorni prima di morire, anche se gravemente provato nel
fisico, meditava nuove iniziative e inviava appunti ai collaboratori.
È vero: non utilizzava più i mezzi "clamorosi" degli anni
Cinquanta e Sessanta, ma solo perché non li riteneva utili, idonei
al nuovo impegno, prevalentemente educativo. Altra era l'urgenza dettata
dal degrado estremo delle condizioni di vita nella Sicilia del secondo
dopoguerra, dai pescatori e dai contadini che - letteralmente - morivano
di fame. Il titolo di uno dei primi volumi, pubblicato nel 1953 dall'editore
De Silva, è fin troppo esplicito: Fate presto (e bene) perché si muore.
Il lavoro più recente, non meno importante, richiedeva strumenti diversi,
meno "spettacolari", poco adatti probabilmente alle prime
pagine dei giornali.
Nessuno si è chiesto come mai il 31 dicembre 1997, ultimo giorno dell'anno,
giungevano a Trappeto da ogni parte del paese, per tributargli un
estremo saluto, migliaia di persone che lo conoscevano, lo leggevano,
avevano lavorato con lui, curandosi poco del silenzio cui l'aveva
condannato il mondo della cultura e dell'informazione "ufficiali"
(non tutto, certo, ma quasi), forse per il suo essere figura scomoda,
fuori dagli schemi, non asservita a nessun interesse; o forse perché
il senso del suo lavoro non si poteva riassumere in trenta secondi
di intervista televisiva o in dieci righe di quotidiano.
Credo sarebbe utilissimo cercare di spezzare il disinteresse colpevole
che ha riguardato l'opera di Danilo Dolci dagli anni Settanta in poi.
In numerose occasioni è stata evidenziata la componente
utopistica del lavoro di Danilo Dolci e non è mia intenzione negare
la forza con la quale il suo sguardo si orientava verso il futuro.
Mi pare essenziale, tuttavia, qualche puntualizzazione. In che senso
e con quali limiti possiamo definire Dolci un utopista? E, prima ancora:
di quale utopia stiamo parlando?
Un conto è, infatti, la sacrosanta diffidenza nei confronti di ideologie
palingenetiche, che pretendano di edificare dal nulla mondi nuovi
e perfetti, salvo poi generare nelle loro incarnazioni storiche regimi
totalitari e sanguinari; un altro la resa incondizionata all'idea
che la storia sia finita, che non vi sia spazio per alcuna innovazione,
equivocando per leggi eterne e universali meri accidenti dell'epoca
attuale.
Il rischio, insomma, è quello di bollare come utopistica qualsiasi
proposta di cambiamento dello status quo, qualsiasi atteggiamento
che non sia di remissiva accettazione dell'ineluttabilità delle umane
cose, qualsiasi voce fornita di un accento personale che provi a distinguersi
dal brusio di fondo, evitando di entrare nel merito delle proposte
e delle argomentazioni.
Non era forse utopistico anche solo immaginare nell'Italia e nella
Sicilia del secondo dopoguerra di poter impegnare una battaglia contro
la mafia e i politici ad essa organici con le armi della nonviolenza,
appellandosi al senso civico e alla volontà di riscatto dei cittadini?
E non era utopistico scommettere sulla rinascita civile, democratica
ed economica di una delle aree più povere e arretrate del paese e
dell'intero Occidente, favorendo lo sviluppo della cultura cooperativa?
Nel 1956, il pubblico ministero di uno dei numerosi processi subiti
da Dolci aveva parlato di "fanatismo mistico".
Pochi anni dopo, molti benpensanti, combattuti tra il fastidio e la
derisione, pontificavano: "Non si costruiscono dighe con i digiuni",
mentre il Centro Studi e Iniziative avviava la lunga e complessa battaglia
per la costruzione della diga sul fiume Jato, per dare a tutti "acqua
democratica". Quella diga, come noto, è stata edificata, con
i digiuni, la mobilitazione popolare, il coinvolgimento di migliaia
e migliaia di cittadini, consentendo uno sviluppo economico che nessuno
avrebbe potuto prevedere e strappando dalle mani dei mafiosi il monopolio
della scarsa acqua prima disponibile.
Quando Franco Marcoaldi gli chiede se si ritenga un utopista, Dolci
risponde: "Sono uno che cerca di tradurre l'utopia in progetto.
Non mi domando se è facile o difficile, ma se è necessario o no. E
quando una cosa è necessaria, magari occorreranno molta fatica e molto
tempo, ma sarà realizzata. Così come realizzammo la diga di Jato,
per la semplicissima ragione che la gente di qui voleva l'acqua".
Individuare modalità concrete affinché il sogno possa farsi progetto:
mi pare questa una possibile chiave di lettura della vita e dell'opera
di Danilo Dolci.
Alla base di questo sforzo non un vago impeto volontaristico, ma un
serio, continuo, approfondito lavoro di ricerca. Nessuna delle grandi
battaglie di Dolci è figlia dell'improvvisazione. Non sono un caso
le ricerche condotte con metodo sociologico, l'accurata raccolta di
documentazione antimafia, il modo scientifico di affrontare la lettura
dei problemi, il coinvolgimento nella stesura dei progetti di grandi
esperti italiani e mondiali delle discipline più diverse.
È senz'altro inusuale, e nel contempo molto significativo, il numero
di uomini di scienza che, in tempi diversi, hanno collaborato con
Danilo Dolci. Tra i tanti voglio ricordare i nomi di Lucio Lombardo
Radice, Jean Piaget, Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia, Giuliano
Toraldo di Francia, Luca Cavalli Sforza.
Riferendosi al Dolci scrittore, ma esprimendo un giudizio che credo
possa avere una valenza più generale, Cesare Zavattini ha scritto:
"La poesia è in atto già nei fatti e nella vita di Danilo. È
il solo della nostra generazione che ha saputo ridurre al minimo la
terra di nessuno esistente tra la vita e la letteratura".
Dolci ha sempre attribuito molta importanza alle parole, al loro significato,
all'uso che ne facciamo. Allora, se proprio di utopia vogliamo parlare,
quella di Dolci non è mai stata - per riferirci alla disputa ancora
aperta sull'origine del vocabolo - sogno di un luogo che non esiste
e non può esistere, vagheggiamento di un mondo impossibile, ma ricerca
- costante, attiva, intensa - di una possibile utopia, di un mondo
migliore, alla cui realizzazione tutti possiamo - dovremmo - aspirare
e partecipare.
Senza mai trovare rifugio nell'astrazione, l'intera sua opera - sociale,
politica, poetica, educativa - è stata vigorosamente orientata alla
concretezza.
Nel corso degli anni, la riflessione di Danilo Dolci è andata via
via approfondendosi. I temi della sua elaborazione più recente sono
stati la distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio,
la critica della Modernità, l'allarme rispetto alle società contemporanee
i cui cittadini sono considerati - e trattati - come massa, lo studio
delle caratteristiche e delle potenzialità della struttura maieutica,
la critica della cosiddetta "comunicazione di massa" che,
come dimostra efficacemente Dolci, non esiste. Un'analisi assolutamente
coerente, ma anche complessa, articolata, approfondita; originale
nel suo insieme, ma che trova - mi pare - copiosi echi e riferimenti
in importanti autori contemporanei. Tra i tanti che potremmo enumerare,
mi sembrano evidenti i punti di contatto con le opere di Habermas,
Gadamer, Capitini, Chomsky, Erikson, Mumford, Bloch, Arendt, Jaspers,
Prigogine, Laszlo.
In nessun momento, però, malgrado l'ampliarsi della ricerca, Dolci
ha smesso di guardarsi intorno e operare nei più diversi ambiti ai
quali si è di volta in volta rapportato. Prima che per altri diventasse
uno slogan, Dolci ha saputo pensare globalmente, agire localmente.
Peraltro, mi pare, che mirare a obiettivi non immediati, più ardui
- pure provvisori, in continuo divenire - sia essenziale per non smarrire
il senso della direzione del nostro agire. Affinché i nostri atti
non si risolvano in un insieme caotico di gesti, le nostre iniziative
non ci risultino un puro agitarsi senza prospettive.
Se tutti concordiamo nel denunciare i rischi determinati dalla massificazione,
dall'omologazione, dall'appiattimento di coscienze e culture, nel
riconoscere la necessità di salvaguardare quello straordinario patrimonio
dell'umanità costituito dalle nostre differenze, bisognerà pur sforzarsi
di individuare degli strumenti, delle strade. La denuncia - certo
- è importante, ma non risolve. "Non basta dire solo no",
risponde Dolci a un giornalista che gli chiede un giudizio sul valore
dell'obiezione di coscienza. "Ciò che è essenziale è produrre
alternative. Il lavoro preventivo è un lavoro per la salute; dire
solo di no è intervenire già nella malattia, nella nevrosi".
Non ci occorrono formule magiche o verità rivelate, ma la capacità
di ricercare delle ipotesi e di verificarle. Dolci ha sempre sottolineato
che il suo lavoro iniziava un percorso, non lo concludeva.
Sin dal suo arrivo, nel 1952, nelle poverissime terre
della Sicilia occidentale, Dolci non si atteggia a detentore di verità,
non si presenta come un guru venuto a dispensare ricette, a insegnare
come e cosa pensare. È convinto che le forze necessarie al cambiamento
si possano trovare nelle persone più avvertite del luogo; che non
vi possa essere alcun riscatto che non muova da una presa di coscienza
dei diretti interessati. Sa quanto sia essenziale, per la riuscita
di un'impresa, che ciascuno la senta propria: i progetti migliori,
sulla carta più efficaci, falliscono se, calati dall'alto, sono avvertiti
estranei, ostili. Per questo il metodo maieutico non è un dettaglio,
un accidente o, peggio, una scelta eccentrica: è necessario alla riuscita
di un programma come quello di Dolci veramente rivoluzionario e nonviolento.
"Un cambiamento", sostiene Dolci, "non avviene senza
forze nuove, ma queste non nascono e non crescono se la gente non
si sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri bisogni".
Alcuni bellissimi libri documentano le riunioni dei primi anni, dove
i contadini e i pescatori imparano a lavorare insieme, a interrogarsi,
a individuare i problemi e a cercare possibili risposte. Scoprono
così di non essere oggetti sottoposti all'arbitrio e alla violenza
di pochi criminali, ma di poter partecipare attivamente a scegliere
e determinare il proprio futuro. Ancora Danilo Dolci, a proposito
della diga di Partinico: "È sempre un'azione educativa quella
che crea forze nuove e porta al cambiamento. Da principio c'erano
decine di migliaia di persone che vivevano come atomizzate ed erano
completamente in balia di trenta malviventi comandati dal boss mafioso
Frank Coppola. Quando abbiamo capito che i contadini volevano l'acqua,
non abbiamo fatto comizi, ma parlando con la gente abbiamo cominciato
a chiedere chi voleva l'acqua e poi a organizzare quelli che la volevano.
Senza chiacchiere i contadini hanno capito che dovevano imparare a
mettersi insieme e a organizzarsi".
Solo con molto ritardo è stata compresa appieno l'insufficienza dell'azione
repressiva per sconfiggere la criminalità organizzata, la necessità
di far maturare nella società civile un forte senso di estraneità
e ostilità verso il sistema clientelare-mafioso. Ebbene, nella Sicilia
degli anni Cinquanta e Sessanta, quando persino per tanti rappresentanti
dello Stato la mafia neppure esisteva, Dolci riesce a organizzare
migliaia di cittadini in un solidissimo fronte antimafia. In occasione
delle denunce di collusione con la criminalità organizzata rivolte
a Bernardo Mattarella, allora ministro, e Calogero Volpe, sottosegretario,
oltre cento persone accettano di sottoscrivere, esponendosi direttamente,
testimonianze circostanziate. La storia, lo sappiamo bene, non è fatta
di ipotesi, eppure sono evidenti le responsabilità di una classe politica
e anche di una magistratura che, invece di sostenere un movimento
che avrebbe potuto anticipare di alcuni decenni l'inizio di una più
efficace e incisiva lotta alla mafia, tentarono di isolare e spegnere
il fenomeno, fino all'incredibile condanna inflitta a Danilo Dolci
e al suo collaboratore Franco Alasia a due anni di reclusione per
il reato di diffamazione. Qualche anno prima un altro giudice lo aveva
descritto come un soggetto fornito di una "spiccata capacità
a delinquere".
Anche quando, nell'ultima fase della sua opera, Dolci
si concentra particolarmente sul lavoro educativo, sviluppando e approfondendo
un tema essenziale dell'intero suo percorso, il metodo seguito è lo
stesso: partire dai bisogni dei diretti interessati - i bambini, le
famiglie - per costruire una scuola nuova, che non sia più una scuola
ma un centro educativo. Per far ciò Dolci visita centinaia e centinaia
di centri attivi in Italia e nel mondo (dagli USA all'America Latina
alla Russia), raccoglie documentazione, stabilisce un dialogo fittissimo
con i maggiori esperti di educazione al mondo e con l'UNESCO. Il nuovo
Centro educativo di Mirto, del quale persino la collocazione geografica
era stata discussa nel corso delle usuali riunioni con la gente del
luogo, nasce con un gruppo di collaboratori e consulenti davvero straordinario:
Paulo Freire e Johan Galtung, Ernesto Treccani e Paolo Sylos Labini,
Bruno Zevi e Gastone Canziani, Gianni Rodari e Italo Calvino, Mario
Lodi e Aldo Visalberghi.
Ma oltre che nel Centro di Mirto, che dovrà purtroppo fare i conti
con la burocrazia e i mille ostacoli opposti dalle istituzioni locali
e nazionali, il nuovo metodo educativo viene messo a punto nel corso
dei sempre più frequenti seminari che Dolci è invitato a tenere in
Italia e nel mondo.
Ricordo anch'io con enorme emozione, per quello che
la mia testimonianza può valere, la prima esperienza di seminario
con Dolci: Danilo, come voleva che ciascuno lo chiamasse. La sua capacità
di parlare poco e ascoltare molto. Le domande che poneva, spesso scarne,
essenziali, che scuotevano l'intelligenza e la coscienza, impegnavano
a un lavoro di scavo e di ricerca in se stessi. Disposti in circolo,
tutti, a turno, intervenivano. Ciascuno chiariva il personale punto
di vista, arricchendosi di quello altrui, in un clima di ascolto e
rispetto reciproco. Sovente i contributi più profondi, importanti
venivano da quanti la scuola aveva sbrigativamente bollato svogliati,
distratti, incapaci. Lentamente tornavamo in possesso della nostra
capacità critica e progettuale, sentivamo risvegliarsi la nostra creatività:
una sorgente di idee e di bisogni, che altri ci avevano insegnato
a reprimere e spegnere.
Di nuovo: un'utopia? Quanti hanno avuto l'occasione di lavorare con
Danilo Dolci, anche solo episodicamente, sanno che la struttura maieutica,
di cui egli parlava e scriveva, non era una favola bella, ma qualcosa
di estremamente concreto.
In anni più recenti, con diversi educatori attenti alla sua esperienza,
Dolci promuove la nascita di numerosi laboratori maieutici, che ancor
oggi rappresentano una realtà viva, molto più ampia di quanto si possa
credere e che meriterebbe, forse, di essere meglio conosciuta e studiata.
Sarebbe auspicabile, più in generale, una rilettura
complessiva e più attenta dell'opera di Danilo Dolci. Non solo per
rendere giustizia a questa eccezionale figura di educatore, poeta,
operatore sociale, nei cui confronti il nostro paese, e il Meridione
in modo particolare, hanno maturato un debito enorme, ma soprattutto
perché i temi che hanno interessato il suo percorso intellettuale
e ne hanno caratterizzato la vita erano e sono essenziali per il nostro
futuro: l'impegno per la realizzazione di una democrazia autentica
e non solo formale, la valorizzazione degli individui alternativa
alla massificazione, la promozione della libera ricerca individuale
e di gruppo contro ogni dogma, la pratica dell'azione nonviolenta
come superamento - nel secolo di Auschwitz e Hiroshima, ma anche di
tante rivoluzioni fallite - di una storia fondata prevalentemente
sull'aggressione e la distruzione.
|