Un siciliano contro
di Luca Tommasini
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È scomparso ieri Danilo Dolci, triestino che
aveva fatto del Belice la sua casa e della lotta al fianco dei deboli la
ragione di una vita. Il ricordo di Francesco Renda "A vent’anni ero poeta, a trentotto la mia
sola poesia è quella di prendere una persona abbandonata e incolta e farvi
fiorire a poco a poco la cultura e far sì che i bambini siano dei veri
bambini e non abbiano l’aspetto di mendicanti o idioti". Sono parole di Danilo Dolci, siciliano scomodo
nato a Trieste che ha fatto dell’isola la sua casa e della lotta dei
contadini del Belice per una vita migliore e contro la mafia lo scopo di
tutta una vita. Le stesse che Francesco Renda - segretario regionale della
Cgil siciliana nei difficili anni del dopoguerra, deputato e senatore del Pci
fino alla fine degli anni 60 e oggi professore emerito di Storia moderna
all’Università di Palermo - sceglie per spiegare le ragioni che portarono
Dolci a stabilirsi in Sicilia. "A quel tempo - racconta Renda - la nostra
isola era una terra bisognosa di pane, di lavoro, di libertà, di diritti, di
cultura, ma era soprattutto una regione aperta alla speranza, alla
costruzione del proprio avvenire. Erano gli anni in cui si lottava per la concessione
delle terre ai contadini, per la riforma agraria e per la pace". Il ricordo di Dolci rimarrà legato alla sua fede
nella nonviolenza. Come si inseriva questa concreta pratica di lotta in un
contesto come quello della Sicilia dell’immediato dopoguerra, nel quale la
violenza mafiosa era utilizzata dalle istituzioni per spezzare le lotte dei
braccianti? Il "padre di Dolci non fu Karl Marx, e
nemmeno Gamsci, ma Gandhi. Ma questa sua posizione la chiarì in modo chiaro,
estremamente significativo. Amava dire: "Se vedo qualcuno che
schiaffeggia un bambino, io lo schiaffeggio, non mi accontento di guardare
perché rifiuto la violenza". Ma Dolci sapeva bene che in Sicilia la
pratica mafiosa della violenza tendeva a diventare, come infatti avvenne, mentalità
generale. Per lui era chiaro, fin da allora, che la nonviolenza era uno
strumento per mettere in discussione le radici della cultura mafiosa.
Ricordo, e lo ricordo avendo vissuto direttamente quei fatti come segretario
regionale della Cgil, lo stupore della sinistra per tali posizioni. Si
facevano le occupazioni della terre, gli scioperi, e lui faceva lo sciopero
della fame, organizzava marce. Significava sconfiggerne la filosofia, le origini
del suo radicamento nella terra siciliana. Un’intuizione straordinaria,
l’unica valida in contrapposizione ad una visione che considera come
necessaria esclusivamente l’attività repressiva. Fece grandi inchieste, tra
le quali voglio ricordare quella per l’assasinio di Curzio Miraglia, il
segretario della Camera del lavoro di Sciacca ucciso il 4 gennaio del 1947,
compiuta sfidando l’ostilità della magistratura e della polizia che facevano
di tutto per coprire i mandanti. Un’indagine i cui risultati furono
pubblicati in uno dei suoi libri più importanti, Spreco. Ma Dolci
diede anche un grande contributo intellettuale e operativo all’approvazione
della legge per l’inchiesta parlamentare sul fenomeno mafioso, dalla quale
nacque la Commissione parlamentare. Con il passare degli anni anche le modalità di
lotta da lui adottate si modificarono. Perché? E in quale direzione? Dolci aveva una caratteristica: non era un
intellettuale organico, nel senso di appartenenza diretta ad una parte
politica, ma era capace come pochi di coniugare il pensiero e l’azione. Era
convinto che la parola buona dovesse coniugarsi alla azione buona; non si
riteneva soddisfatto di mandare semplici messaggi, di fare opera di
persuasione, ma cercava di trovare insieme agli altri soluzioni concrete a
problemi concreti. È stata questa costante tensione a portarlo presto
all’organizzazione a tappeto di "scioperi a rovescio" e di tutta
una serie di iniziative volte alla soddisfazione di bisogni materiali della
popolazione in collaborazione con le forze della sinistra tradizionale. Dolci, però, è stato anche molte altre cose. Fu un poeta, un sociologo, un filosofo, un
pedagogo. Un uomo, insomma, che appartenne a pieno titolo a quella che può
essere considerata la primavera della cultura siciliana, quella di Vittorini,
Guttuso, Quasimodo e poi Buttitta, Tomasi di Lampedusa, Sciascia. Eppure, come in molti altri casi, la sua figura
era molto più apprezzata all’estero, che nel nostro paese. Perché? Per aver un’idea del rilievo internazionale di
Dolci basta ricordare che già a partire dagli anni 50 era chiaro come potesse
legittimamente aspirare al Premio Nobel. Vi era un vero e proprio
"partito" internazionale che sosteneva questa proposta, e la sua
azione in Sicilia. Era uno degli italiani più noti nel mondo: i suoi legami, non
solo letterari, ma anche organizzativi, con la maggior parte dei paesi
europei e gli Stati Uniti erano molto stretti. La presenza di Dolci suscitava
attenzioni in quegli ambienti nei quali si guardava con sospetto alla forte
presenza comunista in Italia, ma che si trovavano a disagio in un occidente
segnato dal maccartismo e dalla guerra fredda. Proponeva insomma una
"terza via", lontana da quella della lotta di classe e più vicina a
posizioni di tipo socialdemocratico. Dolci è stato senza dubbio uno degli uomini più
significativi della storia siciliana, insieme a Colajanni, Li Causi e tanti
altri. Ma se ci domandassimo cosa ci rimane di lui lotre al ricordo, la
risposta sarebbe: i suoi libri - Spreco, Banditi a Partinico -, le
varie opere poetiche, i racconti, le opere pedagogiche, ma soprattutto il
Bacino dello Iato, nel territorio del Belice. Un simbolo delle vittorie dei
braccianti, in una Sicilia dove uno dei punti di forza della mafia era
proprio il controllo delle sorgenti. da
"Liberazione" del 31/12/97 |