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Opere più significative
Opere di riferimento per il Parco letterario che si
intende proporre: luoghi di ispirazione e di racconto
Opere
- Opere più significative
Si indicano, qui di seguito, le opere più significative dell’autore, e si
rinvia al punto 1) (biografia) per quanto riguarda la loro incidenza sul
territorio e al punto 2) (bibliografia), per quanto riguarda le case editrici
e l’anno di pubblicazione:
-"Banditi a Partinico";
-"Processo all’art. 4";
-"Inchiesta a Palermo";
-"Spreco";
-"Conversazioni";
-"Chi gioca solo";
-"Inventare il futuro";
-"Il limone lunare";
-"Verso un mondo nuovo"’;
-"Chissà se i pesci piangono";
-"Poema umano";
-"Creatura di creature";
-"Palpitare di nessi";
-"La comunicazione di massa non esiste";
-"Dal trasmettere al comunicare";
-"Se gli occhi fioriscono";
-"Gente semplice";
-"Comunicare legge della vita";
-"La struttura maieutica e l’evolverci".
2) Opere
Le opere di Danilo Dolci
- "L'ascesa alla felicità'' (a cura di Danilo Dolci)
Stamperia C.
Tamburini, Milano, 1948. Ed.
dattiloscritta in 200 copie;
- "Parole del Giorno", nell'Antologia 'Nuovi
Poeti', Valecchi 1950;
- "Voci nella città di Dio", Mazara, Società
Editrice Italiana, 1951;
- "Fare presto (e bene) perché si muore", Torino,
De Silvia, 1954;
- "Banditi a Partinico", Bari, Laterza, 1955;
- "Poesie", Milano, Canevini ed., 1956;
- "Processo all'articolo 4", Torino, Einaudi, 1956;
- "Inchiesta a Palermo", Torino, Einaudi, 1956;
- "Una politica per la piena occupazione", 1958;
- "Spreco", Torino, Einaudi, 1960;
- "Conversazioni", Torino, Einaudi, 1962;
- "Chi gioca solo", Torino, Einaudi, 1962;
- "Racconti siciliani" (comprende "alcuni
racconti più significativi" raccolti dal 1952 al 1960 e apparsi in
"Banditi a Partinico");
- "Inchiesta a Palermo", "Spreco"), Torino,
Einaudi, 1963;
- "Verso un mondo nuovo", Torino, Einaudi, 1964;
- "Conversazioni Contadine", Milano, Mondadori,
1966;
- "Inventare il futuro", Bari, Laterza, 1969;
- "Il limone lunare", Bari, Laterza, 1970 (Poema
per la radio dei poveri cristi);
- "Non sentite l'odore del fumo?" , Bari, Laterza,
1972;
- "Chissà se i pesci piangono", Torino, Einaudi,
1973;
- "Poema umano", Torino, Einaudi, 1974 (collana
'Nuovi Coralli');
- "Esperienze e riflessioni", Bari, Universale
Laterza, 1974;
- "Il Dio delle zecche", Milano, Mondadori, 1976;
- "Creatura", Palermo, Editrice T., 1978;
- "Il Ponte screpolato", Torino, Stampatori, 1979;
- "Creatura di creature. Poesie", 1949-I978,
Milano, Feltrinelli, 1979;
- "Da bocca a bocca", Bari, Laterza, 1981 (coll. I
Robinson);
- "Creatura di creature", Venezia, Corbo e Fiore,
1983;
- "Palpitare di nessi", Roma, Armando, 1985;
- "Creatura di creature", Roma, Armando, 1986;
- "Occhi ancora rimangono sepolti", Venezia, C.Int.
Grafica. 1987;
- "La creatura e il virus del dominio", Latina,
Argonauta, 1987;
- "La comunicazione di massa non esiste," Latina,
Argonauta 1987;
- "Bozza di Manifesto (dal trasmettere al
comunicare)" , Ed.
Sonda,1/1989;
- "Nuova bozza di Manifesto", Ed. Sonda, 5/1989;
- "Se gli occhi fioriscono", Venezia, C. Int.
Grafica 1990;
- "Frammenti della città futura" (D. D. e altri)
Manduria, Lacaita,
1990;
- "Sorgente e progetto", Soveria Mannelli (CZ),
Rubbettino, 1991;
- "Variazioni sul tema comunicare 1-2", Milano,
Jaca Book, 1991;
- "Nessi tra esperienza, etica e politica",
Manduria, Lacaita 1993;
- "Comunicare Legge della vita", Manduria, Lacaita
1993;
- "Gente semplice", Camunia, 1993;
- "La comunicazione di massa non esiste," Manduria,
Lacaita, 1995;
- "La struttura maieutica e l'evolverci", Firenze,
La Nuova
Italia1996;
- "Comunicare Legge della vita", Firenze, La Nuova
Italia, 1997;
- Atti del seminario Internazionale di Studi sulla Città e
Territorio. Aprile agosto 1969.Volume ciclostilato sugli atti del
Convegno tenutosi al Borgo di Dio e al Centro Studi e iniziative di
Partinico.
3)Opere di
riferimento per il Parco letterario che si intende proporre: luoghi di
ispirazione e di racconto
Le opere alle quali si è fatto riferimento costituiscono l'oggetto di un
grande laboratorio aperto. Sarebbe forse erroneo frammentarle col rischio di operare
dei ritagli che, presi singolarmente, non darebbero il quadro generale delle
correlazioni, abbastanza complesse, che legarono - attraverso Dolci - il
territorio della Valle Jato al resto del mondo, in una perfetta osmosi tra il
micro e il macro.
Ci sembra opportuno, al contrario, sottolineare il fatto che l'esperienza
dell'autore, pur essendosi sviluppata nel contesto della Valle jatina
trasformandola profondamente, non è riconducibile a un limitato spazio umano
e geografico. Se ne può evincere la ragionevolezza di una proposta in base
alla quale, il suddetto territorio, può essere assunto come luogo simbolico e
significativo di politiche culturali ed economiche, dentro circuiti
internazionali ai quali Dolci era molto legato. E non solo per la fruizione
dei territori umani e materiali che lo videro protagonista e costruttore, ma
anche e soprattutto, per le prospettive che da qui si aprono sui temi della
salvaguardia dell'ambiente, della nonviolenza, dell'educazione alla pace, di
una cultura letteraria che innova l'esperienza comunicativa e linguistica, a
partire dai soggetti reali, dalle persone, dal loro modo di essere e di
esistere.
Pertanto è possibile rintracciare in quasi tutta la sua produzione,
riferimenti specifici e costanti al territorio. Quest'ultimo è come la
filigrana di tutta la sua esperienza: è da qui che egli guarda il mondo alla
ricerca continua delle soluzioni ai problemi che travagliano le aree depresse
del Mezzogiorno d'Italia, del profondo Sud della Sicilia, dove operava. Qui,
grazie alla sua opera, incontriamo i luoghi fisici, propri della sua azione,
come la diga sul fiume Jato, il Centro di Mirto col suo bellissimo
anfiteatro, palazzo Scalia, dove trascorreva le sue giornate di studio e dove
si materializzò l'idea della prima radio libera d'Italia, il 'Borgo di Dio',
Trappeto, col suo porto e i suoi marinai, Portella della Ginestra che evocava
in lui le tragedie provocate dalle deformazioni del potere. Opere tutte che
nel loro insieme possiamo considerare come realizzazioni di un grande
progetto culturale. Perché - occorre sempre sottolinearlo- Dolci non fu mai
un intellettuale "separato", aulico o accademico. In lui
letteratura, società e impegno capace di produrre mutamenti, non sono mai
stati scissi.
Le opere nelle quali il nesso tra territorio e arte è più stretto sono
diverse: dai "Racconti siciliani", alle "Conversazioni
contadine", da "Il limone lunare" al "Poema umano" e
"Palpitare di nessi". Esse, traggono tutte dal territorio, dai suoi
abitanti, dal suo ambiente umano e paesaggistico la loro originale
ispirazione. Nei "Racconti" l'autore fa parlare la gente comune
dando voce ai sogni e alla disperazione, alla miseria e all'ansia di riscatto
sociale. L'opera -scriveva annotando la terza edizione torinese di Einaudi
(1974)- comprende alcuni racconti significativi, già raccolti tra il 1952 e
il 1960 "tra la povera gente di quella parte della Sicilia in cui
operiamo" e già apparsi in "Banditi a Partinico",
"Spreco", e "Inchiesta a Palermo". "Ho scelto -
aggiungeva- i meglio leggibili badando a non sforbiciare liricizzando,
temendo soprattutto che la scoperta critica, il fondo delle reazioni di chi
legge rischino di dissolversi in godimento estetico; tanto sono espressive,
belle direi, alcune di queste voci, nel lumeggiare dal di dentro i loro
problemi". Si possono così leggere i racconti dei "banditi",
dei raccoglitori di verdura, di guaritori e maghe, di sindacalisti, di
ammalati alle prese con la Mutua, con la fame e con la mancanza di lavoro;
storie della guerra e del dopoguerra, di contadini che non ce la fanno e se
la prendono col mulo e con la moglie, di donne disperate, di violenze subite.
Sono storie di diritti negati, di felicità rubate, di leggi inapplicate, come
quelle sulla riforma agraria che spinsero i braccianti senza terra
all'occupazione dei latifondi incolti difesi dalla mafia.
Attraverso questi racconti Dolci riviveva dalla parte dei perdenti le loro
storie, ne coglieva le ansie di riscatto, i legami che univano il profondo
sud col resto del mondo. Perciò non è inutile rilevare il senso e la
prospettiva delle sue inchieste nella Valle dello Jato dentro una visione
ampia dei problemi del Terzo Mondo, come si può riscontrare leggendo, ad
esempio, "Verso un mondo nuovo", e cioè il resoconto dei suoi viaggi
in Senegal, in Ghana, o nella ex Jugoslavia. Dentro questa prospettiva
acquistano un significato inedito le liriche del "Poema per la radio dei
poveri cristi" pubblicate da Laterza sotto il titolo del più volte
citato "Il limone lunare". Si tratta di una silloge di testi
poetici scritti per "dare voce a chi non ha voce". Ma questa volta
non sono solo i diretti protagonisti a parlare.
In zone come la Sicilia occidentale - scriveva Dolci nella premessa alla
raccolta- non sono i giornali i più naturali mezzi di comunicazione: pochi ne
vengono letti, ancora meno capiti e creduti. Comunica, quando comunica,
soprattutto la voce, anche quella della radio.
Ma la radio ha un difetto che non agevolmente si può superare. E' a freccia
unica: da una parte sempre si parla, dall'altra c'è chi sempre ascolta. E'
dunque necessario riuscire a far esprimere la gente, riuscire ad esprimere
anche quanto è più profondamente intimo, come muto; e nello stesso tempo
promuovere un dialogo, aprire un rapporto dialettico. Quando una cultura si chiude,
se mitizzata o per altro, muore. A queste esigenze ho cercato di rispondere
nelle poesie qui pubblicate, per essere inteso da gente che spesso si esprime
per proverbi, in inconscie misure, ed in una lingua che spesso è insieme
classica e dialettale; e possibilmente da altri, altrove nel mondo.
L'esperimento durò poco perché "Radio libera" (1970),
a poche ore di distanza dall'inizio delle trasmissioni, fu bloccata
dall'irruzione di un centinaio di carabinieri e guardie di pubblica sicurezza
che in pochi minuti si impadronirono delle trasmittenti. Non si tratta di
ansie solipsistiche:
Nel mio bisogno di poesia, gli uomini,
l'acqua, il pane, la terra,
son diventati le parole mie:
son cresciuto inventandoli.
E subito compare la Valle, con la sua storia e le sue risorse condensate in
pochi versi:
Quasi sta in uno sguardo,
dai monti attorno alla pianura, al mare,
tutta la valle che verrà irrigata
dall'acqua della diga.
A osservare dall'alto non si vedono
schiene curve sudate tra le vigne
a migliaia e migliaia, mentre pochi
ruffiani impoltronati nei caffè
guadagnano milioni sorridendo.
A guardare dall'alto non si pensa
- respiri aria pulita, dai paesi
vien l'odore di un pane ancora pane;
e il mare non è fogna, senza vento
è ancora mare terso, vi traspaiono
il guizzare dei pesci e le alghe verdi,
e l'odore è di mare -, non si pensa
che se altrove arrivava uno da qui
si vergognava di dire che terra
era la sua: tanto era nominata
per banditi, o mafiosi, o i suoi politici
insigni esperti di parole e intrighi.
Seguono le storie in versi di 'Zu' Ambrogio', il marinaio di
Trappeto che racconta le sue avventure per i mari del mondo fino all'Alasca,
memorie di antichi stornelli e canti popolari, elegie di un mondo sano,
integro, ricco di bellezze naturali, di risorse umane fatte di semplici
valori, delle povere cose di ogni giorno. Così Danilo canta il mare, la
terra, le vigne, gli olivi e i campi di grano, gli alberi della Valle:
Ai platani la pelle si accartoccia
Scoprendo chiazze bianche,
profumatissimi eucalipteti,
fungosi querceti,
i tronchi candidi delle betulle
sono lisci alle dita.
Scivolose pinete-
Pini coi fiocchi estremi quasi azzurri
Pini a cui penduli
Gli aghi dondolano sui rami teneri,
pini coi lunghi aghi
dai rami radi alzati a candelabri
nuovi ad uno ad uno,
braccia legnose protese in verdi mani,
aghi corti sui rami dei rami
fiocchi di spruzzi, fissi, verdi
spruzzi aperti nell'aria con la gocciola
ancora in cima.
Canta la gioia e la freschezza delle piccole cose semplici dei
poveri, come nella poesia I balconi del Corso, spogli sono, dove l'aridità
dei palazzi è messa a confronto con la semplicità e la ricchezza affettiva
delle case dei poveri:
Se appena arrivi
In un quartiere di poveri cristi,
un balconcino è colmo di gerani
di quelli rossi che appena li cogli
dalla riva di un fosso e li trapianti
si afferrano e fioriscono;
dalle graste affollate sulla soglia
di un finestrino, verdi
si sporgono rametti di basilico.
A molti che non possono fabbricarsi
La stanza al piano sopra,
sulle canne intrecciate
gerani rosa e viola, due garofani
in alto
alla gioia di tutti, e che nessuno
li tocchi-,
nelle scatole ruggini svuotate
dalle sarde salate, a poco a poco;
o dalla strada ancora dissestata
cresce la vite a pergola
che gira attorno fino sotto il tetto;
o il gelsomino robusto si arrampica
tutto attorno alla porta e nelle sere
d'estate, tutta la strada profuma.
Il vissuto lirico affonda nell'esperienza viva del territorio,
in un progetto che è al contempo poetico e politico:
Ci domandano spesso
Cosa vogliamo per le nostre valli.
Non vogliamo
Che i fiumi si disperdano nel mare
E le montagne aride si erodano,
rimanendo allagati ad ogni piovasco.
Non vogliamo
Case insicure, senza respiro,
scuole-galere tra mura decrepite,
né fontane con quattro pisciatelle
né le piante in museo, in tre giardini
per la domenica.
Non vogliamo
Restare inerti, o non valorizzati,
o andare a venderci dispersi altrove
(senza comprendere a che ci si vende e a quale prezzo),
sprecare vite in traffici fessi
seppure con le macchine elettroniche,
farci fessi sorbendo altre reclam.
Vogliamo
Valorizzando tutto il nostro impegno
Le vallate perennemente verdi,
foreste ombrose crescere dai monti
sui vasti laghi dalle nuove dighe
mentre il mare rimane ancora mare
e sulle spiagge luccica la sabbia.
Case nel verde
Che respirino cielo pulito.
Per New York e Milano è troppo tardi.
Vogliamo una nuova città
Dove la gente impari a farsi i piani -
Farseli come persuade a ciascuno,
umili, aperti,
non rinunciando a quanto conosciamo:
con l'effettiva possibilità
di parlarci, d'intenderci
di sviluppare la nostra cultura
in rapporto con la gente più saggia
e coraggiosa al mondo, vivi e morti.
E acque democratiche vogliamo
e come l'acqua ogni fonte di vita
non di mafia, dirette dalla gente
organizzata in nuove iniziative:
consorzi non fascisti
cooperative e sindacati aperti
nuove forme di collaborazione,
affrontando i conflitti necessari
non da fiere, da uomini coscienti.
Vogliamo materiale da museo
i mafiosi e i residui parassiti,
memorie antiche di un tempo incredibile.
"La poesia, che inventa ed elabora il futuro, è per Dolci,
la più alta forma di speranza e di scelta. La sua poesia ha fecondato
l’andamento ‘esponenziale’ insito nell’evoluzione culturale; ci ha fatto
considerare la possibilità "ad altro esistere", al cambiamento,
all’inverarsi delle alternative. Le immagini di questa vasta costruzione sono
tutte visibili nella Valle dello Jato" (citazione di una nota del gruppo
maieutico toscano).
Nella concezione di una letteratura aperta all'etica Dolci si incontra con i
grandi interrogativi sull'uomo nei primi anni '60 intervenendo al Congresso
internazionale dei resistenti alla guerra, tenutosi a Stavanger, in Norvegia,
nel luglio 1963. Nella sua relazione aveva scritto:
L'interrogativo fondamentale a cui dovremmo cercare di rispondere credo possa
esprimersi così: nel suo farsi nuovo l'uomo, non credendo più di avere o di
potere trovare prefabbricate le tavole della verità morale, come può
pervenire a conclusioni e a decisioni il più possibile esatte e complesse?
Quali strumenti gli possono indicare le nuove necessarie funzioni, le
dinamiche fondamentali, affinché l'umanità possa pervenire a realizzare il
suo più vero interesse, la vita più sana?
Sono interessanti le riflessioni che derivano da tali interrogativi. Qui, per
economia di spazio, ci limitiamo a riportare un breve stralcio di quella
relazione, poi pubblicata in una antologia curata da Erich Fromm:
[…] Quanto più cerco di approfondire e allargare la mia visione, rifletto,
decanto l’insieme delle mie esperienze di lavoro e di vita, le relative
interpretazioni, tanto più pervengo a dei principi validi e tanto più validi
fini mi propongo, tanto più valide strategie ipotizzo.
Ad alcuni principi morali (poche pagine permettono più l’esposizione di un
credo che la dimostrazione della sua fondatezza) l’uomo nuovo non potrà non
pervenire. A questi, per esempio:
- la vita deve essere di tutti;
- ciascuno deve potere essere vivo nel miglior modo;
- più si capisce la natura dei mali e meglio si è in condizione
di guarirli;
- ciascuno vede da un punto di vista;
- un presupposto di una sana umanità è riconoscere la sua
necessaria unità.
Credo che tra non molto tempo questi principi saranno acquisiti
per evidenza dagli uomini, e non solo in questa così generica formulazione.
Anche in questo campo penso valga il processo della intuizione verificabile
dalla razionalità e dalla pratica, come accade dalla progettazione
architettonica, dalla scienza delle costruzioni alla fisica teorica.
Senza un vivo rapporto coi principi, senza tensioni, fini,
ideali, sufficientemente vasti, i nostri interessi appassiscono, si
rinchiudono, e tutta la nostra vita immiserisce. E tanto necessario per gli
uomini è avere tesi i propri interessi che, se non ne hanno, ne inventano dei
surrogati.
[…] Le forme di vita più tradizionali che oggi ci si vuole e ci
si lascia imporre, sono gravemente unilaterali, casuali, insufficienti. Ci si
rassegna facilmente a divenire determinati e determinanti in direzioni e
forme di sviluppo che, ad un attento uomo di buon senso, a prima vista
possono rivelare la loro insufficienza o mostruosità. In queste condizioni la
vita individuale deve come risvegliarsi per diventare il primo centro di
responsabilità. Per dire in breve, l’uomo ha un primo strumento per la salute
sua e dell’umanità per divenire lui stesso obiettore di coscienza: non
semplicemente nel rifiutare la guerra, ma nella piena chiarezza che ogni suo
momento di vita deve essere coerente per non essere smembrato e disfatto, per
avere la possibilità di un autentico sviluppo; nella piena chiarezza che il
fronte contro la guerra, estremo delle mostruosità, va organicamente
approfondito e allargato contro i diversi tipi di irreggimentazione
economico-industriale-politica-giuridica-culturale-morale, contro le disumane
tecnocrazie incombenti.
Nuclei di problematizzazioni che arriveranno agli esiti più
maturi con "Nessi fra esperienza etica e politica" (1993), e
"La struttura maieutica e l'evolverci"(1996). E a guardar bene
anche la poesia in Dolci ha dei presupposti etici fondamentali, a cominciare
dalla rilettura che lo stesso autore fa dei suoi testi. Con "Poema
umano" la dichiarazione è esplicita:
invece di volare come un canto
l'impegno mi si muta in un dovere.
Scriverà:
A chi ha saputo la fame
Che svuota dalla testa alle ginocchia
E ha visto ciondolare d'inedia
Teste a bambini,
suona acre ironia a tavola
l'augurio di 'Buon appetito':
secreto dalla buona educazione
di afflitti dai problemi di sovraccarico
di digestione.
A questo poeta, al quale non piaceva "il pane troppo
raffinato" crediamo che le nuove generazioni debbano molto. Di
quest'ultima opera ebbero a scrivere:
Cesare Zavattini: "La
poesia è già in atto nei fatti e nella vita di Danilo. E' il solo della
nostra generazione che ha saputo ridurre al minimo la terra di nessuno
esistente tra la vita e la letteratura".
Kristine Wolter: "Questa
poesia non nasce dall'amore per le parole ma dall'amore per gli uomini".
Giancarlo Vigorelli: "La
poesia di Dolci è destinata a fare data nella storia del nostro tempo. E'
anche un indizio che tante false carte letterarie e politiche sono da
bruciare, sono già cenere".
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