Estremo saluto a Danilo Dolci
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Cari Amici e Amiche siamo qui in un momento di grande dolore, per
rendere l'estremo saluto a una Persona cara, a una grande Mente e a un grande
Cuore che ci vengono meno per sempre, ci vengono meno prematuramente. Danilo - lo sappiamo tutti - è stato un santo, un
uomo che ha scelto il sacrificio e la sofferenza come stile di vita; che ha
scelto la povertà per poter donare, che ha donato senza nulla chiedere. Di
fronte alla sua grandezza morale e intellettuale - vissuta sulle orme di
Francesco d'Assisi e di Gandhi - non possiamo che esprimere riverenza, ben
sapendo dei tesori di umanità che Egli ha profuso. Oggi non è soltanto in lutto una Famiglia, né
solo una comunità della Sicilia occidentale ove si crede che egli abbia
esclusivamente operato. E' in lutto la cultura, la cultura
internazionale nelle sue espressioni più elevate. Abbiamo apprezzato e amato tutti quanti
quest'Uomo. Un fascino misterioso si sprigionava dal suo essere: qualcosa che
lo rendeva singolare nei rapporti con i suoi simili. Il "tu"
generalizzato e reciproco, che Egli chiedeva e testimoniava, è segno della
dignità che riconosceva all'essere umano, a prescindere dalle assurde
gerarchie fondate sulle convenzioni. Questo "tu" è anche un
programma di riscatto per tutti gli uomini, che Egli concepiva; un programma
di conquista della dignità umana che Egli lascia in eredità all'immediato
futuro. Non è questa un'utopia, perché Danilo era uomo d'azione e all'azione
le sue idee si alimentano, nell'azione si convalidano. A Partinico, a Trappeto, nella Sicilia
occidentale, nell'Occidente opulento o nel cosiddetto Terzo Mondo, Egli ha
testimoniato la Sua dedizione per gli umili, ha dato voce a coloro che voce
non avevano, ha visto nei "banditi", nei poveri, nei disoccupati,
nei ragazzi esclusi dall'istruzione, nei deboli, negli "ultimi", le
vittime dell'ingiustizia e dell'egoismo sociale più abietto, il segno della
violazione dei diritti umani più irrinunciabili, la conseguenza dello
strapotere, del dominio dell'uomo sull'uomo. Per gli umili e per gli "ultimi" Danilo
ha scritto i suoi libri, ha promosso e fondato scuole sperimentali, ha
istituito il Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione, ha dato vita
a seminari in tutto il mondo per risvegliare le coscienze. Non c'è bisogno di
sottolineare, io credo, il significato di questo programma, interagente e
coerente col primo, per la regressione della violenza, per la Pace nel mondo,
per un nuovo assetto della vita sulla faccia della Terra. Danilo viene considerato un apostolo del
pacifismo e della nonviolenza: due aspetti del suo modo di vivere e di
pensare che vengono spesso confusi. Il suo impegno globale viene identificato
da alcuni con la lotta alla mafia. E' vero che una parte dell'impegno di
Danilo è stata profusa contro la violenza mafiosa. Danilo fu infatti, come
sappiamo, il primo in Italia a scoprire e documentare , con anticipo di
decenni, il connubio mafia-politica; fu il primo a denunciare con coraggio,
tempestivamente, quel connubio, che però rimase pervicacemente occultato dai
dominatori di allora e procurò fra l'altro a Danilo e Collaboratori delle
condanne ad opera della Magistratura. In Italia si tarda ancora a
riconoscerGli i meriti di tale scoperta e di tale denuncia. Ma questo settore
di lotta, così rischiosa e così essenziale, così efficace per molti versi, è
solo un aspetto dell'azione nonviolenta perseguita da Danilo: Egli ha visto
acutamente la piovra in azione laddove pochi ancora riescono a riconoscerla. La più grande violenza, per Danilo, sta nel
controllo delle menti, nella trasmissione scolastica e mass-mediologica,
nella omologazione culturale dei popoli della Terra alla cultura
dell'Occidente, nel liberalismo economico senza limiti e negli squilibri che
esso produce, nella violenza alla natura. La violenza manifesta e illegale
della mafia è ancora rudimentale, per Danilo, rispetto a quella legalizzata,
tecnicamente agguerrita, subdola, che viene esercitata dai gruppi dominanti.
Danilo non si limita all'analisi e alla denuncia di questi mali; traccia con
lucidità gli aspetti positivi e costruttivi del suo pensiero, che si
avvalgono anche e soprattutto di educazione. Pure in questo caso, mi sembra, il programma che
Danilo lascia in consegna alla società del Terzo Millennio è di enorme
portata. Abbiamo letto ieri gli stereotipi che rimbalzano
sulla stampa, da una parte e dall'altra. Danilo viene considerato il Gandhi
della Sicilia, la sua opera viene circoscritta alla lotta politica per il
Sud, alle forme di pressione esercitate sui poteri pubblici, ai digiuni. Si
dice che a cominciare dagli anni settanta la sua bandiera cessa di
sventolare. Tutto questo ignora la reale portata dell'eredità culturale
lasciata da Danilo. I riconoscimenti più ampi Egli li ha avuti
all'estero. Voglio solo ricordare il Premio Socrate di Stoccolma, il Premio
Lenin conferitoGli dalla Russia di Kruscev, il Premio Gandhi dall'India,
ricevuto pochi anni fa. Egli è stato in rapporto con i vertici della
Cultura mondiale, nella seconda metà del nostro secolo: dal linguista
nordamericano Noam Chomsky al filosofo tedesco Jurgen Habermas;
dall'educatore brasiliano Paulo Freire, più volte presente al Centro di
Trappeto, agli psicologi Jean Piaget ed Enrich Fromm, per nominare solo
alcuni. In Italia Danilo ha avuto la collaborazione di Premi Nobel come Carlo
Rubbia e Rita Levi Montalcini, di scrittori e poeti di primo piano come Carlo
Levi e Mario Luzi, di architetti come Bruno Zevi, di economisti come Paolo
Sylos Labini. Nel 1996 l'Università di Bologna (la prestigiosa Università di
Bologna, la prima a sorgere nel Mondo) gli conferì la laurea honoris causa
in Scienze dell'Educazione. L'ultimo viaggio internazionale di Danilo, nel
dicembre del 1996 (dopo di che ...la malattia), ha avuto come meta la Cina,
per scambi culturali richiesti da quel Paese Le opere che Egli ha scritto negli anni ottanta e
novanta sono dei monumenti dell'ingegno umano, che perseguono dei valori e
prefigurano dei cambiamenti antropologici, di cui l'umanità ha bisogno per la
sua sopravvivenza. Si dice che Egli è stato un sociologo, un
letterato. Certo, Egli è stato, profondamente, anche questo. Ma al di là di
tutto Egli è stato un educatore, un uomo interessato alla promozione
umana, al riscatto degli uomini come dicevo prima, alla comunicazione e
all'interazione nonviolenta fra gli individui e i popoli, come via per una
nuova convivenza sul Pianeta. L'azione poetica e letteraria, elevatissima,
l'indagine sociologica originale e accurata, la lotta nonviolenta in
politica, ruotano tutte attorno a un nucleo profondo, che è l'impegno per il
riscatto dell'uomo, la lotta all'ingiustizia, allo strapotere e al dominio
nelle sue varie forme: impegno e lotta perseguiti, prima di tutto, tramite
l'educazione, la maturazione della consapevolezza e della competenza
cooperativo-progettuale in cui la corretta educazione consiste. Sulla base del suo metodo educativo, Danilo è
pervenuto in proprio al concetto dell'interdipendenza fra individui e
popoli, alla nozione di co-evoluzione nell'ambito della crescita umana,
in ciò andando oltre Tolstoj e Gandhi. Queste posizioni di Danilo - raggiunte in
proprio, ripeto e testimoniate anche dalla complessità della sua persona -
sono convergenti con i cambiamenti profondi , i cambiamenti di
"paradigma" verificatisi nella scienza durante il nostro secolo:
cambiamenti che approdano alla dipendenza reciproca o interdipendenza fra
le cose, al rapporto simbiotico quale legge dell'evoluzione. Per questo i teorici della complessità,
rappresentanti della scienza più avanzata, avevano recentemente instaurato
rapporti di collaborazione con Danilo. Uno di loro, Ervin Laszlo, scrive che
il metodo strutturale maieutico, il metodo messo a punto da Danilo, è essenziale
per "riscoprire la nostra umanità, la nostra identità e il nostro
ruolo". E questo, in un'epoca di cambiamenti decisivi per le sorti
dell'umanità, ancora per Laszlo, "è vitale per tutti noi". Non mi soffermo su altri aspetti del pensiero e
dell'opera di questo Combattente disarmato, di questo grande della nuova
umanità. Non possiamo che piangerne la prematura
scomparsa, ma abbiamo il dovere di impegnarci tutti perché nessun documento ,
diciamo nessun foglio di carta del Centro studi in cui Danilo ha operato,
vada disperso: Dobbiamo conservare, per gli studiosi presenti e futuri, i
documenti puntuali di ciò che Danilo ha fatto e pensato. Alla famiglia intanto, alle persone più care, ai
cittadini di Partinico, di Trappeto e dei paesi viciniori, vada l'espressione
del più vivo cordoglio. Trappeto, 1 gennaio 1998 Nino Mangano Danilo Dolci Ringrazio il Sindaco di Partinico, dott.ssa Gigia
Cannizzo, nonché gli Amici dell'Associazione per lo Sviluppo Creativo,
Collaboratori ed Estimatori che intendono raccogliere l'eredità spirituale di
Danilo Dolci e dare un seguito al suo lavoro: li ringrazio per avermi
proposto e consentito questo doveroso intervento. So bene di non poter parlare in modo esauriente
di una personalità complessa e benemerita come quella di Danilo, simbolo - a
me pare - della ribellione contro una civiltà che ha certo i suoi meriti, ma
che in gran parte ancora presume di trovarsi all'apice dello sviluppo umano
di tutte le epoche e di tutti i popoli. Tale civiltà come sappiamo, dopo aver
scoperto contemporaneamente la via dell'opulenza e i mezzi
dell'auto-annientamento, sembra correre rapida verso il suicidio. E' in tale
contesto che vuole collocarsi il mio breve intervento, con attenzione al
futuro, ad alcune possibili prospettive dell'eredità di Danilo. Se dovessi esprimere in poche parole quello che
mi sembra il tratto unitario del comportamento, del pensiero, degli atti di
quest'Uomo singolare, direi che egli ha vissuto controcorrente, ed è
in quest'ottica che ha intuito l'urgenza di un cambiamento di rotta contro i vuoti
di umanità, i settorialismi egocentrici, gli errori che potrebbero
riuscire fatali, del mondo moderno. Mi sembra che Danilo esprima nella sua stessa
personalità quella visione complessa, simbiotica, interattiva del reale, che
caratterizza l'evoluzione scientifica più avanzata del nostro secolo, e che
va sotto il nome di scienza della complessità Quale identità possiamo infatti attribuire a
Danilo dal punto di vista culturale? Egli è stato, come abbiamo letto in
questi trenta giorni dalla scomparsa, un sociologo? Un sociologo che
documentava le storture sociali, che rifiutava con tutte le sue forze
l'ingiustizia, la disoccupazione, la miseria delle moltitudini,
stigmatizzando l'oppressione esercitata dai pochi nell'Occidente opulento,
nel Terzo e nel Quarto Mondo? Danilo è stato uno scrittore e un poeta
che ha messo la sua penna, la sua voce, i suoi sonni al servizio di un
ideale? uno scrittore il quale ha pensato che scrivere ha un senso
soprattutto per dar voce agli umili, agli oppressi, a coloro che non riescono
a parlare, e si chiudono, si raggomitolano nell'accettazione impotente e
fatalistica dei soprusi? E' stato un educatore il quale ha capito
che la dignità umana non c'è ma si conquista, che l'uomo non è libero per
natura o in vitù degli ordinamenti giuridici, ma diventa libero, e lo
diventa solo se la società lo aiuta, vuole e sa aiutarlo?; un
educatore il quale ritiene che il potere più alto dell'uomo non sta
nella facoltà di esprimere un voto al momento delle elezioni , ma nella
capacità di pensare, di apprendere e continuare ad apprendere
per tutta la vita, di poter scegliere e progettare, di
poter comunicare e cooperare? Danilo - sono ancora delle domande che mi pongo e
che pongo - è stato un combattente nonviolento, proteso contro la
violenza non solo della lupara, ma anche quella del capitale, della
occidentalizzazione del mondo od omologazione di esso alla cultura
dell'Occidente, la violenza del piccolo schermo, perfino la violenza meno
sospettata dell'etero-conduzione mentale o violenza della cattedra? Vi è difficoltà ad identificare la personalità
spirituale , la statura culturale di Danilo, con una di tali dimensioni, come
è accaduto nei trenta giorni trascorsi, e come continua ad accadere. Danilo
non è né sociologo, né scrittore e poeta, né educatore,
né l'assertore dell'azione nonviolenta o il combattente per la
liberazione umana, ma è, in un certo senso, tutte queste cose insieme, ed
è ancora altro. E' ad esempio l'uomo che non lavora solo a tavolino, ma scende
sul campo, a contatto con la realtà sofferente: che combatte con la gente
sulla spiaggia contro la mafia del mare (i pescatori di frodo),
digiuna nelle case della gente che muore per fame, studia la disperazione
umana nei quartieri miseri di Partinico o di Palermo, impegna - assieme alla
gente - i poteri pubblici nella costruzione delle dighe che devono render
fertile la terra, dar lavoro ai disoccupati e avviare lo sviluppo; offre
asilo ai figli dei carcerati e dei senza-voce, studia con la gente le
condizioni idonee ad istruire questi figli, progetta le riforme della scuola
per istruirli davvero, comunica con la gente nei seminari - in Sicilia in
Europa, nei cinque continenti - ove non "insegna", ma apprende da
tutti. La realtà con cui Danilo e i suoi Amici immediati
hanno a che fare è complessa, pluri-articolata, pluri-dimensionale, e Danilo
non può essere soltanto sociologo, nè solo educatore o scrittore o
combattente per i diritti inviolabili dell'uomo. E' stato detto per questo,
giustamente, che le campagne nonviolente di Danilo, fin dagli anni 50,
configuravano, in modo originale, la prosecuzione della Resistenza: una
Resistenza senza sparare, come si è detto. Ma sta qui l'Uomo nuovo, la Personalità
creativa ed originale, l'attività controcorrente di cui dicevo, che il mondo
ha apprezzato e non cessa di apprezzare. Sta in questa pluralità di funzioni
e competenze diverse, sviluppate in sommo grado, in queste dimensioni non
isolate l'una dall'altra ma raccordate inter-attivamente da un compito; sta
anche qui la proiezione nel futuro della personalità di Danilo, sta il suo
esser già fuori, in un certo senso, il suo andar oltre i
"paradigmi" della cultura, diciamo, "moderna", che
separa, scinde, atomizza la realtà, separa scinde e atomizza le competenze
umane, le strutture sociali, le discipline scientifiche: una cultura quindi,
quella moderna appunto, che specializza e semplifica, che insegue la
conoscenza delle parti, perdendo di vista l'insieme. Danilo è fuori, per
molti versi, da questo tipo di cultura e in ciò sta buona parte del fascino
della sua personalità. E' questa, ripeto, la collocazione del pensare e
dell'agire di Danilo nell'ottica della complessità; è la collocazione del
pensare e dell'agire nella "rete della vita", nei "rapporti a
trame". Vorrei dire ancora che Danilo rifiuta la pretesa
etnocentrica di qualsiasi cultura, tra cui la tendenza alla
occidentalizzazione del mondo, come un'altra delle vie per cui si aggredisce
la vita, si compromette la pace. In merito alle scelte esistenziali di Danilo e al
loro valore innovativo per la comunità planetaria del Terzo Millennio, una
riflessione essenziale ci viene suggerita dalla casa in cui Danilo ha
abitato e dal desiderio da lui espresso, nel testamento, di essere sepolto al
Borgo di Trappeto: quella casa che giustamente l'Associazione per lo
Sviluppo Creativo pensa di destinare a museo. Cosa ha, di particolare, la casa di
Danilo? quali aspetti della sua personalità contribuisce a rivelarci? Anche
in questo caso Danilo si appalesa un contemporaneo che vive proiettato nel
futuro, un uomo di cultura attento ai rapporti, ai contesti esistenziali
della vita: contesti che non possono risultare ignorati senza produrre e
ricevere violenza. Una delle presunte conquiste della società industriale
è senza dubbio l'urbanesimo, "l'omile" rappresentato dalla città,
come Danilo si esprime. L'urbanesimo presenta certo dei vantaggi, per alcuni
servizi che offre, ma tronca in gran parte i rapporti: i rapporti essenziali
dell'uomo con l'uomo e i rapporti dell'uomo con la natura. Gli uni e gli
altri sono stati, in centinaia di millenni, tanta parte dell'evoluzione
umana, e sono sempre, come Danilo ritiene, tanta parte dello sviluppo
maieutico del singolo e delle comunità. Allorché tali rapporti vengono
ignorati, si incorre nella violenza e nei suoi effetti perversi sulla salute
e sulla crescita dell'uomo. Non è senza senso, inoltre, l'osservazione anche
fugace degli oggetti che ornano la casa di Danilo. Anche essi rivelano il
rispetto e l'amore di Danilo per la natura, ma rivelano ancor più il
suo rispetto e l'amore per gli uomini, per le diverse culture che ancora
esistono sulla Terra, e che la presunzione etnocentrica dell'Occidente si
appresterebbe ad omologare e a distruggere, nell'abbaglio di una presunta
superiorità tecnico-culturale di questa parte del mondo. Quegli oggetti
contribuiscono a spiegare anche la ragione per cui Danilo ha scelto di vivere
nella Sicilia occidentale. Nei viaggi frequentissimi che egli compiva in
ogni parte del mondo non rimaneva attratto dagli aspetti apparentemente
esaltanti della cultura occidentale (che tuttavia non sottovalutava), non
dagli splendori urbanistici di New York o di altre megalopoli, ma dalla
cultura, dalle culture dei popoli, dalle diversità culturali che riteneva
essenziali per affrontare i mali presenti dell'umanità, per promuovere in
direzione umana l'evoluzione della stessa cultura dell'Occidente. Affascinato
dalle culture con cui si trovava a contatto, egli portava con sé un segno,
una testimonianza della cultura materiale, della produzione artistica dei
popoli, in qualunque parte della Terra essi si trovassero. Dicevo prima che ciò contribuisce a spiegare le
ragioni per cui egli scelse di vivere nella Sicilia occidentale. Le donne, i
contadini, i pescatori, i "banditi" di questa terra - i semplici
di qualsiasi parte del mondo - lungi dall'essere uomini senza cultura,
come in una riduttiva visione monoculturale si voleva far credere, i semplici
erano le persone a cui Danilo costantemente si apriva, erano dei
"maestri" dai quali in permanenza apprendeva. Una delle opere forse
più curate, via via rielaborate, tra gli scritti di Danilo, è Gente
semplice, che raccoglie i discorsi di personaggi come Santuzza, Zu
Vincenzo, Zu Peppino u pecuraru, Ugo il fungarolo della Sila; i discorsi di
pescatori, di potatori di ulivi, assieme ad altri degli esponenti più eccelsi
della cultura internazionale. Danilo era uno dei semplici, come
"semplice" è la sua casa, i suoi arredi, i suoi ornamenti. Il messaggio che deriva da questa devozione per i
semplici e per le diverse culture, è elevatissimo. Oserei dire che è un
messaggio di salvezza per l'umanità, il messaggio dell'azione nonviolenta di
cui l'umanità ha bisogno per sopravvivere. Tale messaggio si condensa- come
dicevo l'altra volta- nel "tu" generalizzato, universale, che
Danilo chiedeva e testimoniava: un programma proteso appunto nel futuro, come
programma di sviluppo, di conquista di libertà e dignità per l'uomo in
quanto tale. Mi sembra che Danilo combatta chiaramente un
mondo che si va polarizzando progressivamente in ricchi che divengono sempre
più ricchi e poveri che divengono sempre più poveri. In una società che vive all'insegna dell'economia
disgiunta dall'etica, che aspira alla ricchezza materiale confusa con la
dignità e i bisogni più alti , che identifica l' essere con l'avere
, come molto spesso e giustamente si dice, in una civiltà
economicistica come la nostra, Danilo sceglie la povertà, si schiera dalla
parte degli umili e dei diseredati, testimonia col suo pensiero e con la sua
opera che la ricchezza non si esaurisce nei beni materiali perseguiti
con fine a sé, non coincide col capitale che cresce a dismisura,
mentre a dismisura dall'altra parte, come conseguenza, cresce la povertà Con questi squilibri progressivi e oppressivi,
oltremodo violenti, che l'economicismo produce, la civiltà del Terzo
Millennio deve fare - a me sembra - urgentemente i conti. Da tante parti
ormai si comprende che l'avere è uno strumento dell'essere; che i
beni economici - senza essere sottovalutati - devono giovare ad altro tipo di
ricchezza. quella dei poteri e delle capacità degli uomini, di tutti gli
uomini; si capisce che gli uomini, tutti gli uomini, devono disporre per
diritto di un minimo di ricchezza economica per svilupparsi compiutamente
come uomini. E' questo un concetto diverso di sviluppo, nuovo rispetto a
quello esclusivamente economicistico e tecnico-scientifico concepito dalla
Modernità. Il pensiero sociale cattolico da tempo chiarisce, fra l'altro, che
lo sviluppo complessivamente inteso, quello che qui si è cercato di
delineare, è il nuovo nome della pace In tale logica Danilo e i suoi collaboratori
fondano fin dagli anni '50 - ed è la prima volta in Italia che ciò avviene -
il Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione. Essi operano in
questa direzione per promuovere, nella Sicilia occidentale, uno sviluppo che
non può essere umano se non è, anche, economico e produttivo. Non vi è chi non veda l'attualità di questo
principio, per l'intero Pianeta, fra l'altro in un momento che vede
l'occupazione come un'emergenza primaria, sia nell'Occidente che nel
Terzo e nel Quarto Mondo. Mentre il lavoro si industrializza e viene fatto in
gran parte dalle macchine, non è possibile che il lavoro stesso venga
localizzato in poche aree della superficie della Terra e che i profitti, i
benefici del processo produttivo, restino monopolio di pochi, mentre altri
languono nella miseria materiale e spirituale. Si sa pure che coloro i quali
dispongono della ricchezza in senso economico non per questo accedono alla
ricchezza nel senso umano del termine: se è vero come è vero che della
insoddisfazione esistenziale, della dipendenza e tossicodipendenza non sono
immuni i ceti sociali più abbienti. Da questo punto di vista, l'eredità lasciata da
Danilo al Terzo Millennio è immensa: tocca appunto lo sviluppo, la
sostenibilità etico-sociale, e non solo ecologica, del cosiddetto progresso;
ha a che fare con la pace su un Pianeta estremamente vulnerabile. Voglio soffermarmi infine sull'impegno educativo
di Danilo, che non è a sè stante, ma collegato col resto, con quanto già
detto. Danilo riuniva i contadini, i pescatori, gli
umili, perchè studiassero insieme, senza violenza, come uscire dal
loro stato, perché insieme progettassero il loro sviluppo, accedessero
alla dignità di uomini come ad una conquista, richiedessero agli enti
pubblici responsabili il rispetto dei diritti umani, primi fra tutti il
diritto alla vita e alla vera istruzione. C'è in questo un concetto nuovo di educazione e
di promozione dello sviluppo. Non si può attendere che lo sviluppo arrivi
dall'alto, "piova dalle nuvole". L'attesa passiva degli
interventi dall'alto suscita invece corruzione e disimpegno ,
"malattia" nei poteri pubblici; provoca connubio fra mafia,
politica e finanza; svuota la democrazia in processi burocratico-formali
privi di sostanza; si trasforma in dominio, sfruttamento delle moltitudini
da parte di minoranze. Vera educazione e vera politica si compenetrano e
circolarmente si rafforzano, si autenticano. La progettazione dello sviluppo da parte dei
contadini e dei pescatori, la lotta agli sprechi, la coscienza dei diritti e
delle forme subdole o palesi di oppressione che ne ostacolano l'esercizio,
l'importanza dell'unione e della pressione nonviolenta, e così via, sono
invece aspetti dell'educazione dell'adulto che la società deve ancora
scoprire. Le associazioni culturali, le cooperative, le organizzazioni
comunitarie in qualsiasi parte della Terra hanno molto, talora forse tutto,
da fare in questa direzione. Ma l'educazione non è solo degli adulti. Anche
per i bambini, i fanciulli, i preadolescenti, e così via, Danilo pensò,
assieme alla gente, ad una scuola sperimentale, quella che sorge a Mirto, e
che ha bisogno di funzionare davvero, secondo lo spirito col quale fu
originariamente concepita. Quella scuola vuole stabilire, ad esempio, un
rapporto con la natura, non certo e non solo per respirare aria salubre. C'è
una forma di salubrità dell'apprendimento che nasce dall'esperienza,
dalla ricerca, e questi sono aspetti dell'educazione che vanno scoperti e
praticati. La concezione maieutica di Danilo esprime il
senso della crescita umana come crescita che avviene per bisogno e impulso
interiore; denota la nozione dei rapporti di reciprocità e interdipendenza
fra individui, fra comunità, fra culture, fra uomo e natura. Che la realtà
non sia fatta di elementi semplici, isolati e a sé stanti, come per secoli ha
pensato la scienza moderna, è un concetto che profondamente informa il
rapporto maieutico: si cresce nella reciprocità, nella comunicazione, nella
cooperazione. Si cresce insieme. Qualcuno ha detto che Danilo è antesignano di Mani
pulite. Vorrei aggiungere che egli è anche antesignano di un nuovo modo di vivere e di
convivere, un nuovo modo di crescere, di rispettare e ascoltare l'altro da
sè, un nuovo modo di pensare. 30 gennaio 1998 Nino Mangano |