Addio al Gandhi di
Sicilia. Un personaggio tolstojano, solitario combattente nell’Italia degli
anni Cinquanta
di Lucio Villari
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Sembrava uscito dalla penna di Tolstoj, Danilo
Dolci, morto il 30 dicembre 1997 a Partinico, stroncato da un infarto. Era
Pierre Bezuchov di Guerra e pace: "alto, forte grosso, con gli
occhiali", appassionato filantropo, seguace delle idee di Rousseau,
ostinato cercatore di verità morale. Personaggio indimenticabile dietro il
quale si celava il grande scrittore russo. educantando tolstojano è stato
certamente Dolci nelle battaglie politiche e culturali che lo videro
protagonista, talvolta solitario, nell’Italia difficile degli anni Cinquanta.
Non sono in molti a ricordare quel tempo apparentemente lontano, e invece
vicinissimo, perché in quegli anni si è costruito, grazie anche a uomini come
Dolci, quel principio di onestà pubblica e quel principio di onestà della
politica e dell’amministrazione che sono oggi a fondamento del futuro
dell’Italia. Tolstoj aveva, a suo modo, combattuto, in nome di un
cristianesimo primigenio ed elementare, anche per principi come questi. Idee
universali che poi il Mahatma Gandhi aveva assorbito nella forza
irresistibile della nonviolenza. Da questi "autori" proveniva la
formazione culturale e ideologica di Dolci, arricchita però dall’esigenza di
dare concretezza e realtà, nell’Italia del dopoguerra, a quei valori così
intensamente spirituali. Quell’Italia fu per Dolci, anzitutto, il Sud estremo
e potente, la Sicilia. Un luogo della natura e della storia unico per
contraddizioni e giustizie irreparabili; un groviglio dentro il quale, il
giovane Dolci, nato all’estremo opposto della Sicilia, in una terra di
confine come Trieste, si getto con il coraggio e l’entusiasmo di lottatore
nonviolento. educantando fu scontro frontale fra il grosso e forte Danilo e
il mondo della mafia. Chi vuole avere un’idea di quegli anni socchiuda gli
occhi e immagini aride campagne senz’acqua, contadini poveri e bruciati dal sole,
case e tratturi calcinati, percorsi da campieri a cavallo con la doppietta a
sorvegliare le "proprietà", a paesi senza legge che solo il cinema
sapeva raccontare (In nome della legge di Pietro Germi ne è forse la
più autentica rappresentazione). E poi immagini di città impenetrabili e
magiche come Palermo, dove tutte le ingiustizie si raggrumavano intorno a
poteri intoccabili. Il film di Germi è del 1949 ed è l’anno dei primi
confronti tra Dolci e la realtà siciliana. Insieme con un gruppo ristretto di
compagni, tra i quali un acuto indagatore di mafia Michele Pantaleone, Dolci
cominciò le sue inchieste che culmineranno nel 1955 nella pubblicazione di
Banditi a Partinico: un affondo politico contro la corruzione, le omertà e la
complicità di uomini politici e partiti, quali la Democrazia Cristiana e le
organizzazioni della destra conservatrice. Infatti, Banditi a Partinico, si
congiunge con il libro successivo Inchiesta Palermo, apparso nel 1957.
Intorno a queste opere la Sicilia dei corrotti alzò un muro invalicabile che
Dolci riuscì però a perforare con i digiuni e la nonviolenza Gandhiana. Fu
allora che l’azione di Dolci, di Pantaleone e degli altri, trascinati in
tribunale e condannati, esplose come un evento di verità e di lotta per tutta
la democrazia italiana. L’inizio del miracolo economico, le grandi migrazioni
interne, la feroce speculazione edilizia, trasformarono però tanti paesaggi
della Sicilia che Dolci conosceva così bene. Cambiò anche, lentamente e
inesorabilmente, la geografia della mafia. E Dolci si chiuse a poco a poco in
se stesso, con dignità e orgoglio. Ma quella Sicilia lo aveva segretamente
catturato e stregato. Ne usciva moralmente e politicamente vincitore, ma
anche poeta. Le poesie Il limone lunare, apparse nel 1970, ne sono la struggente
testimonianza. Per sua volontà ha avuto sepoltura nel Centro Studi di
Trappeto che oggi porta il suo nome. da "Repubblica" del 31 dicembre 1997 |