|
Con Danilo Dolci si ha la strana impressione di
conoscerlo da sempre. Danilo (il "tu" è d'obbligo) potrebbe essere
definito un "maieuta", uno che usa l'abilità dell'ostetrico per
tirare fuori da chi lo avvicina (da tutti coloro che lo avvicinano) il
profondo sapere di cui sono depositari. Per questo c'è bisogno di una
comunicazione tra le persone, uno scambio reciproco, un movimento
bidirezionale che possono fiorire solo in quella magica e naturalissima
atmosfera di calda intensità che s'innesca quando incontri persone così. Come
Socrate Danilo scava, fa domande, stimola a tirar fuori. Per questo è stato
particolarmente singolare fargli un'intervista: i ruoli si sono ribaltati. Da
intervistatori a intervistati, maieuti in erba a nostra volta.
Che ricordi hai della tua infanzia e della tua
storia di formazione?
Da bambino ho avuto una grande fortuna: sin da quando avevo sei o sette anni
mio padre mi regalava un nuovo libro ogni quindici giorni. Era un uomo molto
intelligente, ma non aveva grande cultura. Mio nonno è morto giovane e lui a
13-14 anni ha dovuto interrompere gli studi e mettersi a lavorare. Ricordo
che a Gallarate abitavamo in campagna e c'era un bellissimo albero di gelso
sul quale io salivo e leggevo. Leggevo di tutto, a volte anche fesserie, però
leggendo ho cominciato ad affinare il gusto e le scelte. Poi ho scoperto la
biblioteca pubblica. Lì ho ampliato molto la mia prospettiva e la capacità di
leggere è diventata ben presto una necessità. Verso i 15 anni ho capito che
la mia giornata non bastava più; volevo anche giocare a tennis, andare a
nuotare e allora ho cominciato sistematicamente ad alzarmi alle quattro del
mattino...
Ho letto prima un dialogo di Platone, poi un altro, poi li ho letti tutti.
Poi ho trovato un'opera di uno scrittore inglese che pronunciavo
"Shakespeare" (così come è scritto), e l'ho letto tutto. La lettura
avveniva indipendentemente dalla scuola, anzi la scuola praticamente non
c'entrava niente. Per non perdere tempo tante volte sotto il banco leggevo i
miei libri e gli insegnanti mi lasciavano fare. Se mi interessavano li
seguivo, altrimenti leggevo i miei libri. Procedevo per conto mio.
Contemporaneamente mio padre mi ha dato grande libertà di sperimentare. Per
esempio, quando avevo 12-13 anni ho cominciato a lavorare durante l'estate in
una grande azienda agricola. Mi affascinava la terra. Per me era importante
imparare a falciare l'erba, il frumento. Questo mi dava la possibilità di
avere qualche soldo in tasca, ma non era per il denaro che lo facevo. Ciò che
mi attirava era proprio l'esperienza. Allora non sapevo ancora che cosa
fosse; era un bisogno indeterminato, col tempo poi sarebbe maturato e lo
avrei razionalizzato.
Poco dopo avevo già l'idea di fare l'architetto così ho chiesto di andare
nell'estate a lavorare in un cantiere. Stare in cantiere ti fa capire come è
importante avere il senso della costruzione. Lì puoi girare sui muri, che
prima ti danno la vertigine, per imparare poi a costruirli. In
quell'occasione è stato bravo mio padre, ha avuto un'intuizione ammirevole
lasciandomi andare a lavorare in una situazione pericolosa. Invece tante volte
i genitori ti bloccano per un eccessivo senso di protezione.
Parli spesso di tuo padre, in che cosa gli sei
debitore?
Ti racconto solo un episodio. Quando sono stato in galera, all'Ucciardone
(per lo sciopero alla rovescia), lui mi è venuto a trovare. Non sapeva se
sarei uscito, mi avevano tolto la libertà vigilata dicendo che avevo:
«Spiccata capacità a delinquere». Lui stava lì, in piedi, dietro le sbarre e
mi guardava in silenzio sorridendo, senza una lacrima, senza un rimprovero.
Mi ha abbracciato attraverso le sbarre come per dirmi: «Bravo, così si fa».
Come è iniziata la tua lotta nonviolenta?
Quando nel 1952 a Trappeto morì un bambino di fame feci il mio primo digiuno.
Avevo visto che la percentuale dei bambini che morivano per fame era molto
alta (8,7%), non si poteva più continuare a inseguire i moribondi, bisognava
intervenire. Quando ho visto le condizioni disperate di questo bambino sono
corso alla farmacia di Balestratte per cercare del latte da portargli, ma è
stato inutile. È morto proprio davanti a me. Allora cominciai a digiunare.
Non c'era un ragionamento preciso, non avevo letto Gandhi, sapevo solo che
non potevo accettare che esistesse un paese senza fognature, senza strade.
Anzi le fognature erano le strade stesse. Volevo manifestare istintivamente
la mia solidarietà. Avevo una vaga intuizione, ma non la certezza, che nella
zona le cose potessero cambiare. Mi ero messo d'accordo con dei pescatori e
con degli agricoltori (uno si chiamava Paolino, un altro Toni) che se io
fossi morto, sarebbero andati avanti loro. Molta gente veniva dove stavo io,
piangeva e mi chiedeva perché lo facessi. C'era ad esempio una vecchia che
piangeva. Le ho detto: «Non piangere, quando si semina il frumento bisogna
essere contenti», e lei sorrideva piangendo. Perché la gente sa cosa è la
fame, soprattutto quei siciliani lo sapevano. Io non avevo ancora l'idea che
quello potesse essere un lievito per muovere la gente. Avevo iniziato a
digiunare perché avrei avuto schifo di me a continuare a mangiare tranquillo
intanto che gli altri morivano. E invece in quell'occasione mi sono accorto
della forza di questo mezzo, che poi ho valorizzato con una coscienza
diversa. Imparai che, a certe condizioni, il digiuno poteva diventare una
forza.
Un mio amico e collaboratore, Franco Alasia, quando ha saputo della nostra
lotta è venuto giù subito da Sesto S. Giovanni, e ha cominciato a fare la
spola con la Regione Sicilia. Le autorità avevano paura che di uno scandalo.
Ero già abbastanza noto perché quando arrivai in Sicilia a 28 anni, avevo già
pubblicato poesie su diverse antologie nazionali (avevo cominciato a
scriverle tra i 16 e i 18 anni) e alcuni mi conoscevano anche dall'università
di Milano. Se fossi stato un pescatore forse mi avrebbero lasciato morire.
Invece venne un Monsignore da parte del presidente della Regione e si impegnò
formalmente a realizzare quello che chiedevamo e cioè togliere la popolazione
dall'estrema necessità in cui viveva attraverso lavori pubblici come portare
l'acqua potabile e fare fognature e strade. Allora ho fatto una riunione con
gli altri pescatori con cui avevamo organizzato l'iniziativa e abbiamo detto:
«Fidiamoci, si fa sempre in tempo a ricominciare». L'hanno fatto. In tre mesi
Trappeto è stato l'unico Comune della zona che ha avuto tutte le strade. È
stato un grande shock.
Prima della fine della settimana di digiuno mi arrivò la prima lettera di
Aldo Capitini. Io gli ho risposto e abbiamo iniziato un fitto rapporto
epistolare che proprio adesso l'editore La Meridiana sta per pubblicare.
Norberto Bobbio ha scritto di te: «La figura
morale e religiosa di Danilo, se dovessi esprimerla con una parola, è quella
dell'obiettore di coscienza». Ti ci ritrovi oggi in questa definizione?
Analizziamo parola per parola. La parola "morale" a me non interessa
molto perché vuol dire "costume", mentre mi interessa il piano
delle decisioni etiche. Per quanto riguarda "religioso" bisogna
distinguere. Fin da ragazzo ho letto le opere delle più importanti religioni.
È interessante notare che lessi prima i discorsi del Budda e solo poi la
Bibbia, tutta la Bibbia. Don Zeno (il fondatore della comunità
Nomadelfia, sorta nel 1946 in un ex campo di concentramento in Emilia per
l'assistenza agli orfani della guerra, dove Dolci visse nel 1950, n.d.r.)
non l'aveva letta tutta però l'ha letta in un modo formidabile. Un giorno gli
chiesi: «Come fai a leggere in quel modo: incominci e dopo due minuti metti
via?». E lui con candore immenso mi ha risposto: «Ma come posso andare avanti
se non ho imparato a fare quello che ho letto lì?».
Ho letto con interesse i discorsi del Budda. Certe cose della Bibbia proprio
non mi piacevano. Ad esempio la figura di Abramo rappresentato come un eroe
perché aveva deciso di ammazzare il proprio figlio. Però ci sono pagine di
grande poesia, come certi salmi. In che senso "religioso"? Budda è
considerato religioso o no? In un certo senso può essere detto religioso.
Allora religiosità in senso lato sì, ma non in un senso confessionale. Anche
se, in un primo tempo, anch'io usavo un linguaggio che pensavo potesse
riuscire comunicativo per parlare con la gente, poi mi sono accorto che non
dovevo usarlo, perché somigliava troppo a quello confessionale e la gente
faceva confusione. Non c'è niente che crei più confusione nelle persone che
parlare di amore, o di libertà, o di Dio, perché ciascuno capisce
diversamente.
Bobbio dice infine "obiettore di coscienza". Io ho sempre sostenuto
che l'obiezione di coscienza è importante, ma non è sufficiente. Preferivo
parlare di obiezione/azione di coscienza. Perché obiettore sembra solo uno
che dice di no, ma non basta dire solo di no. Ciò che è essenziale è produrre
alternative. Certo la difesa del diritto all'obiezione di coscienza è
importantissima (io sono stato vicepresidente di War resistance
international per circa tre anni) ma sempre cercando di portare avanti un
lavoro soprattutto preventivo. Questo è veramente importante. Perché il
lavoro preventivo è un lavoro per la salute; il dire solo di no alla guerra è
intervenire già nella malattia, nella nevrosi. Per diventare delle
"persone", non basta dire no, occorre proprio sapere dove dire no e
inventare un sì.
Eppure nel 1963 definisti l'obiezione di
coscienza come «un primo strumento per la salute propria e dell'umanità».
In un libro intitolato Esperienze e riflessioni già avevo anticipato
il concetto di obiezione/azione di coscienza. È corretto il concetto di
"salute". Se ci fosse qui un medico, un genetista, ad esempio la
Montalcini, ci direbbe che tutto quello che avviene nell'organismo è
comunicazione, dunque un rapporto nonviolento. Se tu ricevi una coltellata o
assumi del veleno allora c'è un elemento di violenza. Io vedo il mondo come
una creatura di creature. Non vedo le necessità sociali diverse da quelle
dell'organismo. Se gli alberi hanno le spine, lo dicevamo con i bambini, è
perché la natura vuole che l'albero si difenda. Nell'evoluzione la
comunicazione è un superamento di quel tipo di difesa perché nel comunicare
c'è la difesa dell'Io e del Tu. Ciascuno difende sé e l'altro.
Alcuni grandi personaggi religiosi, al di là delle singole confessioni, hanno
intuito questo. Ad esempio Agostino d'Ippona dice: «Uno non può pensare
invece di un altro. Uno non può vivere invece di un altro». Come sarebbe
diverso il mondo se quegli uomini che hanno fatto santo Agostino avessero
capito veramente quello che Agostino diceva. Pensa come sarebbero diverse le
scuole! Non ci sarebbero più rapporti unidirezionali, non ci sarebbero più le
lezioni frontali. Sai che vuol dire "propaganda"? Vuol dire
"trapiantarsi nell'altro", "mettere le radici
nell'altro". Allora quando vedo delle persone che hanno un pastorale
d'oro incastonato di pietre preziose che pretendono di "muovere il
gregge" utilizzando un megafono, penso che questo non ha assolutamente
niente a che vedere con il Cristianesimo. Cristo non ha mai fatto della
"propaganda".
Gandhi e il Buddismo concordano su di un punto:
che senza la compassione la nonviolenza non ha senso. Gier nel saggio
pubblicato nelle pagine precedenti sostiene che la nonviolenza è una virtù
"di supporto". Nel senso che secondo l'ottica buddista più che
esortare a non uccidere, l'imperativo morale è quello di uccidere il pensiero
dell'odio.
Gandhi punta sulla difesa. Una volta ha affermato: «Piuttosto che scappare è
meglio sparare. Piuttosto che sparare è meglio trovare delle forme di lotta
che siano più esatte e più perfette dello sparare».
Se compassione per Budda volesse dire tentare di eliminare il dolore, Gandhi
non sarebbe d'accordo e nemmeno io. È importante saper soffrire, non bisogna
evitare la sofferenza. Non è il piacere o il dolore che ti detta quello che
devi fare, devi vedere quanto è necessario nella società, e poi non importa
se tu lasci la vita.
Ho l'impressione che Gandhi, ma anche il
Buddismo, abbiano una visione piuttosto pragmatica della nonviolenza.
È vero. Sai che Gandhi era un ammiratore di Lenin? Questo è molto importante
e di solito non emerge. Pochi sanno che la prima legge per l'obiezione di
coscienza al mondo è stata promulgata proprio da Lenin. Lenin trovava
violento che i contadini fossero poveri o disoccupati, la rivoluzione era
dunque l'occasione per ristabilire degli equilibri. Da questo punto di vista
Gandhi e Lenin sono più vicini di quanto non si creda.
Cosa è la pace? In un tuo scritto del 1968 hai
detto: «Pace s'identifica con l'azione rivoluzionaria nonviolenta» ed «è un
diverso modo di esistere». Oggi daresti la stessa definizione?
Pace è il riflesso dei problemi risolti. Cioè se ci sono delle difficoltà, il
nevrotico ci sbatte contro, mentre la persona sana cerca di tradurre queste
in problema. "Problema" vuol dire "proposta". Chi litiga,
chi fa una guerra, generalmente è un nevrotico. Tutti gli psichiatri, di
qualsiasi scuola, sono d'accordo nel definirle forme di nevrosi. La persona
sana cerca di capire qual è il problema. Bisogna sapere che la vita è
risolvere i problemi. Quando si fanno le guerre è dimostrato a tutti i
livelli che la gente non conosce la situazione e non sa come passare da
quell'essere al poter essere. Ecco perché la pace è il riflesso dei problemi
risolti.
Hai parlato di Lenin, di azione rivoluzionaria.
Nel 1995, cadute le ideologie, che significato assume la parola
"rivoluzionario"?
Dicendo rivoluzione pensiamo a un cambiamento profondo e rapido. Dice un mio
amico, meccanico cileno: «Comunicare è creare le condizioni per cui tutti si
possa collaborare a vivere». Questo è essere rivoluzionari. Essere
rivoluzionari con la violenza è essere rivoluzionari solo a metà. Andando
avanti con la violenza sarà possibile avere delle bombe atomiche
miniaturizzate, e allora la scelta diventa se si vuole vivere o morire,
conoscendo i nessi di interdipendenza che ci sono in questa grande creatura
di creature che è il mondo.
Daisaku Ikeda a questo proposito parla di
"rivoluzione umana" intendendo il processo di riforma interiore che
inevitabilmente porterà al cambiamento di tutta l'umanità.
Ho una certa resistenza verso tutti quelli che dicono: «Arriverà un giorno
inevitabilmente...». Io non sono ottimista, non ho molta fiducia nell'essere
umano. Penso che, come abbiamo detto con i bambini, dobbiamo imparare di più
dal rapporto tra ape e fiore. Dobbiamo essere realisti e mi dà fastidio un
certo fatalismo religioso di Teilard de Chardin, che aveva anche Capitini
quando diceva: «Verrà un giorno in cui il pesce grande non mangerà più il
piccolo». Conta quanto e cosa si fa per il cambiamento.
Quanto conta essere religiosi per trovare le
risorse spirituali per vivere e agire in maniera nonviolenta?
Lo abbiamo accennato anche prima, bisognerebbe intendersi sul significato da
attribuire a religiosità. Molti dicono che abbia a che fare con
"religamen", cioè con il connettersi. In questo senso sono
completamente d'accordo. Ma se per religione s'intende un sistema i cui capi
sono dei monopolisti della morale, allora non sono per niente d'accordo.
Bisognerebbe leggere i discorsi che hanno fatto i papi di Avignone per
favorire le crociate. Credo che le vere crociate siano state quelle di
Francesco d'Assisi che è andato in Terra Santa, ha attraversato le linee ed è
diventato amico del Sultano. Come hanno fatto a diventare amici? Come hanno
fatto a intendersi? Tutto questo avviene mentre Federico II di Svevia dice al
papa che lui le crociate non le avrebbe fatte. E credo, anche se non ne ho i
documenti, che in questa decisone sia stato influenzato proprio da Francesco
d'Assisi. Cosa fa il papa per tutta risposta? Lo scomunica. Federico II
invece con il Sultano voleva collaborare. Nei suoi ministeri aveva gente che
parlava greco, latino, arabo, ebraico e cercava di tenere tutti insieme.
In un saggio recentemente pubblicato in italiano,
Johan Galtung ha sottolineato l'alto potenziale che la visione del mondo
buddista ha nella realizzazione della pace mondiale. Fra l'altro, ha elencato
20 punti di forza (tra cui la nonviolenza) e 6 punti deboli. Quali sono per
te i punti forti e i punti deboli del Buddismo per promuovere la pace?
Il Buddismo può contribuire molto alla pace con il concetto di compassione
che induce al rispetto dell'altro. Gesù auspica "nuovi cieli e nuove
terre". C'è un volo, un sogno specifico di Gesù in questo senso. È
interessante notare la parabola come racconto che fa capo all'esperienza
dell'altro: Gesù racconta qualche cosa che l'altro sa, non a caso sono quasi
tutte riferite alla campagna e lo dice perché le persone sappiano leggere con
gli occhi quello che hanno davanti e comprendano da quell'immagine il fatto
che ogni evento si esprime oltre sé. Questa non è forse un inizio di
maieutica?
Sempre Johan Galtung ha introdotto la nozione di
"violenza strutturale" che sembra aumentata negli ultimi decenni.
Quali spazi rimangono alla nonviolenza?
Conosco Galtung da moltissimi anni, ci lega un'amicizia profonda sin da
quando venne a Partinico addirittura alla fine degli anni Cinquanta. Lo stimo
sia personalmente sia come uno dei più grandi studiosi al mondo sulle
tematiche della pace. E tuttavia non credo che si possa parlare di violenza
strutturale; credo che in questa espressione si celi un clamoroso equivoco
linguistico. Il concetto di struttura è un concetto antichissimo che risale a
Vitruvio e attraversa ora tutte le scienze. L'essenza del concetto si può
riassumere così: il miglioramento o il deterioramento di una parte influenza
il tutto; ma nello stesso tempo l'insieme influenza, positivamente o
negativamente, le singole parti. Quanto avviene in un organismo sano è
essenzialmente nonviolento, come sa ogni biologo. Ad esempio non è possibile
prendere un bambino per il collo e tirarlo perché lo si vuole far crescere
subito; e nemmeno puoi pretendere di non rispettare i tempi di maturazione di
un pianta: non puoi rimproverare un albero e picchiarlo perché non ha ancora
maturato i frutti. Sono pazzie. Il rispetto dei tempi di maturazione, un
concetto insito nella nonviolenza, è un concetto di rispetto per la vita.
Ci sono altre parole più adatte invece di struttura. Ad esempio
"istituzione". Prendiamo la scuola. È un'istituzione che quando ha
un vero educatore diventa una struttura. Perché il vero educatore educa tutti
a comunicare e di conseguenza a essere creativi. Si può parlare di struttura
riferendosi a una struttura muraria: puoi prendere dei sassi e innalzare un
muro. Ma con le teste dei bambini non creerai nessuna struttura: questo è
distruggere e non costruire. Non è solo una questione di termini. Le parole
sono importanti e non possono essere usate malamente. Nel libro che ho curato
Comunicare, legge della vita, c'è un intervento di Giuliano Toraldo di
Francia che dice: «"Comunicare" il falso è rompere un patto per cui
si conviene che certi simboli, verbali e non, significhino certe cose».
Questo vuol dire che se uno chiama questo tavolino serpente boa, un altro
monte Everest, un altro lo chiama acqua, non è possibile la vita civile. E
Toraldo di Francia non è un prete, è un fisico!
Da un certo momento della tua vita, all'azione
politica sembra essersi sostituito l'impegno educativo. Nel 1973 hai scritto:
«Pedagogia è politica, impegnarsi in campo pedagogico può essere fare
politica autentica e in modo profondamente avanzato».
Sono meravigliato di aver utilizzato il termine "pedagogia" che non
mi piace per niente: significa guidare le persone per mano come fossero
sempre bambini. Sarà stato un cenno colloquiale, perché l'ho bandita. Esiste
la scienza-arte dell'educazione. "Pedagogia" è un termine che deve
scomparire e che era malsofferto anche da Piaget e da Dewey.
Riguardo alla domanda ritengo che ogni lavoro autenticamente educativo sia un
lavoro politico. E viceversa. Ma anche qui è importante intendersi sulle
parole. Ad esempio c'è una grande differenza tra città e urbe. Mumford non
parla di urbanistica ma di "cultura della città", perché nella
città c'è la parola latina cives, cittadino. Una cosa è urbanizzarsi,
altra è civilizzarsi. Civilizzarsi ha una dimensione etica: molti cani messi
insieme fanno un canile, molti porci messi insieme fanno un porcile, molti
uomini messi insieme fanno un "omile" (come spesso accade in certe
"urbes"). Ma la città è altro.
E nella tua vita non c'è stato un passaggio
dall'azione politica a quella educativa?
Non credo. Non ho mai avuto la tessera di un partito perché ho sempre creduto
nell'azione maieutica. E questa io la porto avanti con i contadini e nelle
scuole. È sempre un'azione educativa quella che crea forze nuove e porta al
cambiamento. Prendiamo la diga di Partinico. Da principio c'erano decine di
migliaia di persone che vivevano come "atomizzate" ed erano
completamente in balia di trenta persone comandate dal boss mafioso Frank
Coppola. Quando abbiamo capito che i contadini volevano l'acqua, non abbiamo
fatto comizi, ma parlando con la gente abbiamo cominciato a chiedere chi
voleva l'acqua e poi a organizzare quelli che la volevano. In seguito sono
nati gli scioperi, il sindacato "dei 500" che voleva lavorare per
fare la diga. Ottenuta l'acqua, abbiamo domandato se l'acqua la volevano cara
o a buon mercato. E oggi l'acqua costa sei volte meno di quanto costava 15
anni fa. Senza chiacchiere i contadini hanno capito che l'acqua a buon
mercato doveva essere acqua democratica e non acqua di mafia e cioè dovevano
imparare a mettersi insieme e a organizzarsi. Un cambiamento non avviene
senza forze nuove, ma queste non nascono e non crescono se la gente non si
sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri bisogni.
Che differenza c'è tra educazione nonviolenta e
educazione alla nonviolenza?
Non dovrebbe esserci differenza perché sarebbe assurdo imporre violentemente
un'educazione nonviolenta. Chi dà sberle ai figli perché stanno bisticciando
è decisamente incoerente...
Come è possibile far convivere un'educazione
nonviolenta con la consapevolezza dell'inelusibilità dei conflitti e
dell'aggressività?
La nonviolenza si può esercitare anche quando ci sono dei conflitti, anzi è
proprio lì che si rende più necessaria. Come abbiamo detto con i ragazzi,
quando c'è un conflitto occorre saper vedere dal punto di vista
dell'esperienza dell'altro e riuscire ad avere l'altro come collaboratore.
Eriksson, uno dei più grandi scienziati del secolo, e Gandhi, uno dei più
grandi esperti di etica politica, concordano nel dire che se A e B esistono,
non sono mai uguali, anche se fossero gemelli. Se non sono uguali possono
avere punti di vista diversi. È molto importante che sia A che B possano
vedere dal punto di vista dell'altro attraverso una relazione di empatia. Il
prodotto dell'interazione è quella metamorfosi dei due che produce quello che
si dice il vero. Questo è il genio di Eriksson e di Gandhi: qui vengono a
coincidere la scienza con la più avanzata esperienza etico-politica.
Solo l'azione nonviolenta cerca di risolvere integralmente i conflitti perché
è un tentativo di risolvere omnidirezionalmente i conflitti. Invece la
rivoluzione violenta non è completa in quanto uccide l'altro, c'è una
menomazione, c'è un'impotenza accertata. In questo era esperto Gandhi. I suoi
collaboratori mi hanno confermato che lui nelle riunioni tendeva ad approvare
le decisioni all'unanimità, non a maggioranza. Insisteva ad approfondire la
discussione per ascoltare anche i dissenzienti fino in fondo.
Da anni tu porti avanti nelle scuole e negli
incontri con ogni tipo di persone di ogni età e di ogni estrazione sociale un
metodo educativo che definisci "maieutico". In che cosa consiste?
Essenzialmente è aiutare a riconoscere, in sé e negli altri, interessi,
bisogni, identità, certe volte comuni, certe altre diversi. La crescita è
sempre il prodotto di un complesso di condizioni maieutiche attuate.
Prima dicevo che è un processo omnidirezionale. In questo io mi differenzio,
con tutto il rispetto, anche da Socrate. Per lui non c'è niente da imparare
dagli alberi, soltanto dagli esseri umani. Ma non ha osservato abbastanza,
non ha approfondito il rapporto come è necessario. Il gelsomino non è parla,
ma ti annuncia. Ti annuncia che devi arrivare a una metamorfosi, che devi
sentirti come un ape di fronte a lui, perché lui sempre ti raggiunge col suo
profumo. Ti chiede di essere nello stesso rapporto in cui stanno l'ape e i
fiori, che non si mangiano vicendevolmente, ma sono nella chiave della
reciprocità, come ha detto una bambina ieri, dell'aiuto reciproco.
Con 70.000 bombe atomiche non abbiamo bisogno di imparare anche dal rapporto
di ape e fiori?
Oltre a poter imparare dagli alberi e dal
gelsomino si può imparare anche dai bambini. Nemmeno questo lo aveva detto
Socrate.
I bambini sono ancora capaci di porsi dei bellissimi interrogativi. L'adulto
non può forzare a porsi interrogativi. Può, al massimo, contribuire a
costruire delle strutture in cui ciascuno cresca naturalmente, cioè nella
condizione del rispetto reciproco in cui ognuno si trova a proprio agio.
Allora incomincia a pensare diversamente rispetto a quando è solo. Allora i
genitori rimangono incantati da quello che loro bambini sono capaci di dire.
In definitiva instaurare un rapporto nonviolento
significa imparare a comunicare nel senso più pieno della parola. Ma questo è
un processo innato o deve essere appreso? In altre parole nonviolenti si
nasce o si diventa?
Questa è una questione essenziale. Potrebbe sembrare una domanda
superficiale, un po' buttata lì e invece mi permette di approfondire un
concetto molto importante.
Vorrei partire da un po' lontano. Ieri, parlando col gruppo di bambini,
dicevo loro che nel momento in cui lo zigote, cioè la cellula fecondata che
contiene il DNA, il progetto della cultura, parte dall'ovulo per andare verso
il tessuto uterale, avviene un evento importantissimo. Questa cellula
fecondata (zigote in greco vuole dire "fusione") si moltiplica e
nello stesso tempo, documentano gli scienziati, comincia a emettere dei villi
con i quali si abbarbica al tessuto uterale chiedendo in tal modo di essere
nutrita. Questi villi sono ciò che costituirà la placenta. In altre parole,
questo germe che diventa l'embrione comunica che vuole ricevere nutrimento
dalla madre che spesso non sa ancora di essere incinta. Questo è molto
importante perché comincia qui quel rapporto tra l'embrione e la madre che è
bidirezionale. È un errore, ad esempio, pensare che il cordone ombelicale
serva solamente alla madre per nutrire il feto. C'è anche un passaggio di
ritorno. È un rapporto bidirezionale come lo è ogni tipo di rapporto vivo,
cioè è un rapporto di comunicazione vero e proprio.
Quando il bambino nasce, in un certo senso avviene un'interruzione della
comunicazione. Mentre il respiro, il cuore sono programmati geneticamente dal
cervello, e avvengono indipendentemente dalla nostra volontà, la capacità di
comunicare con gli altri è una necessità, ma non è innata e deve essere
appresa. Dopo la nascita c'è un periodo molto delicato, che può essere anche
traumatico, nel quale il padre e la madre devono diventare educatori in modo
tale che il bambino impari a comunicare con le creature. Se manca questo, il
bambino cresce di statura ma si nanizza culturalmente e psichicamente. Invece
attraverso la comunicazione con le creature intorno ricomincerà la crescita
integrale.
Questo è molto importante dal punto di vista educativo, ma le scuole non lo
sanno. Dopo lunghe verifiche adesso sono pienamente convinto che ognuno deva
imparare a comunicare, altrimenti non c'è crescita complessa. Dapprima è un fatto
sistematicamente genetico, ma poi è necessario un apprendimento e solo così
riprende la crescita.
E la natura chiede la crescita, anche se qualcuno ha il coraggio di dire che
la natura è sparare, è la guerra. Natura deriva da "nascituro" ed è
legata alla nascita. Essa richiede la comunicazione che ti permette di
crescere, nell'interazione con le creature. Con quella creatura di creature
che è la vita.
|