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Di sé
Danilo Dolci diceva: «Sono uno che cerca di tradurre l’utopia in progetto.
Non mi domando se è facile o difficile, ma se è necessario o no». A tre anni
di distanza dalla sua morte, un saggio bibliografico, La forza della nonviolenza (Libreria Dante
& Descartes, lire 15000) di Giuseppe Barone, ne
ricostruisce la figura e l’attività, sia attraverso la cospicua mole degli
scritti, sia attraverso la notevole produzione di articoli e libri sulla sua
opera.
Noberto Bobbio, autore della nota che apre il volume, indica in Danilo Dolci
un «esempio singolarissimo», il quale «non aveva accettato la consueta
distinzione tra il predicare e il fare. La buona predica doveva risultare
dalla buona azione. Chi denunciava i mali doveva lui stesso cercare di porvi
rimedio, pagare di persona. Il metodo che aveva scelto non era quello di
pronunciare sentenze, ma quello della partecipazione diretta, della presenza
attiva».
In coerenza con questa scelta, Danilo Dolci abbandona gli studi universitari
di architettura e dopo una fondamentale esperienza nella “Nomadelfia” di don
Zeno, la comunità di accoglienza per bambini sbandati dalla guerra, si
trasferisce in Sicilia per combattere a viso aperto i soprusi della mafia e
le collusioni con i politici. Le denuncie pubbliche gli valsero la condanna a
due anni e mezzo di reclusione (in sua difesa intervennero, in aula,
scrittori come Carlo Levi ed Elio Vittorini). Il profilo biografico tracciato
da Giuseppe Barone, suo allievo e collaboratore, è
essenziale, ma sufficiente a dare un’idea precisa dell’azione del fondatore
del Centro studi e iniziative di Partinico. La bibliografia, ordinata secondo
un ordine cronologico, ricostruisce un percorso di lettura «sintetico, ma
completo», utile come introduzione all’opera, non solo letteraria, di Danilo
Dolci. In due paginette sono riportati alcuni indirizzi Internet, in
particolare i due siti monografici «più completi»
che sono italiani.
Dell’intellettuale triestino, per nove volte candidato al Premio Nobel per la
pace, è anche svelato il significativo testamento, datato Partinico 15
dicembre 1970: «Poiché non ho proprietà, e tanto i miei famigliari, quanto i
collaboratori del Centro sanno bene cosa fare con le loro teste, non c’è
alcun bisogno che io scriva un testamento. Ma una formale volontà voglio qui
esporre: desidero essere sepolto -a suo tempo- tra gli olivi del Borgo, non
lontano dai ragazzi per cui soprattutto ho lavorato nella mia vita, e per cui
conto ancora di lavorare».
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