Educazione e
dominio in Danilo Dolci
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Sommario 1.Premessa 2.Dominio, gerarchia, violenza
istituzionale. 3.Eterodipendenza e clonazione di uomini
4.L'auto-organizzazione repressa 5.Verso una concezione unitaria,
organico-sistemica, della realtà 6.La struttura maieutica: un nuovo modo di
crescere e di pensare. . 1.Premessa Uno dei problemi ricorrenti che Danilo Dolci
poneva all'inizio dei seminari maieutici - come certamente ricordano coloro
che vi hanno partecipato - era la distinzione fra potere e dominio.
Tale distinzione, da lui giustamente ritenuta cruciale, si accompagnava di
solito ad un'altra, anch'essa frequente nei seminarti stessi, anch'essa
essenziale, che era quella fra trasmettere e comunicare. Così la ricerca sociologica sul dominio si
caratterizzava come ricerca a dimensione educativa: l'indagine cioè era
rivolta alla presenza - tanto poco consapevole, tanto poco sospettata quanto
generalmente diffusa e storicamente persistente, eticamente ripugnante - alla
presenza, dicevo, del dominio in educazione. Nelle opere di Danilo queste distinzioni sono
pure fondamentali. Che l'azione educativa, pur se finalizzata alla
crescita umana e quindi per sua natura antitetica alle repressioni proprie
del dominio, potesse non sfuggire ad una tendenza che è generale nella storia
(appunto quella del dominio dell'uomo sull'uomo, dell'uomo sulla donna, di
una nazione su un'altra, dell'uomo sulla natura) è qualcosa che non sempre si
sospetta, perfino all'interno della scienza dell'educazione. Eppure questa è
una grande questione di sopravvivenza e di civiltà, che Danilo apre; un
problema certamente contestuale ai grandi problemi globali e planetari che
attualmente ci affliggono. Esso prefigura senza dubbio una grande sfida, una
grande svolta antropologica, una nuova concezione e una nuova pratica dei rapporti
(fra uomo e uomo, uomo e natura, ecc.) impossibile senza il contributo di
un'azione educativa la quale sia soprattutto consapevole dei nessi sbagliati,
dei nessi "malati", come Danilo si esprime. E' una questione che attiene essenzialmente ai
rapporti, che tende a rifondarli. Danilo, come sappiamo, operava nella realtà. Il
suo problema iniziale, a cominciare dal 1952 (l'anno del trasferimento
definitivo in Sicilia), era quello che è stato definito una prosecuzione
della Resistenza (una Resistenza "senza sparare"), cioè la liberazione,
l'elevazione delle condizioni materiali, e non materiali, di vita di un
gruppo umano lasciato ai margini dello sviluppo. Lo scontro coi gruppi dominanti, locali e
nazionali, mafiosi, politico-clientelari, fu più che naturale in quest'opera.
Ma questo fu solo l'inizio dello scontro e dell'analisi. E già per questo
carattere il lavoro di Danilo balzò subito all'attenzione internazionale,
come un impegno che andava oltre i confini locali in cui era originariamente
concepito. In quest'opera condotta non a tavolino, ma sul
campo, con tutti i rischi che comportava, Danilo si scontra appunto con
le difficoltà. Erano difficoltà esterne al gruppo con cui operava,
costituite non solo dalla mafia e dal connubio mafia-politica che egli
per primo scoprì e denunciò in Italia, com'è ormai noto, ma pure dalla
concezione economicistica - selvaggiamente liberistica, "emancipata"
eticamente - dello sviluppo, anch'esso procedente secondo logiche
neocolonialistiche dell'asservimento e del dominio, che le scienze sociali,
comprese quelle economiche, mettono ormai generalmente in chiaro. L'economia di mercato e il diritto di proprietà
dei beni della terra - si legge anche nelle encicliche papali di oltre
un secolo - è certo una condizione necessaria, ma può anche costituire un
ostacolo allo sviluppo degli individui e dei popoli, come sta accadendo
in ambito internazionale, mediante la bipolarizzazione progressiva di
ricchezza e povertà. Le difficoltà però erano anche interne al
gruppo: la capacità di organizzarsi, la percezione dell'interesse
collettivo e dei diritti umani, la ricerca e la documentazione della verità
in ambito civile, la difesa dal parassitismo clientelare-mafioso, e così
via, pur se giuridicamente, costituzionalmente riconosciute, non sono
certo dei poteri naturali di cui il cittadino in quanto tale immediatamente
dispone, non costituiscono delle libertà che quotidianamente egli possa
senz'altro esercitare. "Come si può pretendere - scrive Danilo - che
gente ridotta per secoli o millenni poltiglia dolente, possa un mattino
svegliarsi libera, capace di esprimersi creativamente, capace di organizzarsi
coordinandosi? La massa può esistere finché viene concepita così [...] come
numero affine ad altro numero [come] molecola uniforme, finché viene
praticamente impedito a ognuno concepirsi creatura autonoma che prova
coordinarsi" (Dolci, 1987, p.95). Più tardi verranno altre scoperte, che
contribuiscono a spiegare i mali dell'epoca presente. Si tratta della
stessa educazione formale o intenzionale o scolastica, storicamente
concepita, come si esprime Freire, quale "pratica del dominio";
e si tratta ancora della "ingegneria del consenso" che si
avvale della tecnologia più avanzata per omologare, reprimere, indurre
evasione dai problemi collettivi e concezioni edonistico-utilitaristiche
dell'esistenza, orientare verso i consumi, ecc., come la ricerca più avanzata
in materia contribuisce a chiarire. La miscela oggi oppressiva e letale di libero
mercato e tecnologia raffinata, come molti sostengono, è uno dei mali più
seri che il mondo contemporaneo è chiamato ad affrontare, anche per la
crescita umana di individui e popoli. Ma il dominio si avvale anche della
prassi "educativa", si estende alla concezione stessa dell'educare. 2. Dominio, gerarchia, violenza istituzionale La nozione di dominio è di solito
trascurata in ambito scientifico. Nell'Enciclopedia delle Scienze Sociali,
tanto per fare un esempio, edita dal prestigioso Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, l'Istituto Treccani tanto per intenderci, la
voce dominio non c'è. La nozione stessa, invece, è centrale in Dolci:
contribuisce a chiarire la sua vita, il suo impegno civile, le sue lotte,
l'urgenza di alternative al dominio stesso, compreso il nuovo concetto di
educazione, incomprensibile quest'ultima al di fuori dei rapporti malati che
caratterizzano la pratica del dominio. Si fa d'altro canto sempre più chiara la
consapevolezza, sia nelle scienze sociali che in quelle
fisico-naturalistiche, "specialmente in un momento di crisi ambientali
crescenti", che "il modus vivendi incentrato sulla conquista e
sul dominio minaccia l'intera vita sul nostro pianeta", che esso "è
distruttivo e controproducente [data soprattutto] l'insistente
coercizione, la repressione della creatività e dell'esigenza di
partecipazione" delle persone ai drammatici problemi dell'umanità
nel momento storico-evolutivo che stiamo vivendo (Eisler, 1997, p.50, corsivo
mio). Dolci chiarisce in proposito che dominare
"significa soprattutto 'far da padrone assoluto tenendo persone o cose
soggette alla propria autorità...', 'soggiogare con la forza', 'sovrastare,
reprimere', 'imporsi, prevalere' e così via ". Aggiunge che "domatore
(sia ci arrivi attraverso il tardo latino domator dal classico dominator,
sia da altrove) comunque denota 'colui che rende ubbediente e docile,
soggioga, sottomette..., fiacca, stronca' ". "Nel linguaggio dei secoli
sentiamo domare le bestie feroci, i tori [...], i servi, la donzella, i
popoli, la materia, la peste: pur con ferro, flagelli, lance [...] via via
fino ai cannoni. Fino a Hiroshima" (Dolci, 1987, pp.72-73). Una studiosa statunitense, R. Eisler già citata
(Università della California, Los Angeles), impegnata nella promozione del
sistema della partnership, si sofferma sul concetto di dominio nel corso
della storia (e della preistoria), con ampiezza di riferimenti
storico-antropologici e scientifici in genere. Ella parla di dominio come di
"un peculiare tipo di potere (il diritto di impartire ordini e di essere
obbediti", secondo un ordine gerarchico-piramidale che fino a tempi non
lontani si riteneva fosse stabilito da Dio). E' doveroso dire che Danilo parla
in proposito non di potere, ma di degenerazione, di patologia
del potere, poiché per Danilo il potere è legittimo e s'identifica
fondamentalmente con l'esercizio sostanziale della libertà positiva
o libertà di..., a prescindere dalla quale la democrazia resta un
ordine puramente formale, come ampiamente accade oggigiorno. Nel tipo di organizzazione sociale fondata sulla
degenerazione, sulla patologia del potere, "gli uomini vengono
socialmente forgiati - secondo la Eisler - al dominio e alla conquista (per
quello stile operativo che oggi definiamo win/ lose,
'vittoria/sconfitta') mentre caratteristiche come l'empatia, la cura e la
non-violenza (sempre più riconosciute quali requisiti per relazioni win/win,
'vantaggio reciproco') sono sostanzialmente ritenute effeminate, come rivela
la parola inglese 'sissy' ". Questo tipo di organizzazione sociale occupa
trasversalmente le società storiche e non è estranea all'organizzazione
cosiddetta democratica e all'economia capitalistica, come la stessa Eisler
ammette, data la sua tragica insostenibilità, in un momento di possibile
biforcazione come quello presente. La Eisler spiega questo tipo di trasversalità nel
tempo e nello spazio: "Società convenzionalmente considerate diverse -
ella scrive - (l'Iran di Komeini, la Germania di Hitler, l'Urss di Stalin e i
Masai africani dei secoli diciannovesimo e ventesimo) presentano strette
affinità. Sono caratterizzate da un rigido predominio maschile, una struttura
sociale fondamentalmente gerarchica e autoritaria, un alto grado di violenza
istituzionalizzata (cioè da modalità di relazioni interne ed esterne fondate
su paura/forza). Sono anche società in cui ai valori cosiddetti maschili,
come rudezza, vigore, conquista e dominio è attribuita priorità sociale ed
economica (vedi l'importanza conferita alle armi) mentre i valori cosiddetti
femminili come cura, comprensione, empatia e non-violenza sono,
insieme con le donne, solitamente confinati in un ambito secondario o
subordinato [...]. Questo è pure un modello in cui la differenza (sia
essa relativa a sesso, razza, origine tribale o etnica, religione, ideologia)
corrisponde a superiorità o inferiorità". Organizzazioni sociali fondate sulla
partnership, invece, sono anch'esse presenti - la Eisler documenta -
nella storia, anche nell'ambito di nazioni industrializzate (per esempio
nell'area scandinava), e soprattutto nella preistoria. "Risalgono
all'Europa neolitica del 7000 a.C e [sono] ancora documentabili nelle civiltà
della Creta minoica, fino al 1200 a. C. circa" (Eisler, 1997, pp.46-49). E' da sottolineare che l'autrice del contributo,
molto interessante, che ho qui citato, si occupa soprattutto di problemi
socio-economici, lasciando da parte, fondamentalmente, altri ambiti
scientifici, ad es. quello educativo o della crescita umana di
individui e popoli, divenuto cruciale nell'attuale epoca di biforcazione
della storia del pianeta: biforcazione involutiva verso l'estinzione o verso
la sfida di una evoluzione collettiva, come si esprime E. Laszlo (1996),
richiamando anche Einstein. Il nesso fra dominio e educazione è invece
centrale, come dicevo, nelle considerazioni di D. Dolci. 3.Eterodipendenza e clonazione di uomini Nelle sue analisi e nelle sue proposte, Danilo si
avvale spesso della ricerca biologica, come ho avuto modo di sottolineare
altre volte (v. Mangano, 1996 ). A proposito del problema che stiamo qui
affrontando, egli parla del virus del dominio (v. Dolci, 1987). Nelle
sue opere l'analogia fra infezione virale da un lato, "clonazione di
uomini", "industria delle coscienze", "sclerosi della
storia" dall'altro lato, è costantemente presente. Queste asserzioni
rischiano di rimanere vuote di senso se non divengono oggetto di un serio
dibattito, soprattutto in ambito educativo. E ciò in un'epoca in cui le
scienze della natura e quelle sociali scorgono la complessità del reale,
l'interdipendenza planetaria e quindi la necessità di riconcepire i rapporti
fra gli uomini, compresa appunto l'educazione, al cui interno i rapporti sani
o malati originariamente si generano. In educazione, colui che ha analizzato
esplicitamente l'azione del dominio è stato l'educatore di origine
brasiliana Paulo Freire, il quale ha parlato - com'è noto - di
"educazione depositaria come pratica del dominio", contrapponendola
alla "educazione problematizzante" quale "pratica della
libertà". L'analogia fra virus e dominio - a quanto ne so - è
esclusivamente dolciana. Il virus - precisa Danilo in proposito -
s'insinua nella cellula, sfuggendo alle difese immunitarie dell'organismo,
che non riescono a riconoscerlo. Una volta inseritosi nella cellula, il
virus, che da solo non riuscirebbe mai a riprodursi, ne snatura le funzioni,
costringendola ad operare in suo favore, cioè a riprodurre un numero
sterminato di copie identiche del virus medesimo. Questi elementi: il
parassitismo ossia l'incapacità di riprodursi senza coinvolgere la vittima,
l'espropriazione della vittima stessa delle sue funzioni naturali, l'azione
subdola che sfugge alle difese immunitarie, la clonazione del prodotto, hanno
tutti a che fare con i rapporti malati che l'"educazione"
costruisce. A proposito del processo di clonazione biologica,
analogo alla clonazione delle menti, così scrive Danilo: "Molti tipi di
virus, parassiti perfetti, costringono le cellule a produrre agenti virali,
tutti uguali: le cellule infettate da virus, al microscopio possono apparire
quasi completamente svuotate e con le membrane crivellate da fori dai quali
fuoriescono le particelle virali prodotte forzatamente dalla cellula". La difesa contro questa invasione letale è
possibile solo in certi casi: "Quando il virus penetra in un organismo
per colonizzarvi le cellule, le difese immunitarie riescono a bloccarlo se lo
riconoscono. Il sistema immunitario può organizzare la difesa contro più
varianti virali, fino a quando riesce a riconoscerle. Dai più recenti studi - è sempre Danilo che parla
- risulta che l'HIV sfugge al controllo immunitario mutando continuamente
[...]: la sua strategia è disorientare. L'HIV, fra i virus noti, è il
più capace di variare, ha enorme capacità di proliferare risultando
incontrollato" (Dolci, 1996, p.198, corsivo mio). Una seria analisi dell'educazione in atto
dovrebbe spiegare se il rapporto plurimillenario, verticale e gerarchico, di
dominazione, descritto nel precedente paragrafo n.2, si sia limitato ad
ambiti come l'economia, l'organizzazione politica, ecc., o se abbia anche
e soprattutto influenzato l'educazione, e in quale modo l'abbia influenzato,
se tale influenza appartiene al passato o continui in epoca presente. Una organizzazione veramente critica,
consapevole, dell'educazione, che voglia essere estranea ai rapporti di
dominio e anzi cercare di riconoscerli come si è detto a proposito delle
difese dai virus, dovrebbe spiegare perché storicamente i rapporti
scolastici, che per loro natura dovrebbero essere biofili o volti a favorire
la crescita umana, creino invece noia e rifiuto nei ragazzi, come grandi
personalità concordemente riferiscono nei secoli (Mangano, in Cuomo, 1995 ). 4.L'auto-organizzazione repressa In condizioni naturali, voglio dire di non
parassitismo colonizzatore, la personalità umana, sia nella sua unità
complessiva che in una delle sue dimensioni specifiche, pur vivendo in
condizioni di interscambio continuo con l'ambiente, manifesta una soggettività
auto-organizzatrice, con leggi proprie, che sono fra l'altro il risultato di
miliardi di anni di evoluzione. L'organismo fisico dell'uomo, ad es., è
tutt'altro che un'entità passiva, ricettiva, puramente adattata. Esso esprime
invece, in modo prepotente, i suoi bisogni (di alimento, di moto, di clima),
ossia rivolge delle domande all'ambiente, sceglie fra le
opportunità che l'ambiente offre, elabora la materia e l'energia che
riesce a scambiare, assimila quanto elabora, trasformandolo di volta
in volta in parte del suo essere. L'organismo fisico in altri termini,
lungi dal lasciarsi condurre dall'esterno e dall'ambiente, si comporta come
un soggetto autonomo di ricerca all'interno dell'ambiente medesimo, anche
se, nella maggior parte dei casi, l'intenzionalità è inconscia. Qualcosa di analogo accade nell'ambito della
dimensione che chiamiamo "interna" o "spirituale"
(intellettuale, emotivo-creativa, etica) della personalità. A proposito
dell'apprendimento, ad es., l'essere umano, fin dal primo anno di vita, si
manifesta come un soggetto in tensione di ricerca. Il bimbo non aspetta che
qualcuno gli faccia conoscere l'ambiente che sta intorno a sè. Stabilisce in
modo immediato, man mano che può, un rapporto con le cose, attraverso il
gioco, per esplorarle. Questa esplorazione avviene persino in base a un metodo
di ricerca, stabilito dalla natura: il metodo per prove ed errori. Il bambino non aspetta che dall'esterno gli
somministrino formalmente il linguaggio, che gli occorre. La sua fame di
parole mette in moto le capacità intuitive, per cui egli si appropria
delle parole stesse e del loro significato. Non appena può, rivolge delle
domande agli adulti, per avere delle risposte alle domande, ai perché
della sua mente. Erroneamente, questa viene chiamata l'età dei perché:
dico erroneamente, perché in condizioni normali l'età dei perché non ha mai
termine, dura e deve durare tutta la vita. Essa fa parte dell'autopoiesi
(v. Maturana e Varela). Se la mente del bambino ad un certo punto cessa
di porre domande, finisce di esprimere i suoi perché, ciò vuol dire che
qualcosa ha devastato la sua curiosità naturale, qualcosa ha represso una
tensione di ricerca della sua mente, tensione che è invece geneticamente
codificata. Man mano, la tensione naturale di ricerca, non trovando riscontro
nell'ambiente, si atrofizza, non si trasforma in metodo permanente di
autoapprendimento, di crescita umana continua, cooperativa. E' questa, per
Danilo, la peggiore violenza che l'uomo possa subire; è anche, per lui, la
peggiore devianza, una devianza istituzionale, quella che consiste nella
repressione dei poteri naturali dell'uomo. In effetti, questo processo di sostituzione dei
dinamismi interni o dinamismi aperti, autopoietici e di ricerca, con meccanismi
chiusi di assuefazione o adeguamento a un ordine stabilito dall'esterno,
comincia in famiglia, allorché mostriamo una nefasta indifferenza alle
domande dei nostri figli e nipoti. E il processo continua poi nella scuola,
allorché i bambini, i fanciulli, i pre-adolescenti vengono costretti ad
adattarsi al dato, senza essere educati al progetto e all'auto-progetto,
senza dar corso alle loro domande e acquisire il metodo
dell'autoapprendimento che è, come dicevo, secondo quanto deciso dalla stessa
natura, metodo di ricerca, come risposta ai bisogni dell'intelligenza. A questo modo, come dicono giustamente educatori
celebri, al posto di "insegnare" a pensare, offriamo dei pensati,
al posto di promuovere il dialogo e il comunicare, offriamo comunicati.
Sopprimiamo i processi produttivo-creativi, sostituendoli con dei consumi,
con dei risultati già pronti, offerti dall'esterno. A questo modo inoltre, il dominio, come il virus
nei riguardi della cellula, s'insinua nei processi di autonomia e di
autocreazione della personalità umana, distruggendoli: sono questi i
processi di ricerca, di intuizione e di ipotesi, di costruzione attiva e
comprensione dei significati, di scambio interpersonale di problemi e
domande, di visione pluriprospettica delle questioni, di elaborazione
costante del proprio progetto di crescita, di elaborazione comunitaria del
progetto di trasformazione della realtà secondo i bisogni autentici
dell'uomo. Il dominio, il "fago in cravatta",
espropria la mente ospite delle sue funzioni naturali o genetiche e la
costringe a funzionare secondo le sue istanze: la clonazione di uomini, il
parassitismo, la colonizzazione, la sclerosi della storia. Queste modalità di rapporto fra gli uomini,
tipiche del dominio di un popolo sull'altro, dell'uomo sulla donna, dell'uomo
sulla natura, dell'adulto sul bambino, di una cultura sull'altra, sono ormai
insostenibili non solo in ambito educativo e umano in generale, ma
all'interno stesso della biosfera. E' grande merito di Danilo avere svolto le sue
riflessioni, e offerto le sue esperienze, in questa chiave certamente nuova. 5.Verso una concezione unitaria,
organico-sistemica, della realtà La repressione dei poteri naturali della persona
umana: il pensiero, l'immaginazione, la creatività e l'affettività, la comunicazione
interpersonale, i conflitti nonviolenti, l'uso dell'informazione critica per
trasformare la realtà, tale repressione, con induzione di rapporti malati,
caratterizza pure l'azione trasmissiva dei mass-media. Anche questo è un tema ricorrente nell'esperienza
e nella riflessione di Danilo, essendo egli impegnato nella promozione
dell'autonomia della persona, quale elemento imprescindibile di autenticità,
di risanamento della vita, dei rapporti. La ricerca della distinzione fra trasmettere
e comunicare, in cui molti suoi seminari si trovavano impegnati, aveva
lo scopo di chiarire l'azione appunto repressiva del trasmettere, come
azione unilineare, unidirezionale, da trasmittente a ricevente, radicalmente
estranea alla circolarità interattiva del comunicare. Che si tratti
del trasmettere scolastico o di quello mass-mediale, la trasmissione
reca in sè la presunta assolutezza del messaggio, nei riguardi del quale
l'interazione del ricevente è del tutto irrilevante. Il dominio diventa così, molto più chiaramente
che in passato, dominio delle menti, attacco subdolo ai poteri
critici, immaginativi, cooperativo-comunicativi, dei dominandi. Diviene
inquinamento mentale, non solo della natura. Conosciamo dagli studi recenti (Chomsky, Popper e
altri) il ruolo che ricoprono i mass-media nella manipolazione della
verità, nelle cosiddette pubbliche relazioni, nella ingegneria del
consenso, persino nella omologazione delle culture esistenti ancora sul
pianeta alla presunta superiorità culturale dell'Occidente (v. Latouche).
Molti mettono in chiaro, giustamente, i rischi che corre la democrazia fino a
quando il potere dei media non sarà stato adeguatamente scoperto e i
poteri immunitari, come dice Danilo, dei cittadini non saranno diffusamente
attivati nei loro riguardi. La concezione della realtà tipica del dominio,
una concezione avallata perfino dalla scienza classica, che trova nella
tecnologia più raffinata gli strumenti di azione più efficaci e pericolosi,
comincia a vacillare. Sono molti gli elementi che tendono a questo risultato. Uno di tali elementi è senza dubbio costituito
dai problemi collettivi che l'umanità ha oggi di fronte, e che non possono
più essere affrontati da un solo popolo o da un solo Stato, o da un limitato
blocco di Stati. Tutti i popoli e tutti gli Stati vi debbono ormai
collaborare, pena il collasso del sistema, nella sua complessità. Tali problemi sono stati generati dal modo di
pensare tipico del dominio, e dalla violenza che lo caratterizza. Secondo
questo modo di pensare, tipicamente violento, l'altro, sia esso la
natura non umana, sia esso il Terzo o il Quarto mondo, l'umanità non
industrializzata, le aree marginali interne all'Occidente, i disoccupati e i
deboli (i giovani, gli anziani), l'altro, erroneamente concepito come
separato da noi, può essere indifferentemente oggetto della nostra
illimitata violenza, può essere a buon diritto sfruttato, colonizzato,
asservito. Da questo modo di pensare rettilineo, estraneo alla comunicazione
e interdipendenza come legge profonda della realtà, alla visione interattiva
e organico-sistemica dei rapporti, si generano così i problemi della natura:
l'inquinamento delle fonti della vita, la perturbazione degli equilibri
climatici, l'esaurimento delle risorse naturali disponibili: Cominciamo così
a capire che la natura non è tanto altra da non ritorcere contro di
noi, come un boomerang, la violenza sconsiderata di cui è oggetto da parte
nostra. Ma i problemi comuni all'umanità non riguardano
solo i rapporti con la natura. Stiamo generando problemi planetari che
mettono in questione i nostri stereotipi storici, secondo i quali gli uomini
si dividono in forti e dominatori da un lato, deboli e dominati per diritto
di natura, dall'altro lato. Il nostro modo economicistico di vivere, con la
mondializzazione dell'economia e le multinazionali che la reggono, con la
separazione di economia ed etica, sta creando nel mondo una bipolarizzazione
economica, con ricchi che diventano sempre più ricchi da un lato, poveri che
diventano sempre più poveri dall'altro lato, con il lavoro affidato alle
macchine tale da incrementare il profitto per un verso, la disoccupazione, la
migrazione, perfino la prostituzione per altro verso. Anche in questo caso non possiamo ragionare in
termini dicotomici, egoistico-settoriali, con un mondo diviso in parti
reciprocamente estranee: alcune tranquillamente opulente abitate da noi,
altre che non ci riguardano, attraversate dalla miseria, dalla fame, dalle
malattie. E' un problema, questo, che richiederà dei
cambiamenti profondi e, come dicevo, l'impegno della comunità planetaria nel
suo insieme. E vi sono ancora i problemi delle mafie che ormai
si organizzano, si coordinano su base internazionale, i problemi dei traffici
illeciti, della qualità della vita soprattutto dei giovani. E vi è, non secondo
a nessuno, il problema della pace. Tutti questi problemi hanno messo in chiaro che
il mondo ormai è uno, che le sue parti sono interdipendenti, che la diversità
è connaturata all'esistenza, che dominio e violenza sono antitetici alla
legge simbiotica e interattiva dell'evoluzione. La scienza di questo secolo, come ho detto
altrove (Mangano, 1996), si muove in questa direzione. 6.La struttura maieutica: un nuovo modo di
crescere e di pensare Sono convinto che la struttura maieutica
rappresenti l'antitesi di quelle modalità di rapporto che siamo abituati a
chiamare "educative" e che P. Freire considera invece l'opposto,
cioè l'esercizio, la pratica del dominio, l'assuefazione inconsapevole ad
esso. La struttura maieutica infatti (da struere,
costruire) contribuisce a porre in essere, a mio avviso, il nuovo modo di
crescere e di pensare richiesto dai problemi globali, a cominciare
dall'ambiente umano, emotivamente ed affettivamente favorevole all'autopoiesi,
all'auto-eco-organizzazione della crescita da parte dei soggetti che vi
partecipano. Essa agisce senza dubbio in direzione del superamento delle
visioni egocentriche e settoriali nelle quali si esprime la concezione della
realtà propria anche della scienza classica; rifiuta le visioni
individualistico-ricettive, repressivo-passivizzanti della trasmissione
scolastica e mass-mediale; pone le condizioni per l'autoapprendimento aperto
e permanente, per l'educazione alla ricerca, per un nuovo rapporto fra
istruzione ed educazione. La struttura maieutica è infatti quella
particolare organizzazione dell'apprendimento, della ricerca presupposta
dall'apprendimento, che non ha al suo centro un corpo di verità pre-stabilite
- trasmesse dalla cattedra o attinte al manuale - cui adeguarsi. Al centro
dell'attività maieutica vi è un problema, che viene posto a tutti i
presenti e su cui ciascuno è invitato a riflettere e a comunicare
agli altri le sue riflessioni. Il gruppo maieutico costituisce così una totalità
organica, complessa, all'interno della quale sono importanti sia le parti,
le componenti (ciascuna delle componenti), sia la totalità, l'insieme. Nel comunicare le proprie riflessioni, ciascuno fa
un dono a ciascun altro, è maieuta nei riguardi di ciascun altro.
L'inter-agire comunicativo, nonviolento anche se conflittuale, impegna il
rapporto dei componenti fra loro, di ciascun componente con l'insieme. Le conclusioni via via raggiunte sono e rimangono
aperte. Non esistono verità chiuse o definitive, che un individuo o un gruppo
possa imporre agli altri, giacché la ricerca non è lineare e
deterministica - come lineare e deterministica si supponeva fosse
l'evoluzione generale del corso storico - ma è interattiva e ciclica: le
riflessioni di ognuno suscitano come dicevo riflessioni, integrazioni,
correzioni, negli altri. Il punto di partenza dell'azione maieutica può
essere anche un breve scritto, messo a disposizione di ciascun partecipante
prima dell'incontro. Esso non costituisce un modello chiuso cui adeguarsi, ma
un materiale di riflessione aperta per il singolo e per il gruppo. In tal modo si ottengono intanto dei risultati
che conviene sottolineare. Da un lato, nel corso della ricerca, viene
promosso l'esercizio dei poteri individuali: la ricerca di informazioni, la
comprensione dei significati, l'esercizio dell'immaginazione e della
creatività, l'esercizio della divergenza e la ricerca di convergenze, la
sperimentazione della reciprocità empatica e dell'autostima, l'ascolto
dell'altro, la comprensione della diversità di opinioni non come elemento di
disturbo nell'ottica competitiva, ma arricchimento della comunicazione, del
dono reciproco fra i comunicanti. Sono questi, ripeto, dei poteri
individuali che via via si sviluppano e che, via via, nel corso della vita
individuale, sono alle origini della libertà. Libertà non certo intesa
come un dono definitivo da parte della natura o delle istituzioni, ma come
una conquista continua che l'individuo fa sviluppando le potenzialità che la
natura gli offre. E' questo certamente un aspetto del rapporto fra educazione
e politica: la conquista continua della libertà cui l'individuo deve
essere educato nell'esercizio dei suoi poteri, nell'uso del metodo di
auto-apprendimento e di auto-organizzazione come metodo di ricerca. Da un altro lato, ci accorgiamo che il bisogno di
autoapprendimento, di ricerca, di esplorazione continua della realtà, fa
parte di un bisogno naturale, che l'essere umano si ritrova alle origini del
suo essere, fino a quando la cultura del dominio non abbia provveduto a
reprimerlo. In questi casi ci troviamo, ripeto, di fronte
alla valorizzazione e allo sviluppo dei poteri che chiamiamo
individuali, e che sono certamente una barriera nei riguardi delle forme
letali di dominio analizzate all'inizio di questo contributo. Per un altro verso, però, la struttura maieutica
consente a ciascuno la maturazione dell'interesse collettivo. All'interno del
gruppo maieutico, ciascuno dipende tanto da sè quanto dipende da ciascun
altro e dal gruppo unitariamente considerato. Mi
sembra questa una ragione importante per superare quell'individualismo
familistico, messo in chiaro dagli antropologi, il quale si esprime
nell'indifferenza per l'interesse pubblico, nell'incapacità di percepire i
propri poteri e le proprie responsabilità verso i problemi comunitari (micro
e macro-comunitari), nel fatalismo rassegnato nei riguardi degli avvenimenti
che passano sulla testa di tutti noi e verso i quali non riusciamo a
concepire una reazione responsabile, una reazione... democratica. Questa nuova collocazione e concezione dei
processi educativi, tramite la struttura maieutica, non è sfuggita ai teorici
del pensiero complesso e agli studiosi della nuova scienza dell'evoluzione. Così si esprime Ervin Laszlo, in un editoriale
della rivista "Pluriverso" (n.5, 1996) a proposito della struttura
maieutica: "Stiamo per ora cercando di fronteggiare le condizioni della
emergente società del XXI secolo con le forme di comportamento del sistema
industriale del XX secolo. Questo [...] equivale al tentativo di vivere nelle
città industriali degli anni novanta con la forma mentis dei villaggi
feudali del Medioevo. E' insufficiente e, a causa della vulnerabilità delle
nostre temporanee strutture sociali ed ecologiche, perfino pericoloso [...].
Ecco perché la maieutica strutturale oggi, come è resa concreta dai gruppi
attivi con Danilo Dolci, è essenziale. Non si può risolvere un problema
fondamentale con il modo di pensare che ha originato il problema, come ha
detto Einstein [...]. Abbiamo bisogno di una percezione del mondo e di noi
stessi integrata. Il compito epocale che ci aspetta è di fare evolvere
modi di vivere e di agire che siano appropriati all'era delle informazioni
diffuse globalmente, nella quale tutti siamo proiettati. [...] Il mondo
contemporaneo è maturo per un importante passo avanti nella sua coscienza
collettiva. Il comunicare autentico, il processo strutturale maieutico, come
la scienza e la cultura, sono fattori profondamente influenti nel raggiungere
il prossimo stadio dell'evoluzione collettiva". L'educazione, asservita com'era e com'è ancora al
dominio, allo status quo, è stata comprensibilmente una cenerentola
all'interno dei problemi fondamentali dell'umanità. E' merito di Danilo aver
compreso silenziosamente, in un mondo retto dal capitale e dalle sue
logiche, il ruolo rivoluzionario delle modalità autentiche, non distorte,
della crescita umana, verso le quali, mi sembra, siamo ormai obbligati ad
andare.. N.B. Il contributo sarà pubblicato negli Atti del
Convegno di Studi "…e occhi fioriscono", svoltosi a Taranto
nell'aprile 1998 Riferimenti bibliografici Capra, Fritjof, The
eb of Life (1996), trad. ital., La rete della vita, Rizzoli,
Milano 1997 Chomsky, Noam, Il potere dei media,
Vallecchi, Firenze, 1994 D'Amato, Marina, Colpe dei figli, condanne dei
padri, in "La Repubblica", 18 aprile 1998 Dolci, Danilo, La creatura e il virus del
dominio, L'Argonauta, Latina 1987 Idem, La comunicazione di massa non esiste,
Lacaita editore, Manduria - Bari - Roma, 1995 Idem, Comunicare, legge della vita,
Lacaita, 1993 Idem, La struttura maieutica e l'evolverci,
La Nuova Italia, Firenze 1996 Idem, Se gli occhi fioriscono, Edizioni
Martina, Bologna 1997 Idem, Gente semplice, La Nuova Italia,
Firenze 1998 Eisler, Riane, Donne, uomini e management.
Ridisegnare il futuro, in "Pluriverso", n.4, 1997 Laszlo, Ervin, La sfida di una evoluzione
collettiva, editoriale, in "Pluriverso", n.5, 1996 Mangano, Antonino, Danilo Dolci Educatore, Edizioni
Cultura della Pace, Firenze 1992 Idem, Bisogno di conoscere e mal-essere
scolastico, in N. Cuomo (a cura), L'altra faccia del diavolo, UTET
Libreria, Torino 1995 Idem, Evoluzione e struttura maieutica in
Danilo Dolci, in "Scuola e Città", n.5-6, 1996 Idem, Prospettive socio-educative nell'attività
di Danilo Dolci, in "Scuola e Città", n.2, 1998 Mangano, A. - Michelin Salomon, A (a cura), Minori
nel circuito penale, Lacaita editore, 1996 Idem, La devianza dei minori come problema
educativo, Lacaita, 1997 Idem, La scienza sociale dell'educazione nel
contesto della civiltà planetaria, Lacaita, 1998 Maturana, H. - Varela, F., Autopoiesis and
Cognition (1980), trad. ital., Autopoiesi e cognizione, Marsilio, 1992, terza ediz. Weber, C.. - Morelli, U., Danilo Dolci. La
fionda e la cometa, editoriale, in "Pluriverso", n.4, 1997. |