Squillava il
telefono...
di Giovanni Vecchio
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Squillava il telefono nelle
prime ore del mattino e l'inconfondibile voce di Danilo annunciava un altro
"salto" creativo, una nuova pubblicazione, frutto di acuta analisi
e di slancio utopico, oppure un viaggio, un incontro, l'organizzazione di un
seminario... Da
quando la mia collaborazione con Danilo Dolci prese il via (nei primi anni
settanta, il periodo dell'impegno per il centro educativo di Mirto), ci si
sentiva frequentemente e una o due volte l'anno ci trovavamo insieme per
diversi giorni a scuola, in un circolo, in un'assemblea cittadina... per
agevolare con la maieutica l'autoanalisi popolare individuale e di gruppo e
far emergere le potenzialità di sviluppo sociale, culturale e politico di una
comunità. Spesso
viaggiavamo insieme per recarci nelle località concordate per gli incontri.
Le conversazioni durante il tragitto (talora lungo) venivano intermezzate da
brevi racconti di esperienze vissute. Al centro figure di uomini e donne
"semplici" (dal fungaiolo al Premio Nobel), nei quali Egli rintracciava
gli elementi costitutivi di una lucida cultura di pace e di non violenza. Talvolta
dovevamo fermarci per ammirare un fiore, per coglierne il messaggio: era, per
Lui, irresistibile il richiamo di reciprocità. In qualche altra occasione,
arrampicandoci sulle pendici dell'Etna assieme ai figli Sereno ed En,
invitava questi ultimi a fotografare le ginestre giganti o le betulle
bianche, ad immortalare sulla pellicola "squarci" di natura... Quando
al liceo avviava la ricerca con il suo metodo maieutico, gli studenti
entravano in un'atmosfera profondamente creativa che consentiva loro di dare
il meglio di se stessi e alcuni si meravigliavano di essere riusciti
finalmente ad esprimere i pensieri e le emozioni che da tempo desideravano
comunicare. Un' “alta tensione” morale oltre che intellettuale si respirava
nell'aria: la maieutica valorizzante e reciproca (non unidirezionale come
quella socratica) aiutava a comunicare sinceramente. Le
domande poste al momento giusto, il riconoscimento dell'apporto di ciascuno,
la conoscenza degli aspetti più reconditi dell'animo umano, l'amore per le
creature, la chiarezza delle finalità educative concorrevano ad illimpidire
il discorso, a far superare il divario tra analisi e utopia o meglio tra
scienza e poesia. “Se
non c'è un messaggio con perfezione formale in funzione di un fine di valore,
non c'è poesia” così concludeva Danilo una fase dì ricerca con i miei
studenti di liceo. Allora, tutto può essere poesia, ma può anche non esserlo.
La vita di Danilo è stata senz'altro poesia, poesia feconda, capace di far
crescere , maturare, lievitare la vita. Danilo
non aveva tempo da perdere, nel senso che ogni istante riteneva dovesse
essere vissuto intensamente. Nel 1996, in uno degli ultimi itinerari
nell'area territoriale tra Enna e Catania da me programmati, all'improvviso
Danilo si rifiutò di intrattenersi nei due giorni conclusivi del “tour”, e
per tutte e due le mattinate, con gli studenti del liceo classico di Giarre
perché nei rispettivi pomeriggi sarebbe rimasto senza far nulla. Grande
disappunto del preside e di coloro che lo attendevano: tutto si tentò per
farlo recedere dal proposito, manifestato da Lui con ferma decisione. Niente
da fare! mi telefonano, provo a parlargli, ma Lui mi dice: “Mi resta ormai
poco tempo, non posso permettermi il lusso di sprecare due pomeriggi.
Preferisco tornare a casa e rimettermi subito al lavoro”. Poco
più di un anno dopo, “sorella morte” lo accoglieva tra le braccia. Aveva
ragione! Forse lo presagiva... Ormai il telefono non squilla più, ma Danilo è dentro di noi, ci aiuta a riconoscerci e a perseverare nella difficile opera di costruzione storica di un futuro migliore per l'umanità. |