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La notizia della scomparsa di
Danilo Dolci mi ha fatto pensare all’articolo di Sandro Viola l’altro ieri su
Repubblica. L’associazione è dovuta all’invettiva, che si leggeva in quell’articolo,
rivolta non solo ai dirigenti del Pci, ma ha quegli intellettuali che con
quel partito in qualche modo avevano avuto a che fare, rei di non avere avuto
chiesto perdono agli italiani e al mondo per i misfatti del comunismo.
Danilo Dolci era certamente uno di loro, tra l’altro ebbe anche il premio
Lenin per la pace, ma non ha avuto il tempo per rimediare. Questo
intellettuale triestino venne in Sicilia nel 1952, anni duri segnati da
scontri sociali e politici durissimi. Dirigevo allora la Cgil siciliana e
avevo partecipato a tanti funerali di compagni sindacalisti assassinati dalla
mafia. Centinaia di contadini e dirigenti sindacali della sinistra erano
stati ed erano ancora in carcere per avere occupato i feudi. Tra questi Pio
La Torre, il quale non ha avuto, anche lui, tempo per chiedere perdono agli
italiani come vorrebbe Viola.
Dolci fondò una comunità a Trappeto,
vicino a Partinico, tra Palermo e Trapani e aveva una visione gandhiana della
lotta sociale e politica e la pratica del digiuno non fu subito capita dalle
masse bracciantili affamate. Eppure le sue denuncie clamorose contro la mafia
interessarono, per la prima volta forse, i gruppi di intellettuali che al
nord erano rimasti spettatori indifferenti di fronte al fenomeno mafioso. I
processi, 26, a Dolci dovuti alle denunce degli onorevoli Bernardo
Mattarella, Calogero Volpe, del senatore di Partinico Ambasciatore Messere,
(il quale aveva ereditato il collegio dal direttore del Giornale d’Italia Santi
Savarino), ebbero una eco straordinaria e contribuirono anch’essi a costruire
una coscienza anti-mafiosa. Dell’azione di Danilo Dolci voglio ricordare
quattro momenti: il digiuno a Ballarò, uno dei vecchi quartieri degradati
della città dove migliaia di persone vivevano nei catoi, lotta che incoraggiò
le popolazioni già impegnate nella battaglia per il risanamento; la lotta per
la costruzione della diga sul fiume Iato che determinò uno sconto duro con la
mafia di quella zona la quale controllava le acque; il convegno e la marcia
di Palma di Montechiaro (Agrigento), con l’attiva partecipazione di Carlo
Levi e di altri intellettuali, in cui fu messa a nudo una realtà di
drammatica di miseria, analfabetismo, degrado e prepotenza mafiosa. Infine
vorrei ricordare che alla fine degli anni ‘60 Dolci mise in onda una
"radio libera" clandestina che diede per la prima volta la parola
ai terremotati del Belice e a tanti esclusi di cui oggi non si parla più.
Anche per questo Danilo subì un altro processo.
Come ho accennato il rapporto tra i partiti della sinistra, la Cgil e Dolci
non furono facili, dato che l’intellettuale triestino con le sue iniziative
usciva dagli schemi tradizionali della lotta sociale e politica. Era un
"irregolare" paracadutato in una situazione che gli doveva essere
estranea. E in parte lo fu. Ma la sua "irregolarità" e la sua
"estraneità" provocò rotture e ripensamenti politici e culturali e
costituì un grande stimolo per tutti noi siciliani. Il cardinale Ernesto
Ruffini negli anni ‘60 in una sua omelia pasquale si espresse con queste
parole che vanno oggi ricordate: "La mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci
sono le cause che maggiormente hanno contribuito a disonorare la
Sicilia". Il riferimento alla mafia era dovuto al fatto che essa produceva
l’antimafia come fattore diffamante dell’isola. Da allora molta strada è
stata fatta, anche grazie all’opera di Danilo Dolci. E sarebbe bene che
l’attuale cardinale di Palermo lo ricordasse anche in chiesa senza chieder
perdono a nessuno.
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