Sulle orme di un ombra
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Avevamo scoperto di Danilo Dolci attraverso i
suoi libri. Libri oggi introvabili, ma che, al loro tempo, conferirono un
marchio particolare alla politica culturale di alcuni importanti editori
(Einaudi, Laterza). Libri che a cavallo tra gli anni '50 e '60, pur legandosi
alla cronaca, avevano suscitato attenzione nella pubblica opinione e nella
cultura. Abbiamo iniziato molto semplicemente, riunendoci
in gruppi con lo scopo di comprendere quale era la situazione della zona e
come invece poteva essere. Io ero ignorante, completamente ignorante del Sud
e volevo capire. Durante la giornata lavoravo con le mani, la sera ci
riunivamo a discutere. Com'è nata l'idea della diga? Potrà stupirvi, ma in questa zona, durante
l'estate facevano processioni ad petendam pluviam,
perché piovesse, e, naturalmente, non pioveva mai. Lentamente , lentamente
viene fuori che c'era dell'acqua, anche d'estate, acqua di sorgente che
andava sprecata. Era una quantità enorme, circa 80 milioni di metri
cubi. Tra le idee è emersa questa: probabilmente - diceva la gente, non è
stata mia l'idea - si poteva costruire un "bacile", così lo
chiamavano. Non sapevano cosa fosse una diga, ma sapevano cos'era un bacile
perché l'avevano in casa. Anche oggi qualcuno lo chiama ancora così perché ha
sentito dire "bacino" e ha messo insieme le cose. Abbiamo chiesto
ad un architetto di fare un plastico per materializzare questo sogno del lago
e, per come era possibile a dei privati, abbiamo fatto le prime verifiche.
Sulla base delle prime trivellazioni abbiamo fatto pressione per chiedere
alle autorità di fare ulteriori verifiche. Siamo dapprima riusciti ad avere
un progetto di massima, poi un progetto più particolareggiato e ad un certo
momento abbiamo fatto delle pressioni per avere un finanziamento e la
costruzione della diga. La più grande difficoltà era che la popolazione non
era preparata, non erano pronti neppure i sindacati che erano ancora fermi
alla lotta per la divisione dei feudi. Ma qui feudi non ce n'erano. Solo
pochi avevamo l'idea che una diga potesse essere una occasione importante per
un cambiamento. Chi faceva parte di questo gruppo di pressione? Su questo punto noi abbiamo fatto un errore,
soprattutto perché pensavo che i più interessati alla diga potessero essere i
contadini, che si trovavano spesso privi di acqua. Invece sbagliavo perché i
contadini anche se piccoli proprietari (pochi possedevano più di qualche
ettaro) avevano paura di perdere qualcosa mettendosi insieme. Come ti apparve Partinico o Trappeto al tuo
arrivo ? Qui tutto il potere era in mano a 20 persone, la
popolazione non aveva alcuna forma di aggregazione , di organizzazione. Tra i
20 c'era gente come Frank Coppola , c'erano 'miti' come Bernardo Mattarella
che amava farsi vedere in tempo d'elezioni a braccetto con i capimafia della
zona. Tutte cose che io stralunavo a vedere. ... Queste cose non venivano
documentate , nemmeno dalla sinistra, apparivano ovvie. Mi dicevano :
"E' così perché ...è così" Quanti anni ha questa diga? Abbiamo cominciato a fare delle pressioni forti
intorno al '56-57. Poi hanno fatto i progetti, e in dieci anni, proprio a
tempo record, è stata costruita. Si lavorava 24 ore su 24, in tre turni di
500 persone. E' nato il sindacato... E' stato un momento bellissimo. Pensa
che ancor oggi in Primavera o il primo Maggio le famiglie vengono qui; ci
sono le persone che si sentono i padri e le madri della diga che raccomandano
ai figli di stare attenti, di non toccare... Come si spiega il fatto che la mafia non ha
reagito a quanto andava succedendo. Ci sono stati tentativi d'infiltrazione,
negli appalti, nelle forniture dei materiali ecc. Ho alcune ipotesi. Una è che all'inizio 'loro'
pensavano fossi un intellettuale, quindi, non pericoloso.
Sai noi lavoravamo con i bambini...per cui 'loro' non hanno capito. Quando
hanno sentito puzzo di bruciato ormai la gente era insieme e sapeva di potere
avere l'acqua. Certo hanno tentato anche con la diga di avere dei subappalti,
ma c'era la novità che molte persone lavoravano insieme tutto il giorno. A
Partinico sentivano il rumore delle macchine che andavano: per loro ,
per tutti è stato uno schock. Di fatto si era concretizzato un sogno di molti.
Si veniva concretizzando un nuovo stile nel conquistare il rispetto dei
propri diritti. Certo, la diga era importante perché elevava la
produzione e il reddito, ma ancora più importante è stata l'esperienza che un
cambiamento era possibile. Nel frattempo voi intervenivate con le vostre
inchieste Quando l'acqua saliva noi alla gente non
domandavamo più "vuoi l'acqua o no?", perché ormai
tutti la volevano, mentre all'inizio la gente commentava con scetticismo:"troppo
bello per essere vero". A questo punto abbiamo avanzato un'altro
problema: "l'acqua la vogliamo cara o a buon prezzo?". Da
queste domande nasce l'idea della Cooperativa d'irrigazione, che coinvolge
oggi 5000 famiglie. In questo senso la diga è diventata una vera e propria
leva per un cambiamento di struttura. La gente ha capito che per costare poco
l'acqua non deve essere "di mafia", ma deve essere acqua
democratica. Si è fatta strada nelle persone la necessità di organizzarsi
ed è stato fatto, non perfettamente , ma in modo sano. Questo ha svuotato,
non senza forti conflitti, il gruppo clientelare-mafioso; il nuovo potere di
qualità e di forza era la cooperativa d'irrigazione. Immagina 500 persone,
insieme nel momento in cui si costruiva la diga, e insieme nel desiderio di
tenere l'acqua nelle proprie mani. Quali le conseguenze della diga per l'economia
della zona? Per farla breve: l'acqua costa oggi sei volte
meno che 15 anni fa. Soltanto a distanza di 30 Km. trovi prezzi dieci volte
più alti. Cosa è successo dopo? Noi abbiamo continuato a riunirci, per vedere se
c'erano altre 'leve' in grado di agevolare il cambiamento
approfondendolo. A queste riunioni, poiché gli uomini erano in campagna,
partecipavano le donne, i vecchi e i bambini. Con mia sorpresa, a questo
punto è stata presa in considerazione l'idea di una scuola. Loro non dicevano
certo "Centro educativo", ma un posto per i bambini, e
volevano dire molte cose. Uno diceva un posto unni s'insignanu (dove
imparare), un'altro dove s'imparano l'educazione. Abbiamo fatto molte
riunioni per capire cosa potesse essere questo posto, questa specie di sogno.
Per i primi sette-otto mesi è emerso soprattutto ciò che non volevano, il che
è sempre più facile. l'aspetto più interessante era che i rapporti
istituitisi all'interno delle riunioni, stimolavano la coscienza che i
rapporti all'interno della scuola tradizionale fossero più indietro. Gli
stessi padri sentivano come fasciste le scuole dove si urla o si usa la
bacchetta. Lentamente è venuta fuori l'idea di come poteva essere questo
Centro Educativo. Ma dove trovavate i soldi? Chi finanziava le
vostre iniziative? La diga è stata finanziata dalla Cassa per il
Mezzogiorno. Per il Centro Educativo di Mirto e per il Centro Sociale di
Trappeto non abbiamo ricevuto neppure una lira dalla Stato Italiano. Li
abbiamo costruiti cercando contributi tra comitati di amici, in Italia e
all'estero. Il centro di Trappeto è stato costruito con i soldi del
Premio Lenin per la Pace che mi è stato dato nel'57. Se tu premi per una diga, lo Stato è capace di
costruirla, ma se tu t'impegni a costruire una scuola dove si impari a
rispettarsi reciprocamente, allora l'impresa è più difficile. Comunque,
rischiando di persona, ce l'abbiamo fatta. C'è voluto molto
tempo, molti ostacoli si sono frapposti, ma adesso questa è una Scuola
Statale Sperimentale, dove si utilizza un piano di sperimentazione studiato
da noi, e dove si sperimenta come la qualità del rapporto educativo
incide nella crescita delle persone. Come avete trovato questo splendido posto? L'ho scritto nella seconda parte di Palpitare
di nessi (Armando 1987). L'ha trovato un contadino, quasi analfabeta, Zù
Sariddu. Io ero in trattativa per un altro terreno, in un altra località.
Siamo andati a vederlo e lui mi ha detto che non andava bene. Io insistevo
dicendogli "è bello, pieno d'avventura... costa poco". Lui mi
rispose che non andava bene perché da lì i bambini non avrebbero potuto
vedere il mare. Fu lui a trovare questo posto. Da qui i bambini non solo
vedono il mare , ma dall'alto vedono tutte le campagne adesso irrigate,
vedono verde, anche d'estate, tutti quei terreni che per secoli erano rimasti
secchi. Se questa non è cultura... Qual'è la tua sensazione personale di fronte di
fronte alla diga, a questi 'sogni' che con il vostro lavoro si sono
concretizzati? La diga, i Centri, tutto questo è ormai dietro le
spalle. Io sono interessato a quello che ancora non c'è A me interessa vedere
se il mondo sopravvive o no. Dopo Chernobyl c'è molta gente che mi ha
scritto, dicendo onestamente che comincia adesso a capire il senso del
lavoro: molti di quelli che prima erano scettici, che dicevano trattarsi di
belle utopie, oggi invece capiscono. Cosa rimane del nucleo originario di persone con
cui negli anni 50 hai cominciato a lavorare? Una caratteristica del nostro lavoro è quella di
non sostituirsi alle iniziative della gente. Noi vorremmo essere come delle
'levatrici' Man mano che esistono iniziative, si lavora perché si
autogestiscano. Per evitare il rischio di diventare noi, i padroni. C'è da
evitare il rischio che la situazione finisca con l'appoggiarsi a noi. Invece
è molto importante che ci sia una dialettica tra responsabilità. Ciascuno
deve essere impegnato per la sua parte, ognuno deve portare avanti i suoi
fronti. Ad esempio la cooperativa dell'acqua: puoi ben immaginare quanti
interessi ci fossero:la gente si aspettava, forse , che io facessi il
politico, l'amministratore. Però restiamo tutti sempre molto attenti a come
quelle conquiste vengono gestite. Attenti a tener viva l'origine di questa
situazione. Se noi vogliamo che la gente impari ad assumersi
responsabilità, bisogna che l'abbiano. Non si può barare. Le iniziative partono ancora dalla gente? Certo. Così deve essere. Un fatto nuovo genera
negli altri un senso di necessità. Quanta gente venendo dalle campagne o
dalle cittadine vicine vedeva il lago e si chiedeva come mai qui c'era
l'acqua e al loro paese no. I fatti generano coscienza. Che rapporti hai con la cultura cosiddetta
ufficiale? Come vengono accolti i tuoi libri? Come noi siamo esistiti, sono esistiti anche
altri gruppi: Pensa a Mario Lodi, che ha fatto un lavoro
'da tunnel,, importantissimo e non per un giorno. Pensa al "Movimento di
cooperazione educativa". Pensa al lavoro nell'ambito dei movimenti
nonviolenti. Tutte queste sono realtà che anche in questi anni sono cresciute,
rappresentano filoni , non clamorosi ma di lavoro serissimo, senza i quali
molti fermenti non sarebbero potuti maturare. Io lavoro molto anche
all'estero, in Brasile ad esempio dove ho esperienza del movimento di Paulo
Freire, che è bravo e autentico e che è venuto anche più volte a trovarmi a
Partinico per vedere. In America lavoro con i due Berrigan, che nel passato
erano presi per matti, non che adesso non accada ancora , ma almeno
dicono che si tratta di matti 'profetici'. In tanti sono venuti a trovarmi o
mi sono stati vicini, in momenti in cui era anche 'scomodo' farlo: da Bobbio,
a Erich Fromm, da Huxley a Sartre, da Piaget a Russell, da Piero Calamandrei
ad Aldo Capitini, da Di Vittorio a Zevi e Sylos Labini a Luca Cavalli
Sforza... Non so se è questo che intendi per cultura ufficiale. Per quanto riguarda i libri sarebbe
interessante andare a vedere chi, ad esempio, li recensisce. O sono i
Visalberghi, Lamberto Borghi, Raffaele La Porta, cioè le punte avanzate
dell'educazione in Italia, gente controcorrente e coraggiosa Oppure, ad
esempio, per il mio ultimo libro (Palpitare di nessi), La
Stampa non ha potuto non pubblicare una nota, ma, guarda caso, è finita
proprio sotto una foto di Platinì, il famoso calciatore: non sono mica fessi,
sai? E i tuoi rapporti con la gente di qui? Vedi quel ragazzo che guida quel trattore? Vi
racconto una storia. Un giorno, più o meno 15 anni fa, arrivo su da questa
salita. Pioveva. Vedo dei fogli, bagnati, buttati via, delle copie, delle
veline proprio del Centro. C'erano anche cose riservate, era una momento
piuttosto delicato in cui stavamo denunciando i rapporti del senatore Messeri
con Frank Coppola. E io dico: "Oddio cosa è successo?!" Arrivo
al Centro, entro e vedo un bambino, vicino ai raccoglitori che cerca qualcosa
tra le carte e butta via quanto non gli interessa. Era un bambino molto
piccolo: Gli domando "Cosa fai?" E lui: "Il maestro mi ha
detto che c'è anche Bologna". Lui cercava cartoline di Bologna. Era
entrato nel Centro, la porta era sempre aperta, aveva visto che c'erano in
giro anche cartoline e lui cercava... A me è mancato un po' il fiato, non ho
detto niente al bambino, ne ho parlato un po' con il padre, ma ho capito che
si trattava di vera e propria ansia di sapere. Adesso quel bambino guida molto bene questi
grandi trattori. Al bar la mattina, quando lui passa o ci incontriamo non c'è
verso che io possa offrirgli qualcosa. Tutte le volte lui dice :"No oggi
tocca a me!" Lui ha tale gratitudine di essere stato interpretato allora
che, quando mi vede è sempre affettuosissimo. Salutandoci, dopo esserci accordati sui
successivi incontri e sul lavoro da fare insieme quell’estate, si accomiatò
dicendoci: Avete visto che non sono propriamente un ombra! Sorrise
di gusto, ammiccando al suo corpo non propriamente esile. Ancora dinanzi agli occhi la sua figura che
sorridendo si allontana. |