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Milano, 2 luglio 1996, Casa della
Cultura. Johan Galtung e Danilo Dolci presentano il libro Scegliere
la pace, pubblicato dalle edizioni Esperia. Il volume, unico nel
suo genere, è la stesura del lungo dialogo sulla pace che si è svolto
tra Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale, e
Johan Galtung, fondatore del Peace Research Institute.
Danilo Dolci
Ringrazio tutti, soprattutto Johan Galtung, di aver pensato a me per
introdurre l'incontro di stasera, a cui partecipano alcuni degli amici
che più stimo. La pubblicazione che viene presentata non è un discorso
professorale, ma un dialogo sul tema "Scegliere la pace",
fra due persone che hanno dedicato la vita a questa ricerca.
Johan Galtung, nato norvegese, che ha iniziato in carcere come obiettore
di coscienza la sua esperienza di fondatore della Sociologia dei conflitti,
approfondendola poi ai più diversi livelli in ogni parte del mondo
non solo negli ambiti universitari ma anche in quelli governativi
e non governativi particolarmente attento all'esperienza di Gandhi.
Daisaku Ikeda, nato giapponese, fondatore dell'Istituto di Filosofia
Orientale e dell'Università internazionale della Soka Gakkai che si
ispira particolarmente al movimento mahayana.
Ambedue intimi di un mio carissimo amico, il prof. Glenn Paige, dell'Università
delle Hawai. Nella comune prefazione, i dialoganti sottolineano esplicitamente
che nel Buddismo hanno verificato come la meditazione e il dialogo
il dialogo "interiore ed esteriore" siano condizione per
il miglioramento, per rivitalizzare ognuno. Chi vorrà penetrare l'ampio
dialogo potrà dialogare con lo stesso Johan e poi meditare sul testo.
Come premessa vi propongo di ascoltare la voce del Budda, anche per
osservare come bene si accorda alla scienza della complessità che
finalmente sta sbocciando in tutto il mondo: (dal Discorso XXXII)
«Bella, fratello Mogallano, è la selva, magnifica la chiara notte
lunare; gli alberi stanno in pieno fiore, pare che celesti profumi
spirino intorno. Quale monaco, fratello Mogallano, può dare splendore
al bosco? Se due monaci tengono un dialogo sulla dottrina, si pongono
domande e, dopo che essi hanno l'uno all'altro risposto alle domande,
si allontanano l'uno dall'altro, ognuno per sé, ed istruttivo fu il
loro colloquio e promovente, tali monaci possono dare splendore alla
selva». (Dal Discorso LXXIII): «Vaccho disse al Sublime: "Quanto
è raggiungibile con esercitata conoscenza, con esercitata scienza,
è stato raggiunto da me. Più oltre voglia espormi il Sublime".
"Allora, dunque, Vaccho cerca di conseguire calma, contemplazione.
Tu puoi desiderare di comprendere e conoscere l'anima degli altri
esseri"». (dal Discorso CXVIII): «(Occorre dedicarsi)
strenuamente allo svolgimento della carità, della compassione, della
serenità (...), del disincanto dalla illusione: vigilante, cosciente,
meditante, conquistando il risveglio della forza, conquistando sempre
più vigore, per il raggiungimento del non raggiunto, la realizzazione
del non realizzato».
A proposito di complessità, coscienza cosmica e liberazione, nel Buddismo
mahayana ogni fenomeno dell'Universo avviene anche il sé interrelato
a ogni altro essere. Occorre maturare la coscienza della infinita
interdipendenza, e delle potenzialità latenti. Il Dharma buddista
comprende la legge delle Nobili Verità, la Realtà delle cose, gli
elementi della realtà fisico-psichico-noetica che "confeziona"
l'esistenza di ognuno, "frutto" determinato delle azioni
compiute. Le leggi del buon vivere buddista (ove un'ambiguità
è da risolvere: altro è sapere ognuno evanescente, altro che tutto
è nulla) sussistono solo in base alla reciproca relazione:
alla ricerca di realizzare l'amorevolezza, l'amicizia universale.
«I fontanieri incanalano l'acqua, i falegnami piegano il legno, i
saggi piegano se stessi», cercando di perfezionare il compiersi. «La
primitiva arte buddista non ci ha lasciato raffigurazioni del Budda,
ma soltanto rappresentazioni simboliche della Legge, quali la Ruota
della Legge. Le prime raffigurazioni del Budda sono della prima metà
del II secolo d.C.». Come è stato osservato, mentre prima fra cielo
e terra i sacerdoti erano mediatori, il Budda raccomanda di osservare
la Legge scoperta, più che lui stesso. Dice nella Foresta di Bambù
(dal Dharmapada): «Dolce è la benevolenza e la mansuetudine
verso tutte le creature. Suprema felicità ha raggiunto chi ha domato
il suo egoismo. Tutto ciò che è soggetto alla nascita è soggetto alla
distruzione. I disattenti sono già come morti. Gli esperti nell'esercizio
dell'attenzione gioiscono di essere attenti, forti, meditanti, costanti,
sempre pieni di energia. Come l'auriga riesce a trattenere il cocchio
precipitante è colui che vince la collera, con la bontà vince la cattiveria,
con la generosità vince l'avarizia, con la verità vince la menzogna.
Vive l'umanità nel logorio del mondo e nella concitazione del tempo
si agita; perciò sarà difficile all'umanità di comprendere la concatenazione
delle cause e degli effetti, e più difficile sarà il comprendere l'estinzione
della cupidigia. Gli esseri accecati da odio e passione non potranno
vedere la Legge che risale la corrente, la Legge riposta e profonda,
difficile da afferrare e piena di mistero... Come in uno stagno di
fiori di loto azzurro, rosso e bianco, alcuni dei fiori nati e cresciuti
sotto l'acqua non emergono e sotto l'acqua rimangono nascosti, mentre
altri fiori salgono sulla superficie dell'acqua e altri ancora, che
sempre sott'acqua sono nati e cresciuti, emergono dall'acqua senza
nemmeno essere bagnati. Mai terminata è l'opera. L'uomo non vede la
fine del suo lavoro. Non c'è fine alla nostra fatica. Finché la gente
vive unita, continuando a tenere di frequente le pubbliche riunioni,
osserveremo non decadenza, ma prosperità: nella concordia si svilupperà.
Specchio di verità è la fiducia del Saggio nella Comunità». E altrove,
ragionando poeticamente, constata: «Come l'ape raccoglie il succo
dai fiori, senza danneggiarne colore e profumo, così dimori l'asceta
nel villaggio. Come un fiore smagliante e profumato, altrettanto belle
e fruttuose sono le parole di colui che agisce conformemente. Il profumo
dei fiori non va controvento, (non quello di) sandalo, tagara,
o gelsomino; il profumo dei buoni va controvento, in tutti i sensi
lo effonde il virtuoso. Sandalo, tagara, loto e vassiki:
di tutte queste specie di profumo quello della virtù è maggiore.
Anche in un mucchio di spazzatura gettata sulla strada maestra può
nascere un loto profumato e delizioso: così pure nel mucchio spregevole,
nel volgo cieco, può risplendere la conoscenza. Immaginando il reale
nell'irreale (si perviene a) false immaginazioni. Coloro che riconoscono
l'essenziale nell'essenziale e il non-essenziale nel non-essenziale,
costoro invero conseguono l'essenziale, divenuti campo d'azione di
giuste immaginazioni. (...) Mai si placano gli odi con l'odiare: col
non-odiare si placano. Questa è la Legge eterna». Il movimento mahayana
accentua: la causa del soffrire è l'illusione; solamente il saper
illuminarci mediante il dialogo interiore e con gli altri può liberarci.
Se molto spesso il Buddismo è interpretato come divulgazione a convertire
il maggior numero di esseri umani dell'estinguersi, la rielaborazione
mahayana potenzia una più ampia prospettiva. Al percepire la verità
ultima, l'essenza della vita, vi è anche una evoluzione del risveglio
più alla Legge che all'uomo Budda a cui ognuno può partecipare.
Il potere è energia vitale, potenziale capacità di vivere: aumenta
la sua forza quando impara autodisciplinato, coraggioso e umile, attento
al proprio Sé e al mondo intorno a coincidere con la forza cosmica
sgorgante da ogni stella e da ogni fiore.
Il monaco Nichiren Daishonin (1222-1282) aveva affermato: «Il vero
Budda è un comune mortale, ma comune mortale è il vero Budda», quando
diviene come il fior di loto che sboccia nel fango degli stagni.
Teniamo presente che, contemporanei al risveglio buddista, tanto nel
miracolo ellenico che nella ventura ebraica, c'erano gli schiavi (Il
libro delle Guerre del Signore celebrava vittorie d'Israele contro
i nemici suoi). Mai Budda si presenta come il Buon Pastore, mai ha
proposto "la pace" del gregge.
La vita di ciascuno contiene un'energia capace d'influenzare il macrocosmo.
Come attingere alla fondamentale fonte della natura universale? Secondo
il Sutra del Loto, l'illuminarci non inizia ora, perviene dalle ere
più lontane. Ma il destarci più fondo non scaturisce da fuori di noi.
La dottrina non basta: è necessario fonderci con la verità essenziale
pulsando della viva forza cosmica.
Illuminarsi, autoilluminarsi è necessario a ognuno. Nichiren Daishonin
parla anche dell'"Illuminazione delle piante". La saggezza
suprema non può essere conseguita con il ragionamento astratto o induttivo.
La paura dipende dall'illusione. Tra i fenomeni incerti e transitori,
i rapporti possono avere, debbono avere, funzione costruttiva, di
rinascita. La parabola, immagine poetica, non definisce ma, inventando,
illumina.
Il mondo dove gli esseri umani vivono e muoiono può diventare un paradiso,
in pace, se ognuno illumina sé e l'ambiente. Cura incessante del "non-attaccato"
è come ognuno possa illuminarsi e liberarsi pervenendo al corpo
di comunione. Gandhi a proposito di Budda ha detto: «Devo molto
all'ispirazione che ho potuto trarre dalla vita dell'Illuminato. Gautama
aveva assorbito quanto di meglio c'era nell'Induismo e riportò alla
vita certi insegnamenti dei Veda: non rinnegò mai l'Induismo,
ma ne ampliò la base dandogli nuova vita e nuova interpretazione.
Sono d'altronde convinto che la sostanza dell'esperienza del Budda
costituisca ormai una parte integrante dell'Induismo» (24-11-1927,
in Young India). Possiamo noi aggiungere che Gandhi ha inventato
conflitti nonviolenti, da organizzarsi per cambiare il mondo, mai
prima concepiti.
Johan Galtung
Nel suo intervento precedente, Danilo Dolci ha detto una cosa importantissima
quando ha spiegato la linea che collega Gandhi al Budda. Gandhi è
stato ucciso da un bramino ortodosso di una città vicino Bombay che
forse vedeva il Mahatma come un traditore dell'Induismo.
Gandhi era un "inventore sociale", ma molte sue idee si
potevano già trovare nel Buddismo classico. Un altro "inventore
sociale" è Daisaku Ikeda, e, dal momento che lui non può esser
presente, ho il dovere, come coautore del nostro libro di dialoghi,
di tentare di rappresentarlo in questa sede. Daisaku Ikeda è un "fenomeno"
molto simile a quelli che si sono manifestati durante il Rinascimento
fiorentino: è un uomo intelligentissimo, con moltissime potenzialità
che ha saputo sviluppare molto bene. Ha incontrato e sta incontrando
alcune difficoltà con le autorità giapponesi, ma le ragioni di tali
opposizioni sono relativamente facili da capire.
Il Buddismo mahayana, il Buddismo di Nichiren Daishonin, il Buddismo
del Sutra del Loto, il Buddismo della Soka Gakkai e il Buddismo di
Daisaku Ikeda, infatti, sono Buddismo antimilitarista che non riconosce
la superiorità dello Shintoismo di Stato. Dopo la rivoluzione Meiji,
il primo ministro giapponese sosteneva la necessità di avere un Dio
più vicino e simile al Dio che avevano in Germania (Got mit uns),
di un Dio che potesse sostenere e giustificare anche le tendenze militariste
del Giappone. Tsunesaburo Makiguchi, il fondatore della Soka Gakkai,
si è opposto a tutto questo e ha pagato la sua scelta con la vita
morendo in carcere. Il secondo presidente Josei Toda lanciò un appello
molto determinato contro la bomba atomica: tale appello non era rivolto
contro gli Stati Uniti, ma essenzialmente contro le armi nucleari.
Il terzo presidente, Daisaku Ikeda, ha seguito e continua a seguire
la stessa linea antimilitarista: Ikeda non si oppone allo Stato giapponese,
ma a una concezione teocratica dello Stato. Recentemente egli ha incontrato
Fidel Castro a Cuba: non per dire a Castro che va tutto bene, ma per
avere un dialogo sincero con lui. Negli anni sessanta Ikeda è uscito
dal Giappone per andare in Cina, prima ancora che questa fosse riconosciuta.
Tale iniziativa gli ha comportato l'odio dei circoli governativi giapponesi
che lo accusavano di aver rotto l'isolamento della Cina. L'emarginazione
e il non-contatto con la Cina era una faccenda molto semplice da sbrigare
per i giapponesi perché questi, per tradizione, coltivavano una totale
mancanza di rispetto verso i cinesi e i coreani. Ma la Soka Gakkai
è un'organizzazione importantissima in Corea e i suoi legami con la
Cina sono fortissimi. Lo stesso Daisaku Ikeda per esempio aveva invitato
alcuni giovani cinesi a studiare alla Università Soka e, alcuni anni
più tardi, uno di questi studenti gli fece da interprete durante il
suo incontro con il premier cinese. Questa è politica.
Noi siamo qui a mettere a fuoco i contributi alla pace che ci possono
venire dal Buddismo: credo che ci siano quattro elementi da tenere
in considerazione:
1) Il concetto di "origine dipendente" (engi in giapponese,
codependent origination in inglese). Uno spunto epistemologico
estremamente interessante. Engi è un concetto molto semplice:
in sintesi afferma che noi viviamo in una "rete" di vita
dove tutto e tutti sono collegati da una serie di catene causali che
si aprono e si espandono in ogni direzione. Da ciò deriva che tutti
condividiamo una responsabilità comune: quindi non è possibile affermare
in assoluto che una persona è colpevole e io no. Se lui è responsabile
lo sono anch'io. Invece della parola "colpa", comunque,
è meglio usare la parola "responsabilità".
2) Nonviolenza nell'agire, nel parlare e nel pensare (quest'ultima
è la più difficile...)
3) Opporsi allo sfruttamento: nel Buddismo si dice esplicitamente:
«Non ricevere niente che non ti sia dato volontariamente». Non c'è
niente di volontario quando il servo consegna al padrone il 70% del
raccolto.
4) Ottimismo. Molto esplicito nel Buddismo mahayana di Nichiren Daishonin,
della Soka Gakkai, di Daisaku Ikeda, perché in ogni essere umano c'è
un Budda che va manifestato ed è compito di ognuno di noi partecipare
a questo lavoro fantastico.
Vorrei tornare al primo punto, quello dell'origine dipendente e porre
una piccola domanda: «In che modo si sarebbe potuta evitare la prima
guerra mondiale?» È certo un po' tardi per interrogarsi su questo
argomento, ma comunque è una domanda molto importante. Io sono un
"lavoratore per la pace", ho 25 anni d'esperienza, e quando
affronto una situazione la prima domanda che mi faccio è: «Perché
ci troviamo in questa situazione? Avremmo potuto trovare altre soluzioni?»
Quando ho chiesto in Germania come si sarebbe potuta evitare la seconda
guerra mondiale, mi sono sempre sentito rispondere: «Uccidendo Hitler
quando era ancora giovane». Questa risposta è molto rozza e primitiva
per un motivo molto semplice: dietro Hitler c'era già pronta una fila
di successori molto più pericolosi di lui. Più pericolosi perché meno
fanatici. Credo che la risposta migliore sia quella relativa alle
conseguenze del Trattato di Versailles: quel trattato andava cambiato
dopo cinque anni. In questo modo, forse, sarebbe stato possibile evitare
la guerra, perché il Trattato di Versailles era l'argomento propagandistico
più usato da Hitler.
Quando ho parlato di questo a Oxford, un professore, mosso da una
rabbia genuina, si è opposto alla mia tesi dicendo che rivedere il
Trattato non avrebbe portato a nulla perché i tedeschi erano gli aggressori
colpevoli e i francesi, gli inglesi e gli americani le vittime innocenti.
Quel professore e come lui tanti altri vivono e pensano in un modo
dicotomico, e questa maniera di affrontare i problemi è totalmente
falsa.
Preferisco di gran lunga la luce della Buddità. Oggi nelle scienze
sociali esiste il System research, la Ricerca dei sistemi,
per cui le catene causali sono molto ben conosciute. Ciò che è interessante
è che il Budda già 2500 anni fa lo aveva intuito. Dicendo queste cose
non voglio addebitare agli alleati la responsabilità della seconda
guerra mondiale, voglio semplicemente affermare che la responsabilità
è stata di tutti.
Vediamo ora la situazione del Giappone: come si poteva evitare la
guerra nel Pacifico? Il metodo sarebbe stato semplice: ascoltare anche
la voce dei militaristi giapponesi, e cercare di capire i loro argomenti.
E loro avevano un argomento eccellente: «l'Asia per gli asiatici»,
ossia «fuori dall'Asia i colonialisti e gli imperialisti occidentali».
Dietro questo slogan, però, si nascondeva un altro argomento inaccettabile:
l'Asia per il Giappone. Se i poteri occidentali nel 1930 avessero
detto: «Abbiamo un progetto: eliminare il colonialismo dall'Asia.
Dateci dieci anni per smantellare tutto», sicuramente sarebbe sparito
il miglior argomento a favore dei militaristi giapponesi. Ma la storia
non si può cambiare, e questo esercizio ci serve solo per capire che
stiamo tutti nella stessa barca. Questa barca nel Buddismo si chiama
karma. Karma non vuol dire destino, ma indica la situazione
in cui ci troviamo e che possiamo cambiare e migliorare. Qui c'è il
punto d'incontro tra la tradizione buddista e la tradizione della
ricerca per la pace.
Vorrei ora spiegare tre punti che nascono anche dalla mia personale
esperienza, tre capacità da sviluppare per la soluzione dei conflitti.
Siano essi conflitti famigliari, conflitti etnici o la guerra del
Golfo.
1) Empatia. Fare, cioè, tutti gli sforzi possibili per capire l'altro.
E quando dico l'altro penso a più parti, non solo a due. Il teatro
dove agiscono gli attori "violenti" non è necessariamente
solo il luogo dove si svolge fisicamente una guerra. Gli attori principali
della guerra in Yugoslavia, ad esempio, non stanno in Yugoslavia,
stanno in Germania, Austria, in Vaticano, a Washington, a Mosca, un
po' a Roma, a Londra. Insomma il 70% sta fuori dalla Yugoslavia e
il 30% dentro. Tutti questi attori hanno un punto in comune che va
capito (questa è l'empatia): hanno paura cosa eccessiva, ma facile
da capire di uno Stato musulmano. Come è possibile evitare questa
cosa? Fare un pacchetto di croati e serbi e chiamarlo Bosnia? Ma la
Bosnia non esiste, è una illusione che serve a evitare uno Stato musulmano
in Europa. Questa dunque è la vera motivazione, ma voi non l'avete
mai sentita perché i giornali non ne parlano. Il metodo perciò non
è quello di lottare in tutti i modi per evitare un collegamento tra
Bosnia e Iran, ma quello di costruire un dialogo tra crisitiani e
musulmani. E questo dialogo non c'è mai stato.
Bisogna costruire non una ma diecimila occasioni di dialogo con l'Islam.
2) Fantasia, creatività. È necessario inventare sempre nuove strade.
Posso fare un esempio molto semplice: in America Latina ci sono due
Stati il loro nome non importa che hanno lottato moltissimo per un
territorio. Questo territorio, da una generazione all'altra, cambia
di mano. Mi sono trovato a cena con un ex-presidente di uno di questi
Stati che mi ha chiesto cosa fare e io gli ho suggerito: «Perché non
gestite insieme questo territorio? Perché non fate insieme un aeroporto,
una zona di cooperazione economica tra i due paesi, delle fabbriche,
un campeggio dove possano venire giovani e una Casa per la negoziazione
della pace, non soltanto tra i due paesi, ma per tutta l'America Latina
e per tutto il mondo? Un territorio per la pace. Per la pace nel mondo».
Lui mi ha risposto: «Non conosco nessun politico in America Latina
che abbia mai pensato a questo».
3) Nonviolenza. Evitare cioè i metodi violenti. Io non sono convinto
che la nonviolenza di Gandhi funzioni sempre, e per me la parola nonviolenza
presenta un'accezione molto più ampia. Sono convinto però che la violenza
non funziona mai, perché gli sconfitti escono dalla guerra con una
sola idea in testa: vendetta. E anche perché i vincitori escono dalla
vittoria con una sola idea in testa: la vittoria è bella, perché non
averne una all'anno? Il nostro mondo che chiamiamo "moderno"
ha il monopolio della violenza. Un proverbio americano che mi piace
moltissimo dice: «To he who has a hammer, the world looks a nail.
(Se hai un martello, il mondo si presenta come un chiodo)». In altri
termini, se tu hai un esercito, tutti i problemi diventano problemi
militari. Ma la realtà non è questa: i problemi sono problemi d'identità,
di diritti umani, di mutuo rispetto, di giustizia economica e questi
non si possono risolvere con la violenza. Un esempio: abbiamo avuto
un attentato terrorista in Arabia Saudita e sono morti 19 soldati
americani. È stata una cosa terribile. Questo attentato voleva comunicare
qualcosa: la popolazione araba desidera che tutti i soldati americani
vadano via dall'Arabia. Chiedono anche un referendum e, se gli americani
credono veramente nella democrazia, allora è importante ascoltare
tali richieste. Ma, a Lione, il gruppo dei Sette i capi degli Stati
più importanti nel mondo ha stilato una dichiarazione in quaranta
punti contro il terrorismo. Sono quaranta punti di violenza. E per
di più fatti da sette capi di Stato. Immaginiamo invece cosa sarebbe
successo se i Sette avessero detto: «Abbiamo un problema, c'è un conflitto
in atto, noi siamo totalmente contro il terrorismo, siamo totalmente
contro la violenza, allora invitiamoli al dialogo, chiediamo qual
è il problema, ascoltiamoli. Possiamo scegliere un posto segreto per
incontrarli, senza usare i servizi segreti. Apriamo un dialogo». Una
persona matura avrebbe detto questo. Ma noi abbiamo i Sette che non
definirei neanche bambini perché sarebbe un insulto ai bambini.
Dove si possono insegnare questi semplici principi generali? Non credo
francamente nei Ministeri degli Esteri, in genere lì c'è scarsa empatia
e una lunga lista di interessi nazionali. Non c'è creatività, ma burocrazia.
Non c'è la nonviolenza, ma il sistema "martello e chiodo".
Allora mi viene da pensare che forse non è valido il sistema-Stato.
È troppo radicale questo mio modo di pensare? Non necessariamente.
Abbiamo avuto nella storia europea altre istituzioni relativamente
poco valide: l'aristocrazia, ad esempio, con i duelli, la vanità,
con l'ideologia dell'onore, con tanta violenza, con la schiavitù,
con il colonialismo... Forse anche il sistema-Stato un giorno potrebbe
essere ridimensionato, non necessariamente sparire. Vedo invece nel
sistema-Città un avvenire più promettente. Abbiamo duecentomila città
nel mondo. Non conosco nessuna città che abbia un inno nazionale,
non conosco nessuna città tedesca che dica di essere uber alles.
In generale le città sono più sane: lavorano, si rispettano reciprocamente,
hanno un sistema di scambio relativamente buono, non hanno eserciti...
Poi dovremmo guardare con attenzione anche alle organizzazioni popolari.
In tutto ce ne sono circa diecimila e moltissime lavorano per i diritti
umani, per la protezione dell'ambiente, per lo sviluppo.
Molto importanti sono le donne: il 95% della violenza viene dagli
uomini.
Dunque più potere alle donne, alle organizzazioni internazionali,
alle autorità locali, alle città e meno potere allo Stato e forse
un po' di psicoterapia alle nazioni, soprattutto quando pensano di
essere investite da un mandato divino. Conosco bene una nazione di
questo tipo: era esattamente l'idea di Mussolini, ma l'Italia ne è
uscita relativamente bene. Un po' confusa magari... ma la confusione
è sempre preferibile al fascismo.
E alla confusione è sempre preferibile uno Stato che si dedica alla
Pace.
Scheda del libro
È POSSIBILE
di Marina Marrazzi
«Considero il pessimismo una lussuria personale e
autoindulgente che nessuno di noi si può permettere. Certamente ci
sono migliaia di ragioni dentro e fuori di noi per essere pessimisti.
Queste ragioni non devono essere respinte o sottovalutate, né essere
scongiurate. Bisogna occuparsene accettando la sfida che propongono.
L'ottimismo e il pessimismo devono continuamente sfidarsi nei nostri
continui dialoghi interiori quotidiani». Johan Galtung si interroga,
nei colloqui con Daisaku Ikeda raccolti in questo libro, sulle strade
praticabili per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti del mondo
contemporaneo. «Il leader di un movimento pacifista deve ispirare
fiducia nell'esistenza di soluzioni pacifiche ai nostri dilemmi. Ma
questa fiducia deve consistere in più che semplici promesse formali,
deve essere sostenuta da un solido ragionamento». E solidi ragionamenti,
costruiti intorno alla incrollabile convinzione di entrambi gli autori
nella possibilità di uscire dalla logica dello sfruttamento, della
violenza e della guerra che guidano la politica mondiale, sono la
struttura portante dei loro interventi. Non è idealismo velleitario,
ma un impegno concreto e attento alla realtà della politica internazionale,
a guidare la discussione sulle sorti delle etnie in conflitto, sullo
sfruttamento economico del capitalismo occidentale, sui pericoli della
concentrazione di poteri economici in pochi stati, sulla pena di morte,
sulla possibilità di ridurre gli armamenti nucleari, sulla necessità
di riformare l'Onu per rendere il suo operato più efficace a salvaguardia
dei diritti umani e della pace in ogni nazione della Terra.
E in più parti emerge come la lucidità della ragione sposata alla
fede nell'ideale trovi nel Buddismo una conferma e una indicazione
di percorso.
La risposta ai problemi del mondo del futuro sta in un sistema di
governo flessibile, e «nel dialogo interiore ed esteriore tra tutte
le parti interessate» riconosce Galtung. «Pigiati gli uni contro gli
altri su questa terra, scopriamo che tutti i nostri karma si intrecciano.
Quando qualcosa va storto dovremmo seguire l'ottima tradizione buddista
di meditare e cercare la soluzione in noi stessi. [...] L'impegno
per la pace ha bisogno non solo di una manciata di governi o di popoli
alla ribalta, ma di noi tutti».
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