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Premessa
Danilo Dolci non è un teorico della
pedagogia o dell'educazione. È un educatore che intreccia costantemente, come
tutti i grandi educatori da Pestalozzi in poi, l'azione e la riflessione.
Anzi, direi che ogni sua riflessione è assolutamente contingente a un'azione,
non può esistere a prescindere da un intervento diretto, da un tentativo di
innestare nella realtà dei motivi di cambiamento, dei motivi di
trasformazione. È quello che lui definiva l'“invenzione”, ossia la
possibilità di generare nuove strutture, nuovi rapporti , nuove dimensioni
sociali.
Da questo punto di vista, non esiste un nucleo epistemologico puro sotto il
profilo pedagogico nell'esperienza di Danilo Dolci, un'esperienza com'è noto
molto eclettica. Danilo nasce prima di tutto come poeta, le sue prime
apparizioni pubbliche sono legate alla poesia. Si tratta di materiali che
terrà in stand by per diversi anni, per dedicarsi alacremente all'intervento
sociale, a partire dall'esperienza di Nomadelfia, e poi in Sicilia con la
creazione del Centro Studi di Trappeto (poi di Partinico), quindi lottando
contro la mafia e impostando un lavoro che lo porta ad essere conosciuto in
tutto il mondo come il profeta della nonviolenza in Sicilia. Ma Danilo Dolci
è anche un educatore: lo stesso impegno sociale lo porta sul versante
dell'educazione in senso stretto. Senz'altro la sua esperienza più
significativa è la creazione del Centro Educativo di Mirto, presso Partinico.
Nato nel 1972, il Centro Educativo è ancora oggi una delle esperienze
internazionalmente note come una delle migliori scuole sperimentali nate in
Italia.
Danilo Dolci nasce come poeta, opera come animatore sociale, e muore come
educatore. Però queste tre componenti sono passaggi unitari della sua vita,
non c'è tra essi una sostanziale distinzione. Si può dire che in particolar
modo gli ultimi venti anni della sua vita sono quasi interamente dedicati alla
formazione, con l'aiuto comunque del suo afflato poetico che lo porta a
confrontarsi con i giovani di scuole di ogni parte d'Italia.
Quello che vado a presentare in questo breve intervento non è semplicemente
un approccio al Danilo Dolci dei libri, nonostante sia stato un autore
prolifico (si contano 40 o 45 libri firmati da lui, forse di più,
considerando le opere giovanili), ma un Danilo Dolci in carne ed ossa,
conosciuto attraverso una frequentazione breve, durata soltanto qualche anno,
ma piuttosto intensa, che mi diede modo di capire meglio, dal vivo, alcune
potenzialità che ovviamente avevo già intuito leggendo i suoi libri ed
entusiasmandomi per le sue poesie. Intrecciando quindi l'utilizzo dei suoi
testi con i miei ricordi personali, cercherò di enucleare pochi tratti che
individuano con una certa precisione la sua figura educativa.
1. Il gusto della domanda.
Se c'è una metafora che può
caratterizzare l'esperienza pedagogica di Danilo Dolci è senz'altro la
metafora della domanda. Possiamo definire Dolci come l'educatore della
domanda, ossia l'educatore che innesta tutta la sua azione formativa sul
chiedere, sull'esplorare, sul creare, sull'interrogazione, ovviamente non in
senso scolastico, ma nel senso dello scavo, dell'andare oltre l'apparente, cercando
di scoprire il “non-noto”, ciò che è velato dalle tradizioni, dalla
consuetudine, dagli stereotipi. In questo sta il richiamo al metodo
maieutico, per cui Danilo Dolci è famoso, il metodo del tirar fuori, del
porre gli educati, i soggetti in crescita nella condizione di allargare la
propria sfera di apprendimento a partire dalla capacità di utilizzare in
maniera costruttiva le domande.
E qui vorrei partire da ricordi personali. Nell'ultima parte della sua vita
Danilo girava le scuole d'Italia incontrando i giovani. Una volta acquisita
la disponibilità di alcune classi, chiedeva ai ragazzi di mettersi in
cerchio, come faceva sempre.
Anche questa disposizione delle sedie era qualcosa di assolutamente
innovativo, di profetico. Oggi tutti riconosciamo la necessità di una
disposizione del gruppo in una maniera diversa da quella scolastica, oppure
riconosciamo la tecnica del circle time per mettere gli alunni a proprio agio
o per favorire la ricerca collettiva, la discussione, il dibattito,
l'approfondimento. Fin dai primi tempi in Sicilia Danilo adottò questa
disposizione del gruppo. È indubbio che lasciò intendere la sua incredibile
comprensione dei processi educativi.
Dunque, nelle classi Danilo faceva mettere i bambini o i ragazzi in cerchio,
talvolta proponeva una delle sue poesie, e infine chiedeva ad ognuno “Qual è
il tuo sogno?”. Questa domanda innescava nei ragazzi un'autoriflessione, un
confronto interno. Venivano fuori stati d'animo, sentimenti, scoperte enormi.
Il seminario che Danilo conduceva in fondo non era altro che questo: porre
una provocatoria domanda.
A dire il vero, appare più provocatoria una scuola che non chiede mai ai suoi
alunni che scopi, che desideri hanno. Però in un contesto spesso così rigido
e formale come quello scolastico indubbiamente risultava un coup de théâtre
che andava a rompere schemi consolidati. I ragazzi mostravano di aderire in
maniera entusiasta, una volta superato il primo momento di stupore, alla
proposta di Danilo, e si creava un intenso clima emotivo e affettivo di
ricerca, che gettava le basi per una rigenerazione anche personale. In questo
Danilo era indubbiamente maestro, nella capacità di suscitare un senso
profondo delle proprie capacità, nell'aiutare i soggetti a liberarsi delle
proprie insufficienze, a volare oltre gli stereotipi in cui il soggetto era
calato.
Danilo Dolci concepiva la domanda come suscitatrice di un nuovo modo di
collocarsi e di vedersi. La domanda funge in Danilo da mezzo di
riconoscimento e di autoriconoscimento. Essa ha valore fondante. È quella che
oggi, con altri termini, potremmo definire una pedagogia dell'ascolto, che è
ancora una pedagogia maieutica, che ha la sua caratteristica fondamentale
nell'idea che l'apprendimento non sia un'acquisizione esterna, ma piuttosto
il ricongiungimento interno fra quanto il soggetto è in grado di elaborare e
quanto la realtà esterna gli offre da rielaborare. In questo incontro si
genera l'apprendimento.
Questa è una posizione che epistemologicamente possiamo riconoscere nei
grandi autori cognitivisti come Gardner, Goleman, i neo-piagetiani, e nella
teoria della complessità. Secondo questa linea di pensiero, la natura
dell'apprendimento è autogenerativa, in antitesi alla visione scolastica
tradizionale, che costruisce l'eventuale apprendimento solo in una funzione
input/output.
La dimensione input/output è stata riproposta periodicamente, da ultimo negli
anni '80, con le teorie della programmazione, teorie che fortunatamente sono
state in seguito accantonate. In questa concezione, l'insegnante viene visto
come colui che organizza una serie di input che poi permetterà un output da
parte del soggetto recipiente, secondo un modello meccanicistico che poco a
poco è stato confutato, ma che la pedagogia di Danilo Dolci, come peraltro
quella della Montessori o di Freire, aveva già ampiamente respinto. Purtroppo
la cultura scolastica tradizionale tende sempre a ripresentarsi sulla scena
epistemologica con nuove interpretazioni del modello meccanicistico, e
senz'altro quella delle teorie curricolari è stata una delle ultime e forse
più ingegnose, basata sulla risposta esatta, sul già noto, su una visione
dell'apprendimento come assecondamento di processi precostituiti
dall'insegnante.
In Danilo Dolci, al contrario, c'è il gusto della scoperta, dell'imprevedibile.
In questo la sua modernità è straordinaria, basti pensare alle teorie della
complessità, e alle teorie che da questa complessità hanno portato alla
valorizzazione delle domande legittime di contro alle scolastiche domande
illegittime basate sul già noto. Chiedere agli alunni dov'è nato Leopardi,
oppure qual è l'isola dell'Oceano Atlantico dove morì Napoleone: sono domande
che consegnano all'alunno il puro e semplice compito della ripetizione, lo
scontato compito di confermare ciò che l'insegnante già sa. Danilo Dolci,
come i grandi pedagogisti critici del '900 (che sono, fortunatamente, gli
unici che ricordiamo) come Dewey, come la Montessori, come Freinet, come
Freire, ci dà la possibilità di riflettere ancora una volta sulla funzione
generativa dell'apprendimento che hanno le strategie educative centrate sulla
domanda piuttosto che sulla risposta esatta. In Esperienze e riflessioni,
ricordando la genesi del suo Centro Educativo di Mirto, dice:
Presupposto essenziale del nuovo Centro Educativo è che i bambini hanno
interessi vitali: questi vanno scoperti e sviluppati da loro in
collaborazione con persone che abbiano il gusto e la capacità di scoprire, di
realizzare, di proporre attorno a sé validi interessi.
2. La democrazia come processo formativo.
In Danilo Dolci è chiaro che la
politica è educazione e l'educazione è politica, in quanto i presupposti
della democrazia sono presupposti culturali e non solo istituzionali. La
democrazia per Danilo Dolci si forma innanzitutto nella cultura, nella testa
delle persone. In Danilo Dolci vi è una costante tensione a generare quelle
condizioni sociali e politiche che permettono ai singoli individui di
maturare una consapevolezza del proprio valore, del proprio potere, il
bisogno di farsi sentire, di valorizzare la propria esistenza. È un processo
che trova in Danilo Dolci una connotazione pedagogica.
I processi di cambiamento sociale che propone nella Sicilia degli anni '50 e
'60 li definisce di “crescita collettiva”, di crescita di un popolo, non
possono essere imposti dall'alto. In questa stessa ottica, contro la mafia
Danilo non invoca una soluzione militare o giuridica, ma s'impegna per
erodere il potere che il sistema mafioso acquista sulla base del deficit di
iniziativa sia dello Stato che dei singoli. Il suo impegno come educatore è
volto a organizzare la speranza di un cambiamento a partire dalla presa di
coscienza di ciascuna persona del proprio valore, delle proprie risorse e
quindi delle potenzialità di generare nuove strutture.
Anche quando s'impegna nella creazione del nuovo Centro Educativo per i
bambini a Mirto Danilo Dolci lo fa con la consapevolezza di creare un
avamposto di una nuova cultura, non certo per erigere l'ennesimo servizio
socio-educativo, quanto per creare un'occasione di rivisitazione dei modelli
culturali. Difatti, dice Danilo Dolci,
il Centro Educativo sta diventando, all'interno delle famiglie, un'occasione
di ripensamento dei rapporti familiari, una leva per far scricchiolare una
parte della vecchia struttura sociale, economica e politica. Il lavoro che
svolgiamo si pone come obiettivo non solo quello di far maturare i ragazzi,
ma attraverso di loro penetra nelle famiglie, influisce sulla loro mentalità,
creando e portando avanti nuovi fronti democratici.
Questa frase di Danilo Dolci ci dà l'esatta dimensione del suo lavoro
educativo, che non è mai fine a se stesso, ma è sempre volto a realizzare il
connubio fra micro- e macrocambiamento, fra il cambiamento culturale del
singolo individuo e la nascita di nuove prospettive.
In questo impegno Danilo Dolci si ricollega al lavoro di coscientizzazione
degli adulti che contemporaneamente svolge Paulo Freire in Sudamerica. Sono
due personalità che agiscono in parallelo: entrambi fanno della crescita
socio-culturale una sfida per cambiare le vecchie strutture, per scalzare le
vecchie barriere e inaugurare processi di trasformazione. Sono degli
educatori politici, ma non in senso ideologico.
Danilo Dolci non è portatore di un'ideologia particolare, non si può
definirlo né socialista né marxista né anarchico né nient'altro. E in questo
si differenzia da Freire, il quale comunque aveva dei riferimenti ideologici
abbastanza precisi: da un lato il personalismo di Mounier, dall'altro il
marxismo. In Danilo Dolci troviamo piuttosto la capacità di analizzare con
precisione un determinato funzionamento del potere in un certo contesto,
utilizzando raramente categorie standardizzate sotto il profilo della ricerca
sociologica. Difatti nei suoi lavori Dolci utilizza lo strumento
dell'intervista, che da un punto di vista strettamente sociologico è uno
strumento il cui valore scientifico è stato scoperto solo recentemente.
All'epoca in cui lo utilizzava Danilo Dolci era uno strumento valutato solo
in termini politici. In questo caso, come in quello dell'autobiografia, oggi
tanto di moda, Danilo Dolci fu dunque ancora una volta un precursore.
Danilo Dolci non è inquadrabile in un'ideologia particolare: il suo lavoro ha
sempre uno scopo maieutico, di liberazione, di creazione, il che si ricollega
in qualche modo alla sua vena poetica e creativa. In lui possiamo dire che
l'educazione si libera definitivamente da ogni sfumatura semantica di
controllo, di regolazione. Educare diventa sinonimo di creare, promuovere,
liberare. Purtroppo questa è un'accezione del termine che ancora oggi stenta
a decollare, nonostante i grandi maestri del '900 (con Dolci, la Montessori,
Capitini, Freire, Freinet).
Ancora oggi, quando dobbiamo usare parole come 'educato' o 'maleducato' ci
riferiamo sempre a categorie di giudizio, di controllo, e mai di crescita, di
liberazione, di creatività. Forse il contributo maggiore che Danilo Dolci ha
dato sul piano della ricerca pedagogica è questo, che educare è offrire
all'altro o all'altra la possibilità di rendere la propria vita più creativa
e quindi di concepire la propria esistenza come creazione.
Infine, per rendere omaggio a questo grande del '900, peraltro uno dei pochi
educatori italiani noti, assieme a Maria Montessori, in tutto il mondo,
appare utile rileggere una delle sue poesie, una splendida composizione che
ci dà l'idea di quello che era il background, l'epistemologia educativa di
Danilo Dolci:
C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli passo per passo.
Forse c'è chi si sente soddisfatto, così guidato.
C'è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo.
C'è pure chi si sente soddisfatto, essendo incoraggiato.
C'è pure chi educa senza nascondere l'assurdo che è nel mondo,
aperto a ogni sviluppo,
cercando di essere franco all'altro come a sé, sognando gli altri come ora
non sono.
Ciascuno cresce solo se sognato.
Riferimenti bibliografici
D. Novara, Scegliere la pace. Guida
metodologica, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1984
D. Novara, L'ascolto si impara, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2002
P. Freire, L'educazione come pratica della libertà, Mondadori, Milano 1980
M. Montessori, L'educazione e la pace, Garzanti, Milano 1972
G. Honegger fresco (a cura di), Maria Montessori: perché no?, Angeli, Milano
2000
H. Gardner, Educare al comprendere, Feltrinelli, Milano 1996
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