Danilo Dolci e la dimensione
utopica
di Livio Ghersi
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1. Danilo Dolci è morto il 30 dicembre 1997. Non era
siciliano. Era nato il 28 giugno 1924 in provincia di Trieste, a Sesana,
oggi città slovena. Eppure, dei 73 anni che gli è toccato di vivere,
ne ha trascorsi 45 in Sicilia, sempre in provincia di Palermo. Trappeto,
Partinico, sono stati i luoghi di Dolci, i luoghi che lui aveva scelto.
Dalla seconda metà degli anni Cinquanta e fino alla fine degli anni
Sessanta, Danilo Dolci è stato un "caso", che ha appassionato
e diviso l’opinione pubblica. Nel 1958, presso l’editore
Piero Lacaita di Manduria, venne pubblicato il primo libro su di lui.
Autore era niente meno che Aldo Capitini (1899-1968), il maggiore
teorico italiano della non-violenza (1).
Nello stesso anno 1958 Dolci fu insignito del "premio Lenin per
la pace". Nell’occasione dichiarò: "Non sono comunista,
non ho mai visitato un metro quadrato di U.R.S.S.. Se questo premio
vuole riconoscere un certo lavoro di sviluppo e di lotta nonviolenta
accetto e ringrazio" (2). Il consistente ricavato del premio venne utilizzato
per costituire il "Centro studi e iniziative per la piena occupazione"
di Partinico. A partire dagli anni Settanta, l’attenzione dell’opinione
pubblica cominciò a scemare, anche perché, nel frattempo, la realtà
socio-economica di Partinico, Trappeto, della Sicilia Occidentale
in genere, si era andata trasformando e molti degli obiettivi iniziali
potevano considerarsi raggiunti. Non si deve, tuttavia, pensare, che,
spentesi le luci della ribalta, Dolci sia sopravvissuto stancamente
alla sua fama. Continuò ad operare, svolgendo un lavoro più oscuro,
ma non per questo meno importante. E’ proprio all’ultimo
periodo che si devono i maggiori approfondimenti del suo pensiero,
con particolare riguardo all’esperienza di educatore. Egli,
appunto, fu soprattutto un educatore, ma anche poeta e sociologo.
Appartenne a quella specie di uomini che consacrano la propria vita
ad una utopia. Il punto è che non si limitò a sognare, ma la sua utopia
seppe tradursi in frutti, in realizzazioni concrete, che restano dopo
di lui. Nell’articolo che segue, "Danilo
Dolci sul filo della memoria", Giuseppe Casarrubea,
che è stato suo amico e collaboratore, ha significativamente scritto:
"ritengo che il più grande risultato pedagogico raggiunto da
lui, in tutta la sua esperienza, sia stato non Mirto, ma l’invaso
Poma sul fiume Jato, la grande diga con i suoi fitti canali di irrigazione
per la quale egli si era battuto già dai primi anni ‘50". 2. Siamo particolarmente lieti di pubblicare l’articolo
di Casarrubea, che oltre tutto esprime il punto di vista di una persona
profondamente radicata nella realtà di Partinico. Giuseppe Casarrubea
non soltanto è preside della Scuola media statale "G. B. Grassi
Privitera" di Partinico, non soltanto è autore di numerosi libri,
tra i quali uno studio proprio su Danilo Dolci ( Aspetti di un’alternativa
culturale dalla Sicilia occidentale, Trapani, Celebes, 1974).
Egli porta lo stesso nome di suo padre, ucciso il 22 giugno del 1947
nella sede della Camera del Lavoro di Partinico da banditi della banda
di Salvatore Giuliano. In quell’occasione i banditi spararono
diverse raffiche di mitra e tirarono bombe a mano. Oltre a Casarrubea,
venne colpito a morte Vincenzo Lo Iacono, anche lui iscritto al PCI.
Degli altri militanti che si trovavano, quella sera, nella sede della
Camera del Lavoro, rimasero, più o meno gravemente, feriti Giuseppe
Salvia, Salvatore Patti e Leonardo Addamo. Quello stesso 22 giugno
i banditi colpirono a Carini, a San Giuseppe Jato, a Cinisi, a Monreale.
In un documento, a firma S. Giuliano, rinvenuto a Partinico subito
dopo il fatto di sangue, erano spiegate le motivazioni dei banditi
(o meglio, di chi li usava): impedire che la Sicilia diventasse "un
misero ordigno della mastodontica macchina sovietica" (3).
Era la medesima logica della strage di Portella della Ginestra, avvenuta
poco più di un mese prima: l’1 maggio 1947. Giuseppe Casarrubea
ha scritto un libro su Portella della Ginestra, pubblicato l’anno
scorso da Franco Angeli. Al libro è premessa una dedica, di cui riportiamo
un passo: "a mia madre, per le notti di angoscia e di paura che,
da bambino, mi videro abbracciato a lei, unico conforto nella solitudine
di una tragedia immane. Sento ancora sulla pelle il suo respiro caldo,
le sue mani che volevano difendermi da tutti i mali del mondo. Non
credeva nella giustizia degli uomini, e aveva ragione: nessun tribunale
le avrebbe reso giustizia, in quegli anni" (4). 3. La ricca testimonianza di Casarrubea rende complessivamente
il senso dell’esperienza di Danilo Dolci. In questa premessa,
noi ci permettiamo di ricordare alcuni fatti che Casarrubea dà per
scontati e che invece il lettore odierno può non avere presenti. Soprattutto,
ci preme esprimere, in conclusione, qualche valutazione personale.
Ogni utopia (sia essa religiosa, sociale, politica,
o tutte queste cose insieme) nasce sempre da uno stato d’animo
di profonda insoddisfazione nei confronti della realtà; a questa insoddisfazione,
che di per sè potrebbe essere un dato largamente diffuso in qualsiasi
società umana in ogni tempo, si aggiunge un ulteriore elemento psicologico
di cui invece soltanto pochi, di solito, sono portatori: la convinzione
che sia possibile trasformare radicalmente la realtà, rivoluzionarla
completamente, fino a realizzare ciò che non è mai stato "in
nessun luogo" e in nessun tempo. Basta volerlo. Basta impegnarsi.
Vediamo di trovare conferma di questo assunto nelle origini di Dolci,
quali lui stesso ha descritto. La sua era una famiglia piccolo-borghese.
Suo padre lavorava nelle ferrovie, come capostazione. Pur non avendo
un radicamento in un posto preciso per i trasferimenti cui il padre
era soggetto nello sviluppo della sua carriera, Dolci aveva avuto
l’opportunità di seguire un regolare corso di studi e si era
poi iscritto alla Facoltà di architettura di Milano. Non era, tuttavia,
tagliato per una tranquilla esistenza "borghese". Fin da
piccolo era stato un lettore vorace e infaticabile, desideroso di
conoscere perché alla ricerca di un senso da dare alla vita. Una vita
che si svolgeva in un ambiente esterno segnato dal fascismo, dal nazismo,
dalla guerra mondiale. La cultura libresca ad un certo punto non gli
bastò più. "A cosa di veramente valido potevo confrontare quanto
apprendevo? Il mio non era un apprendere di seconda mano? Attorno
a me vedevo sempre più chiaramente persone che pensavano in un modo,
dicevano spesso in un altro, e vivevano, frammentate, in un altro
ancora: erano per lo più una massa di distratti, di incoerenti, di
superficiali, apparentemente sicuri ma senza profonda fiducia in possibili
cambiamenti nostri e del mondo" (5).
Voleva l’esperienza diretta, la conoscenza che nasce dal confronto
con la realtà vissuta delle altre persone. Trovò ciò che cercava nella
comunità cristiana cattolica di Nomadelfia, organizzata da don Zeno
Saltini nel vecchio campo di concentramento nazista di Fossoli
presso Carpi, in provincia di Modena. "Zappando, buttando latrina
nei campi, vivendo con orfani, ex-ladruncoli, malati, sperimentavo
cosa era crescere insieme ... Sentivo ormai veramente che, come è
indispensabile per ciascuno fare il punto in sé, vivendo secondo le
proprie persuasioni, così la vita di gruppo, la vita comunitaria,
è pure un indispensabile strumento di verifica e di costruzione personale
e collettiva" (6). E’ qui
già delineato il percorso di formazione di Dolci. E’ importante
sottolineare che, anche nel suo pensiero più maturo, sempre si sottolinea
l’importanza della dimensione individuale. Ogni singola
persona deve necessariamente partire da un momento individuale di
ricerca, di introspezione, di progressiva presa di coscienza dei propri
bisogni più essenziali e delle proprie attitudini. E’ questo
il significato dell’espressione "fare il punto in sé".
Solo che, per Dolci, la maturazione individuale si completa e si arricchisce
nella dimensione comunitaria, laddove le energie, le esperienze,
le intelligenze, si sommano e si potenziano reciprocamente, traducendosi
in un operare comune, con un deciso salto di qualità rispetto alle
possibilità di azione del singolo. La dimensione comunitaria che Dolci
ha in mente si realizza a livello di microstrutture, concepite
non come entità totalizzanti, ma come comunità in cui sia davvero
possibile la comunicazione reciproca su base paritaria, così da non
perdere nessun apporto creativo di cui i singoli sono capaci. Ogni
microstruttura è, in se stessa, fattore di cambiamento sociale, è
luogo di sperimentazione di nuove possibilità di lavoro, di nuovi
rapporti economici, di nuovo costume, di nuova mentalità. Le diverse
microstrutture dialogano e comunicano fra loro, cooperano e si sostengono
reciprocamente, costruendo una rete di sperimentazione di rapporti
sociali ed economici alternativa rispetto alle istituzioni date. Mano
a mano che questa rete si diffonde e si accresce di sempre nuovi apporti,
si finisce per determinare un cambiamento anche nel modo di essere
e di organizzarsi delle macrostrutture, cioè degli enti territoriali
maggiori, degli stati e, in prospettiva, dell’intera comunità
internazionale. 4. Quando Dolci si sentì pronto, lasciò la comunità
di Nomadelfia e decise di recarsi a Trappeto, in Sicilia, soltanto
perché questo era "il paese più misero" che avesse mai visto.
Suo padre, infatti, per un periodo era stato capostazione proprio
a Trappeto. Quando Dolci vi giunse, agli inizi del 1952, "il
paese era attraversato da un vallone centrale che serviva da fognatura
scoperta. I bambini di Trappeto ci sguazzavano dentro" (7).
Così lo stesso Dolci ha definito quella realtà: "Mi trovavo,
pur in Europa, in una delle zone più misere ed insanguinate del mondo:
vasta la disoccupazione, diffusissimo l’analfabetismo, sottilmente
e prepotentemente penetrante quasi dovunque la violenza mafiosa"
(8). Il metodo praticato da Dolci per
promuovere lo sviluppo civile e sociale di una comunità è squisitamente
democratico: 1) discussione, quanto più partecipata possibile,
con la gente del luogo affinché emergano i bisogni primari di interesse
comune; 2) individuazione di una soluzione concreta per ogni bisogno
collettivo di cui si è preso coscienza (ad esempio, la mancanza d’acqua);
3) organizzazione della gente in movimenti di pressione dal basso
per affermare, nei confronti dell’opinione pubblica e delle
istituzioni, la necessità di adottare quella tale soluzione per ogni
bisogno primario; 4) scelta di condurre le agitazioni e la lotta con
modalità rigorosamente nonviolente, anche per togliere ogni alibi
a chi è sempre pronto a denunciare il sovversivismo incombente. Si
potrebbe obiettare che il metodo descritto non presenta particolari
caratteri di novità. Solo che Dolci si trovò ad operare in una realtà
sociale assuefatta a convivere con la miseria ed il degrado; dovette
scuotere una rassegnata passività e suscitare speranze laddove chiunque
prospettasse la possibilità di cambiare le cose era accolto con scetticismo
e diffidenza. In uno scritto del 1966, Dolci si interrogava, ad esempio,
sul perché un vecchio detto popolare siciliano recitasse: "chi
gioca solo non perde mai". E dava questa spiegazione, in cui
è evidente l’ironia: "Una delle risposte più illuminanti,
forse la più illuminante per molti casi, è condensata nel significato
locale della parola "associazione", che significa molto
spesso "associazione a delinquere": tutti coloro che non
vogliono dunque mali rischi, non mirano certo volentieri ad associarsi"
(9). 5. Dolci dimostrò, inoltre, una straordinaria fantasia
nell’introdurre nuove modalità di lotta sociale. Fu il primo
in Italia a praticare il digiuno per richiamare l’attenzione
dell’opinione pubblica su di un dato problema, mutuando la tecnica
usata da Gandhi in India. Nell’ottobre del 1952 digiunò
per otto giorni consecutivi dopo l’ennesimo caso di mortalità
infantile, determinato da denutrizione. Fu in quell’occasione
che Aldo Capitini gli scrisse la prima lettera, iniziando un
rapporto di reciproca stima e di interscambio di esperienze che non
si sarebbe più interrotto. Proprio Capitini mise in contatto Dolci
con Bobbio, Calamandrei, ed altri esponenti della cultura laica di
matrice azionista. Nel 1956 Dolci inventò "lo sciopero alla rovescia",
in cui cioè lo sciopero non consisteva nell’astensione dal lavoro,
ma nel lavoro volontario per riattivare una "vecchia trazzera"
(strada non asfaltata). Le Autorità del tempo ritennero che tale comportamento
integrasse il reato "di invasione di terreni". Incredibile
a dirsi, ma, per questo motivo, Dolci fu arrestato insieme ad altri
quattro "scioperanti", detenuto per 50 giorni, condotto
in manette al processo, e condannato, sia pure con il riconoscimento
dell’attenuante "dei motivi di particolare valore morale
e sociale". Ci piace ricordare che in quel processo (Tribunale
penale di Palermo, Sezione I), tenutosi nel marzo del 1956, Piero
Calamandrei faceva parte del Collegio di difesa di Dolci. In effetti
straordinaria fu, negli anni Cinquanta, la mobilitazione degli intellettuali
italiani a sostegno dell’azione che Dolci svolgeva in Sicilia.
Da Norberto Bobbio a Carlo Levi, da Elio Vittorini ad Ignazio Silone,
da Aldo Capitini a Giulio Einaudi, da Guido Calogero a Riccardo Bauer,
forte e convinto venne il sostegno a Dolci. Il 6 febbraio del 1956,
ad esempio, Elio Vittorini inviò la seguente lettera al direttore
de L’Espresso: "Leggo nell’ultimo numero dell’Espresso
il servizio di Carlo Falconi sul digiuno dei mille siciliani di Trappeto,
Balestrate e Partinico. Vi leggo che la polizia ha impedito loro,
con uno spiegamento di 500 uomini, di farlo in pubblico sulla spiaggia
detta di San Cataldo. Ma non vi leggo contro che cosa in particolare
Danilo Dolci e i suoi "mille" volessero protestare con quel
digiuno. Invece è importante dirlo. Lungo la costa a ponente di Palermo
ha luogo con maggiore insistenza che altrove, e con effetti molto
più gravi, la pratica criminosa della mafia di mare, e cioè dei motopescherecci
che pescano "a traino", o addirittura a mezzo di esplosivi,
nelle acque di poco fondo prossime alle rive. A causa di tale pratica,
che peraltro distrugge il pesce appena nato e pregiudica ogni giorno
di più le possibilità future della pesca in generale, i pescatori
poveri dei villaggi costieri, con le loro piccole reti da superficie
e con delle barche a remi che non consentono loro di cercarsi un compenso
in altomare, si trovano ridotti letteralmente alla fame. La legge
proibisce ai motopescherecci di pescare nelle acque costiere. Ma i
padroni dei motopescherecci di Castellammare, Palermo, ecc., non hanno
mai tenuto conto di quello che la legge proibisce. Né sembra che le
autorità locali abbiano mai fatto un serio tentativo di imporre il
rispetto della legge ai padroni dei motopescherecci. Danilo Dolci
voleva, col digiuno suo e dei mille che gli sono associati, protestare
appunto (nell’interesse dei pescatori poveri) contro i padroni
dei motopescherecci che non rispettano le leggi sulla pesca. Ed ecco
le stesse autorità che tollerano ogni giorno la trasgressione affamatrice
della mafia marittima, mettersi d’impegno per impedire, con
ben 500 uomini di polizia, che le vittime di quella trasgressione
ne denunciassero, digiunando in pubblico, lo scandalo" (10).
In altri termini, occorreva una mobilitazione popolare per chiedere
il rispetto della legge! 6. Legge delle leggi è la Costituzione della Repubblica.
L’articolo 4, primo comma, della Costituzione recita che: "La
Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove
le condizioni che rendano effettivo questo diritto". Dolci già
nel libro "Banditi a Partinico" (Bari, Laterza, 1955), pubblicato
con prefazione di Norberto Bobbio, aveva espresso questo semplice
concetto: la propensione al banditismo ed alle attività criminali
non poteva essere vinta puntando esclusivamente sull’apparato
repressivo dello Stato; occorreva creare in loco opportunità
occupazionali, perché il banditismo era, nella stragrande maggioranza
dei casi, un portato della disperazione e se la gente avesse avuto
l’alternativa di poter di vivere con un lavoro onesto, ben volentieri
l’avrebbe preferita ad un’esistenza irregolare. La diagnosi è in sè giusta. Ciò non toglie che, dal
nostro punto di vista, non basta enunciare l’obiettivo della
"piena occupazione", ma poi bisogna vedere come innestarlo
concretamente nelle dinamiche dell’economia. Negli anni Cinquanta,
quando si parlava di piena occupazione, si poteva fare riferimento
ad alcune esperienze precise. C’era l’esperienza della
socialdemocrazia dei Paesi scandinavi, ma quei Paesi erano tanto diversi
dalla nostra realtà, a partire dal dato fondamentale della popolazione
(la Svezia, più estesa dell’Italia, ancora nel 1985 aveva una
densità di 20 abitanti per chilometro quadrato, a fronte dei 190 abitanti
risultanti in Italia nello stesso periodo). C’era poi l’esperienza
delle economie collettivistiche dei Paesi cosiddetti del "socialismo
reale" e oggi si sa come è finita. La verità è che nessuno dispone
di ricette economiche affidabili al riguardo. Una cosa è certa: tutti
coloro che affermano che in un’economia di mercato si possa
raggiungere una situazione di "piena occupazione", assecondando
le dinamiche spontanee del mercato stesso, mentono sapendo di mentire.
Dopo la condanna di Dolci, conseguente allo "sciopero
alla rovescia", nel 1956 venne pubblicato a Torino, per i tipi
della Einaudi, il libro "Processo all’articolo 4"
che conteneva contributi dei seguenti Autori: Achille Battaglia, Norberto
Bobbio, Piero Calamandrei, Alberto Carocci, Federico Comandini, Mauro
Gobbini, Vittorio Gorresio, Carlo Levi, Lucio Lombardo-Radice, Maria
Fermi Sacchetti, Nino Sorgi, Nino Varvaro, Gigliola Venturi (moglie
dello storico Franco), Elio Vittorini, oltre che dello stesso Dolci.
Con Dolci si schierò senza riserve l’Associazione italiana per
la libertà della cultura, di cui era magna pars Ignazio
Silone, come comprova il Bollettino della AILC del 10 marzo 1956.
Fino al maggio del 1956, l’Associazione tenne aperta una sottoscrizione
a favore della Università popolare creata da Dolci a Partinico. Il
ricavato (oltre un milione e mezzo di lire) fu utilizzato per fornire
la biblioteca della struttura di Partinico di libri e suppellettili
(11). Silone fu tra i promotori del
Comitato nazionale di solidarietà con Danilo Dolci, costituitosi a
Roma, al quale aderirono, oltre a Carlo Levi, pure diversi esponenti
comunisti, come Mario Alicata, Renato Guttuso ed Antonello Trombadori.
Né deve stupire questa intesa trasversale da Silone ad Alicata, perché,
come era chiaramente scritto nella lettera che sollecitava l’adesione
al Comitato, "l’opera di Dolci (che si svolge sul piano
individuale e non coincide per la sua stessa natura con quella di
alcun partito) si incontra con il movimento liberatore delle masse
meridionali" (12). Quando oggi
si blatera di mancanza di un sentimento nazionale italiano, si ricordi
anche la storia di quest’uomo venuto da Trieste ad operare in
Sicilia, intorno al quale si unì il meglio dell’intellettualità
italiana per difendere le ragioni dei più poveri fra i poveri del
Sud! 7. Per avere esatta contezza di quale fu l’attività
di Danilo Dolci negli anni Cinquanta e Sessanta, basta leggere il
libro "Esperienze e riflessioni", pubblicato a Bari, da
Laterza, nel 1974, che è una silloge di precedenti scritti di Dolci.
Lo scritto "Una autoanalisi popolare sull’associazione",
del 1966, contiene la documentazione relativa al processo contro Danilo
Dolci e Franco Alasia, a seguito di querela per diffamazione
presentata dagli uomini politici Bernardo Mattarella e Calogero Volpe.
La storia è la seguente. Nel novembre del 1963, la Commissione parlamentare
antimafia, presieduta dal senatore Donato Pafundi, si era rivolta
al Centro studi ed iniziative di Partinico per sapere se poteva fornire
documentazione utile all’attività della Commissione. Dolci pensò
di incentrare la ricerca sui rapporti tra mafia e politica e cominciò
a raccogliere documentazione sull’uomo politico democristiano
Bernardo Mattarella, più volte ministro ed al tempo ministro in carica.
Ovviamente, non è che tutta la problematica dei rapporti tra mafia
e politica in Sicilia si esaurisse nella persona di Mattarella, ma
quello era l’uomo politico più rappresentativo ed influente
della zona in cui Dolci operava e quindi su di lui si concentrò l’attenzione.
Provare che un politico abbia rapporti con la mafia non è certamente
impresa semplice. Si ritenne allora di valutare gli spostamenti del
ministro in questione durante le campagne elettorali, registrando
tutti i casi in cui egli si era pubblicamente incontrato, in occasione
di comizi o altre manifestazioni, con mafiosi conclamati o sospetti
mafiosi; ovvero di registrare tutti i casi in cui mafiosi conclamati,
o sospetti mafiosi, avevano pubblicamente assunto iniziative di sostegno
elettorale del predetto ministro. La documentazione raccolta consisteva
in dichiarazioni, ciascuna sottoscritta da uno o più testimoni, che
attestavano singoli e circostanziati episodi, rilevanti nel senso
predetto. Tutti i testimoni erano disposti ad essere sentiti dalla
Commissione, per confermare a voce le dichiarazioni rese per iscritto.
Le prime cinquanta testimonianze vennero consegnate alla Commissione
parlamentare antimafia il 22 settembre 1965. Lo stesso giorno Dolci
tenne una conferenza stampa al Circolo della stampa di Roma per rendere
di dominio pubblico che quel determinato materiale era stato consegnato
alla Commissione. Scopo dichiarato era quello di impedire che, a quel
punto, la Commissione antimafia non desse seguito alla iniziativa.
Immediatamente, Bernardo Mattarella, Ministro per il commercio con
l’estero, e Calogero Volpe, Sottosegretario alla sanità, anche
lui chiamato in causa, presentarono querela per diffamazione. Il processo,
dinanzi alla IV sezione penale del Tribunale di Roma, ebbe inizio
il 20 novembre 1965. Avvocati difensori di Mattarella erano Giovanni
Leone (nel dicembre del 1971 eletto Presidente della Repubblica)
e Girolamo Bellavista, quest’ultimo del Foro di Palermo. Poiché
la questione era diventata di competenza del giudice penale, la Commissione
parlamentare antimafia dichiarò di non poter assumere alcuna iniziativa,
per non interferire con l’operato della Magistratura. La strategia
della difesa di Mattarella fu quella di sostenere che le accuse di
rapporti con la mafia altro non erano che una montatura politica e
che i testimoni erano militanti o simpatizzanti di partiti avversi
a quelli del Ministro. La difesa di Dolci ed Alasia cercò allora di
produrre nuove testimonianze, indicando persone al di sopra di ogni
sospetto, come don Giacomo Caiozzo, sacerdote di Castellammare del
Golfo. Gli avvocati di Mattarella si opposero all’ammissione
di nuovi testi. Disse tra l’altro l’avvocato Leone: "La
causa, essendo già sufficientemente istruita, non postula la opportunità
di nuovi accertamenti. Il processo non può e non deve uscire dai suoi
limiti, in esso non si possono affrontare problemi generali dovendosi
esso riferire a problemi personali..." (13).
Il Tribunale accolse questa tesi. Con tale decisione, la posizione
processuale degli imputati era definitivamente pregiudicata. In altri
termini, la Commissione parlamentare antimafia aveva rinunziato ad
esprimere un giudizio politico sulla vicenda, dal momento che della
questione era stato investito il Tribunale competente. Il Tribunale
ritenne che non si dovevano affrontare questioni generali, perché
la controversia era limitata alla tutela della onorabilità di persone.
Ciò equivale a dire che di una quisquilia come quella di appurare
se nella Sicilia Occidentale ci fosse effettivamente un sistema clientelare-mafioso
nel quale erano coinvolti ministri della Repubblica in carica, nessuno
poteva occuparsi. Con una lettera del gennaio 1967, Dolci ed Alasia
comunicarono al Presidente del Collegio giudicante la loro decisione
di astenersi, per protesta, dal partecipare alle ulteriori udienze.
Dolci fu condannato a due anni di reclusione e a 250 mila lire di
multa, oltre al pagamento delle spese processuali. La pena, però,
fu condonata. Bernardo Mattarella uscì vittorioso dalla contesa giudiziaria,
ma a partire dal 23 febbraio 1966, quando si costituì il terzo governo
Moro, non fu più ministro. Lo stesso materiale documentario relativo
al processo è stato pubblicato, in precedenza, nel libro "Chi
gioca solo" (Torino, Einaudi, settembre 1967). E’ particolarmente
penoso rievocare questa vicenda pensando che il figlio di Bernardo,
Piersanti Mattarella, morrà, ucciso dalla mafia, il 6 gennaio
1980, mentre ricopriva la carica di Presidente della Regione. 8. "Maieutica" è parola che deriva
dal greco; denota l’opera della levatrice, dell’ostetrica.
In un dialogo di Platone, il Teeteto, Socrate ricorda
di essere figlio di una molto brava e vigorosa levatrice, Fenàrete.
Similmente a sua madre, pure l’arte che Socrate esercita è maieutica:
infatti, come un ostetrico, aiuta a partorire, anche se nel suo caso
si tratta di parto di anime e non di corpi. Socrate non insegna, interroga
e, attraverso le domande, fa in modo che i suoi interlocutori vedano
chiaro in sè stessi e riescano ad esprimere compiutamente i pensieri
di cui la loro mente è gravida. Aiutare i pensieri a venire al mondo:
in questo consiste l’arte di Socrate. Ma i pensieri sono di
chi li ha concepiti, così come i bambini nascono dalle loro madri.
Fuor di metafora, l’approccio maieutico è dunque quello che
stimola le potenzialità già insite nel soggetto con il quale ci si
rapporta. Non c’è trasmissione di un sapere pre-definito secondo
un modello autoritario maestro/allievo, ma auto-scoperta di un nuovo
dato di conoscenza, attraverso l’osservazione diretta del fenomeno
preso in esame, il dialogo con altri che valutano il medesimo fenomeno,
e l’esercizio delle proprie facoltà intellettuali. L’approccio
maieutico costituisce un concetto chiave nel pensiero di Dolci, anche
se egli precisa che "la maieutica socratica è diversa dalla nostra"
(14). Secondo Dolci, infatti, il rapporto mieutico è
sempre fondato sulla reciprocità. In altri termini, non c’è
nessuno che possa limitarsi alla funzione di "ostetrico"
di pensieri, perché tra due soggetti che comunicano l’uno ha
sempre da dare qualcosa all’altro. Anche i bambini che interrogano
il loro insegnante possono, con le loro domande, offrirgli dei nuovi
spunti di riflessione, prospettargli dei punti di vista sulla realtà
che prima non aveva considerato. Inoltre, per Dolci, il rapporto maieutico
non si esaurisce nelle relazioni interpersonali. Pure la natura, gli
alberi, i fiori, gli animali, gli insetti, le acque, il mare, parlano
ed insegnano, per chi è capace di osservazione e di ascolto. "Il
pur geniale Socrate non aveva intuito che applicando la maieutica
anche nei rapporti con qualsiasi creatura e materia avrebbe potuto
ottenere risposte, pur se mute" (15).
Il problema è appunto quello che sta venendo meno la capacità di osservare:
"il nostro residuo osservare viene sempre più inquinato dai latenti
messaggi-ordini emessi dai centri del dominio tecnologico" (16).
Anche le microstrutture in cui i singoli si associano devono, secondo
Dolci, avere la caratteristica di essere maieutiche: "La struttura
maieutica reciproca è organismo precipuo alla crescita di ognuno e
dell’insieme" (17). "Ogni essere vivente è un organismo":
"Dalle biomolecole ai micro e ai macrorganismi, vita è organizzarsi.
A ogni organismo, unico, è possibile il potenziarsi in nuovo organizzarsi"
(18). Nuovo organizzarsi delle persone in strutture
maieutiche, in cui similmente a ciò che avviene per le cellule negli
organismi, i singoli si coordinino fra loro per uno scopo comune:
questo lo scenario che l’ultimo Dolci ha delineato. E, come
negli organismi le cellule sane sono minacciate dai virus, il più
pericoloso virus che attenta alla salute mentale e morale degli esseri
umani è "il virus del dominio". Per Dolci bisogna
saper distinguere il "potere", che in sé è concetto positivo
in quanto denota possibilità di fare, dal "dominio", che
invece è concetto intrinsecamente negativo. Del resto, la consapevolezza
di questo assunto era già presente nel pensiero cinese all’incirca
coevo a quello di Socrate. In proposito Dolci richiama Lao-Tze
nel Tao (Il libro della via): "Far crescere, ma
non dominare: questo è la virtù. Il saggio non si appropria del nascente.
Non dimora nell’opera compiuta" (19). 9. Chi ha dimestichezza con il pensiero liberale sente
immediatamente suonare un campanello d’allarme nel sentire parlare
di strutture sociali che devono raggiungere la perfezione di un organismo.
Una cosa, infatti, è l’aspirazione a vivere in armonia con la
natura, rispettandone i cicli ed i ritmi, sentendosi "creatura"
fra le "creature". Altra cosa è pensare di modellare la
realtà sociale secondo una concezione organicistica, che non lascia
al singolo altro ruolo che quello previsto dal modello teorico che
si ha in mente. Al riguardo, è dunque opportuno precisare che Dolci
contrappone al concetto di "organismo" quello di "massa"
(20). "La massa sussiste in quanto
e dove il dominio perdura: per poter dominare facilmente occorre ridurre
la gente a brulicanti cumuli" (21). "Costipare gente da schiere di banchi nelle
scuole (e prescuole) a schiere di banchi nelle chiese fino a banchi
di lavoro più o meno forzato: da un ghetto all’altro, da un
lager a un altro; non favorire gli incontri fra i lontani e l’imparare
a conoscersi; non favorire i rapporti tendenti a scoprire come è possibile
crescere insieme: così si impasta la massa" (22).
Ed ancora: "Cultura di massa? Società di massa? Ovunque s’impastoia
e impasta gente che "non sospetta di essere prigioniera"
e non fermentando non cresce, forzata in situazioni insane pur tra
effimere eleganze, la vita regredisce. Altro è se moltitudini di creature,
tendendo ad un reciproco adattamento creativo tra loro e col mondo,
possono crescere in modo complessamente responsabile" (23). Se ne deduce, dunque, che Dolci ha, quanto noi,
timore e disgusto della "massificazione", cioè dell’acritico
conformarsi a modelli di comportamento che si tende ad imporre a tutti,
della riduzione degli esseri umani a numeri, rilevanti solo nella
dimensione di "consumatori". "Organismo", invece,
per Dolci è equilibrio che si raggiunge spontaneamente, come in natura,
per processi di reciproco adattamento. In uno scritto del 1987, a
nostro avviso importante, Dolci ha sostenuto che "La comunicazione
di massa non esiste". Gli organi di informazione di massa, i
mass media, in realtà non "comunicano", ma "trasmettono".
Qual è la differenza? "Una carezza può comunicare. Ma una fucilata,
o una revolverata, no: trasmettono, colpiscono. Solo il rapporto nonviolento
riesce a comunicare. L’inganno – dalla bugia fino a certa
pubblicità – come ogni violenza, non comunica. Nella misura
in cui la merce-trasmissione è guasta, o comunque falsa, in sè non
suscita comunicazione. Un mercato la chiede? Significa che esiste
anche un mercato sadomasochista" (24).
Comunicare è stabilire un rapporto di correlazione; è scambio:
è dare e ricevere. L’amore è un modo di comunicare. Nella "trasmissione",
pochi danno ciò che, secondo i loro obiettivi, ritengono opportuno
dare, mentre i più, passivamente, recepiscono. La trasmissione integra
un rapporto di dominio. La trasmissione "penetra" le persone,
per impadronirsene. Anche l’insegnamento che dà la scuola può
risolversi in mera "trasmissione" del sapere, anche questa
funzionale al perpetuarsi di rapporti di dominio: "Non è vero
che tra insegnamento e conoscenza vi sia un rapporto di causa ed effetto.
Ridurre negli altri l’esperienza della ricerca e della creatività
non solo spegne la gioia della scoperta ma produce risentimenti, talora
odio (e non soltanto contro l’ambiente inoculatore ma anche
contro "la materia" stessa). In tutto questo non si articola
un processo educativo: sovente vi si espande distruzione di personalità,
distruzione del naturale bisogno di sapere" (25). 10. Dolci riteneva di essere portatore di un pensiero
rivoluzionario, ma parlava di "rivoluzione nonviolenta".
"Chi pensa che la guerra sia la "forma suprema" di
lotta, il modo di risolvere i contrasti, ha una visione ancora molto
limitata dell’uomo e dell’umanità. Chi ha effettiva esprienza
rivoluzionaria sa – e deve ammettere – come per riuscire
a cambiare una situazione deve fare appello, esplicitamente o meno,
ad un livello morale, oltre che materiale, superiore a quello imperante;
sa come l’appellarsi a princìpi più esatti, ad una morale superiore,
divenga elemento di forza effettiva: e in questo modo la sua azione
è rivoluzionaria anche in quanto contribuisce a creare nuova possibilità,
nuova capacità, nuova cultura, nuovi istinti: nuova natura dell’uomo"
(26). "Un tempo si era impegnati
o ad annientare gli avversari, nella misura in cui non si riusciva
a tenerli utilmente sotto, o a badare di mantenersi puri: mentre l’attenzione
fondamentale deve essere posta sul riuscire a risolvere le difficoltà,
i conflitti, nei modi più perfetti. Problema fondamentale della nuova
rivoluzione è quello di scoprire come impedire ed eliminare lo sfruttamento,
l’assassinio, l’investimento di energie in strumenti di
assassinio, sapendo promuovere reazioni a catena non di odio e di
morte ma di nuova costruzione, di nuova qualità della vita" (27).
"Devo riconoscere che la lotta contro una situazione insana può
condurre più vicino alla sanità – dunque alla pace – pur
con altri mezzi: ma non posso non tener presente come la violenza,
anche se diretta a fini generosi, ha ancora in sè il seme della morte"
(28). Nonviolenza, dunque, perché si
tende alla vita, all’armonia, mentre nella violenza, comunque
motivata, c’è sempre "il seme della morte". Più importante
della rivoluzione ventura, è riuscire a diventare, da subito, rivoluzionari.
E, per esserlo, basta intanto seguire un semplice precetto: non
vendersi! "I prepotenti, gli sfruttatori, i veri fuorilegge,
difficilmente possono resistere nelle loro posizioni se non sono sostenuti
e difesi da chi si vende loro. Ma non si è ancora diffuso il chiaro
senso della necessità della non collaborazione e del boicottaggio
(è uno dei più acuti indici dell’equivoca insufficienza delle
religioni tradizionali) alle iniziative sostanzialmente insane"
(29). 11. Fin qui Dolci. Noi – lo diciamo subito chiaramente
– forse per un nostro limite strutturale, siamo incapaci di
utopia. Questo non significa che ci ergiamo a difensori dell’esistente.
Soltanto che dall’analisi razionale e dalla valutazione critica
della realtà ci aspettiamo, di volta in volta, l’individuazione
di interventi concreti, realistici, che consentano di fare dei passi
in avanti nel senso auspicato. Non ci interessa, invece, la teorizzazione
di un obiettivo massimo. Non ci interessano le fughe in avanti. Non
crediamo nella possibilità di raggiungere un paradiso in terra. Siamo
del tutto scettici circa la prospettiva di uno sbocco felice della
storia umana, di addivenire ad un mondo in cui non soltanto non ci
siano più guerre, ma non ci siano più rapporti di dominio né fra gli
stati, né all’interno delle singole comunità statuali, ed in
cui le relazioni fra gli esseri umani si dispieghino su una base perfettamente
paritaria, nella pace, nella comprensione e nel rispetto reciproci,
nella cooperazione operosa, nell’armonia degli uomini fra loro
e con l’ambiente naturale ed il resto del creato. Lo scarto
fra la realtà e questa prospettiva utopica è troppo grande perché
si possa fare anche soltanto finta di ignorarlo. Siamo poi sicuri
che gli esseri umani siano naturalmente portati al bene, o non è forse
vero che sono, almeno altrettanto, capaci di male? Il problema, dunque,
dal nostro punto di vista, è quello di sviluppare, nella coscienza
di ogni singolo, l’esigenza morale, cioè il senso di un dover-essere
che si ponga costantemente come elemento di contraddizione rispetto
all’essere. Il problema, dal nostro punto di vista, è che ciascun
individuo, inevitabilmente sollecitato dalle continue prove della
vita, si impegni intanto in una lotta incessante con sè stesso per
fare emergere quanto di positivo c’è in lui e per rintuzzare
e sconfiggere le pulsioni negative, violente e distruttive, che pure
sono in lui. Ciò che vediamo è un compito infinito di auto-educazione,
di autodisciplina, di auto-perfezionamento spirituale, che non si
conclude mai finché c’é vita e che non è mai esente da cadute
ed errori. Il nostro non pretende di essere un punto di vista originale,
perché in questo caso stiamo soltanto rielaborando – con parole
nostre – quanto molto meglio aveva scritto Benedetto Croce
(30). Il paradiso, poi, manteniamolo in una dimensione
oltremondana, per quelli che ci credono. L’impegno sociale e
politico è importante, ma rischia di essere "cieco", di
tradursi in un vitalismo che ama l’azione in sè stessa, di immiserirsi
a questione di realizzazione di ambizioni personali, se non è costantemente
collegato a quell’incessante sforzo soggettivo di autocontrollo
e di auto-perfezionamento spirituale di cui prima si diceva. Ciò non significa che la dimensione utopica sia fuori
della storia. E’ esattamente il contrario. Non foss’altro
perché abbiamo intitolato un circolo culturale ad Adolfo Omodeo,
siamo pienamente consapevoli della forza che le utopie (Omodeo preferiva
l’espressione "miti") hanno come fattori di produzione
di nuova storia. Si pensi al Cristianesimo, al mito dell’avvento
del "Regno", indicato non soltanto come possibile, ma come
imminente. Senza la forza di questo mito (in termini religiosi, senza
la fede), i primi cristiani non sarebbero riusciti a mettere radicalmente
in discussione rapporti sociali e certezze culturali consolidati,
a disubbidire al comando di potentissimi imperatori, ad andare incontro,
senza paura, a persecuzioni, crocifissioni, martirio. Quei primi cristiani
sono stati fattori di nuova storia; nel divenire del tempo hanno affermato
nuovi valori sociali, nuova cultura, nuove istituzioni e tradizioni.
Eppure, dopo duemila anni, l’avvento del Regno è rimasto una
promessa non realizzata (e meno male – aggiungiamo noi piccoli
uomini – perché, secondo le sacre scritture, l’avvento
del Regno di Dio segna la fine del mondo). La storia, nel frattempo,
ha conosciuto sanguinose lotte fratricide fra cristiani, ha visto
la religione di Cristo pervertita a strumento di legittimazione delle
più discutibili situazioni di dominio temporale e gli eredi degli
antichi martiri diventare a loro volta persecutori. Ma, negli stessi
duemila anni, il Cristianesimo, a nostro avviso, non ha mai smesso
di essere forza spirituale positiva tutte le volte che il comandamento
della carità è stato preso sul serio e messo in pratica, muovendo
dal riconoscimento della dignità (in termini religiosi, sacralità)
di ogni singolo essere umano. Il mito, dunque, dà ad alcuni la forza
di operare, moltiplica il coraggio e l’impegno, perché il traguardo
desiderato e sognato appare tanto reale e vero che val la pena sacrificarsi
e soffrire per esso. Non è un caso che anche nel pensiero di Marx
siano presenti almeno due componenti mitiche: l’idea che ci
sia una razionalità nella storia e che dunque sia possibile conoscerne
anticipatamente le dinamiche, così da poter agire nella convinzione
di andare nel senso in cui la storia si muove; la prospettiva finale,
che era quella già delineata dai socialisti utopisti, e che Marx mantenne
pari sullo sfondo, incluso il sogno libertario della estinzione dello
Stato, in quanto strumento di dominio e di coercizione. Basta sapere
che si tratta, appunto, di miti, e di mantenere vigile il senso
critico nei confronti dei fanatici che sono disposti a tutto,
pur di perseguire il loro sogno. 12. Bisogna riconoscere che in tutto il percorso di
Danilo Dolci si rinviene una coerenza di fondo, ricorrendo sempre
gli stessi motivi tematici. Si ha tuttavia l’impressione che
egli, misurandosi con problemi fondamentali, troppe volte abbia fatto
appello all’ottimismo della volontà, limitandosi ad indicare
soluzioni che suonano come mere petizioni di principio. La realtà
è tremendamente complessa; lui, proteso nel suo obiettivo, si è rifiutato
di farsi invischiare nella complessità e, quindi, in qualche modo,
l’ha elusa. Proprio per questa sua propensione a gettare il
cuore oltre l’ostacolo, egli – a nostro sommesso avviso
– non può essere annoverato tra i pensatori che più hanno spinto
in profondità il lavoro di scavo dell’animo umano. Se ne ha
un’ulteriore conferma dalla sua, per noi eccessiva, tendenza
al sincretismo, al cercare di tenere insieme teorie ed ideali
che invece, fra loro, non si sposano. Così si è richiamato contemporaneamente
a Gandhi ed a Lenin, a Cristo ed a Buddha. Pure lo stile poi lascia
spesso a desiderare: ricorrono espressioni come "coscientizzare"
(stimolare una presa di coscienza?), o "autocoscientizzarsi"
(prendere coscienza?), che forse piaceranno ai sociologi, ma in cui
la lingua italiana entra in sofferenza. Ciò non toglie che nel suo
pensiero vi siano – come si è visto – molti spunti interessanti
e felici, che meriterebbero di essere ripresi. In ogni caso, nel giudizio
storico complessivo, bisogna distinguere – e questa è la nostra
chiave di lettura – il disegno generale utopico che lui aveva
in mente dalle singole concrete iniziative che ha posto in essere
e che, pur essendo ispirate da quel disegno, possono essere autonomamente
valutate per i risultati che hanno dato. L’establishment siciliano non lo ha mai
amato, giudicandolo, nella migliore delle ipotesi, un gran rompiscatole.
Noi, come siciliani, pensiamo invece di dovergli dire almeno "grazie
Danilo". (1) cfr.
Aldo Capitini, "Danilo Dolci", Manduria, Lacaita, 1958. (2) cfr.
Franco Alasia, "Danilo Dolci in Sicilia", in "Diritto
di resistenza e nonviolenza", Atti delle giornate di studio organizzate
dalla rivista Critica Liberale a Lavinio nel dicembre 1982,
Roma, Cooperativa Editoriale di Critica, 1983, pg. 34. (3) cfr.
Giuseppe Casarrubea, "Portella della Ginestra. Microstoria di
una strage di Stato", Milano, Franco Angeli, 1997, pg. 208. (4) cfr.
Giuseppe Casarrubea, op. cit., pg. 6. (5) Danilo
Dolci, "Ciò che ho imparato", scritto del 1967, poi raccolto
in "Inventare il futuro", Bari, Laterza, 1968. Cfr., dalla
terza edizione ampliata del 1972, pg. 13. (6) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 14. (7) cfr.
Franco Alasia, "Danilo Dolci in Sicilia", cit., pg. 34. (8) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 15. (9) cfr.
Danilo Dolci, "Una autoanalisi popolare sull’associazione",
poi raccolto in "Esperienze e riflessioni", Bari, Laterza,
1974, pg. 125. (10) cfr.
Raffaele Crovi, "Il lungo viaggio di Vittorini", Venezia,
Marsilio, 1998, pg. 347. (12) cfr.
Ottorino Gurgo - Francesco De Core, "Silone. L’avventura
di un uomo libero", cit., pg. 322. (13) cfr.
Danilo Dolci, "Una autoanalisi popolare sull’associazione",
cit., pp. 189-190. (14) cfr.
Danilo Dolci, "La struttura maieutica e l’evolverci",
Scandicci (Firenze), La Nuova Italia, 1996, pg. 37. (15) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 5. (16) cfr.
Danilo Dolci, "Dal trasmettere al comunicare", Torino, Edizioni
Sonda, 1988, pg. 209. (17) cfr.
Danilo Dolci, "La struttura maieutica e l’evolverci",
cit., pg. 265. (18) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 265. (19) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 193. (20) cfr.
Danilo Dolci, "Dal trasmettere al comunicare", cit., pg.
95. (21) cfr. Danilo Dolci, op. cit.,
pg. 57. (22) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 58. (23) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 58. (24) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 92. (25) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 206. (26) Danilo
Dolci, "Cosa è pace?", scritto del 1967, poi raccolto in
"Inventare il futuro", cit.; cfr. pg. 67. (27) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 65. (28) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 68. (29) cfr.
Danilo Dolci, op. cit., pg. 72. (30) Si
legga, ad esempio, la chiusa del "Perché non possiamo non dirci
cristiani", che Croce pubblicò ne La Critica nel 1942
e che successivamente è stato raccolto in "Discorsi di varia
filosofia", Bari, Laterza, 1945, vol. I, cfr. pg. 23: "...noi,
come i primi cristiani, ci travagliamo pur sempre nel comporre i sempre
rinascenti ed aspri e feroci contrasti tra immanenza e tracendenza,
tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi,
tra l’eticità e l’utilità, tra la libertà e l’autorità,
tra il celeste e il terrestre che sono nell’uomo, e dal riuscire
a comporli in questa o quella loro forma singola sorge in noi la gioia
e la tranquillità interiore, e dalla consapevolezza di non poterli
comporre mai a pieno ed esaurire, il sentimento virile del perpetuo
combattente o del perpetuo lavoratore, al quale, e ai figli dei suoi
figli, non verrà mai meno la materia del lavoro, cioè della vita...". |