Proseguire il lavoro di Danilo
Dolci
di Mao Valpiana
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Proseguire
il lavoro di Danilo Dolci La
Capacitazione in Weeks e Galtung di Giovanni Scotto Le
riflessioni che seguono sono nate dall'incontro con diverse persone che molto
hanno contribuito alla pace. Già da tempo avevo pensato di condividere alcune
riflessioni avviate dalla conoscenza diretta di questi maestri intorno alla
categoria cruciale della capacitazione (empowerment), della conquista
del potere di cambiare. Purtroppo, la scomparsa di Danilo Dolci dà un accento
triste a quello che volevo dire. E credo che il miglior modo per ricordare
Danilo sia quello di rifuggire dalla commemorazione e parlare come lui -
ancora una volta - delle possibilità di trasformare noi stessi, la società e
il mondo. Struttura della capacitazione Parto
proprio da una riflessione di Danilo Dolci, durante un seminario alla Casa
per la Nonviolenza di Verona nel giugno del 1995: una lingua possiede parole
preziosissime che altre lingue non hanno - la parola "valorizzare"
in altre lingue non esiste, indice di una mancanza fondamentale. Poter dire
"valorizzare una persona" significa poter pensare la possibilità di
educare la persona a esprimere tutto il proprio potenziale! Naturalmente,
altre lingue possiedono termini che l'italiano non ha. E infatti qualche
tempo prima avevo incontrato una parola inglese che mi era subito sembrata
importante: empower, letteralmente "dare potere,
potenziare", ed il sostantivo empowerment. Nelle
lingue neolatine si è diffusa da qualche tempo la parola capacitazione,
che coglie il senso profondo del termine. La
capacitazione è un processo in cui persone o gruppi che si trovano in una
situazione di impotenza apprendono modalità di pensiero ed azione che
permettano loro di agire in maniera autonoma per soddisfare i propri bisogni
fondamentali e incamminarsi lungo un processo di sviluppo: chi non aveva
potere lo acquisisce, o meglio scopre di possederlo. Il
fascino della parola empowerment risiede secondo me nel suo carattere
concretissimo: eravamo impotenti, deboli e disorientati, ora conquistiamo il
potere di determinare da soli il corso dei nostri destini. Non solo: questo
processo può essere facilitato da persone o gruppi già esperti, che sono in
grado di capacitare altri senza dominarli. Ad
ogni dottrina politica, sistema di idee, persona pubblica (politico o
intellettuale) possiamo rivolgere questa domanda: ci offre una capacitazione,
un maggior potere di affrontare la nostra concreta situazione di vita? E, se
sì, in cosa consiste concretamente questa capacitazione? Proviamo
a rivolgere questa domanda ai tre maestri Johan Galtung, Dudley Weeks e
Danilo Dolci. Dolci è stato uno dei più grandi riformatori sociali ed
educatori dell'Italia di questo secolo. Galtung è uno dei padri fondatori
della ricerca sulla pace, autore prolifico di libri ed articoli, infaticabile
insegnante e viaggiatore: a lui dobbiamo innumerevoli spunti teorici di
grandissimo interesse (basti pensare alle nozioni di violenza strutturale e culturale,
alle teorie sull'imperialismo, alla ricostruzione dell'agire nonviolento di
Gandhi). Dudley Weeks, poco conosciuto in Italia, è un mediatore e formatore
degli Stati Uniti, che ha lavorato in molti paesi, in particolare nella
transizione nonviolenta in Sudafrica e ha elaborato un approccio costruttivo
chiamato conflict partnership ("cooperazione nel conflitto":
Weeks 1995). Galtung: jazz del pensiero e scoperta delle strutture È
impossibile riassumere in poche righe il contenuto della sterminata opera
intellettuale di Galtung. Qui vorrei anzitutto portare l'attenzione sul suo stile.
Due parole che frequentemente ricorrono nei suoi scritti sono
"eclettico" e "globale": da un lato lo studioso norvegese
ci tiene a non rinchiudersi mai nel recinto di una verità o di una scuola, ma
"forza" sempre il suo discorso intellettuale a ricomprendere
tradizioni e punti di vista diversi, aspirando a descrivere i fenomeni nella
loro globalità. Nel
fare questo, il suo stile ricorda la musica jazz: Galtung prende un tema, lo
estende, "improvvisa" basandosi su conoscenze vastissime e
metodologie sempre diverse, si fa ispirare da altri campi del sapere (la
chimica, la biologia, l'arte medica), arricchendo e trasfigurando la melodia
di base. Il suo primo contributo alla capacitazione è senza dubbio
l'indicazione di pensare a possibilità sempre nuove, tentare nuove
fecondazioni incrociate, nuovi livelli di complessità nell'esame dei
fenomeni. Galtung
dà grande importanza alla creatività dell'impresa intellettuale. Sul momento
iniziale della ricerca scientifica: "... la prima cosa da fare quando un
problema comincia a bruciare dentro è non leggere la letteratura al
riguardo... Perché, se si comincia con tutta la letteratura, si rimarrà
paralizzati.... Si penserà sempre che c'è ancora da leggere il libro tale o
l'articolo tal altro... Così, è meglio cominciare buttando giù per iscritto i
propri pensieri. Ognuno ha il proprio stile. Spesso le ore più strane sono le
migliori - all'alba, o a notte fonda... finché la febbre dura - perché è una
febbre per davvero - fanne buon uso. Sentirai che i pensieri vengono
facilmente, ti sembrerà di essere trasportato da loro..." (Galtung
1979). L'appello
di Galtung all'eclettismo e alla creatività mi sembra un ottimo viatico per
chiunque si occupi di ricerca - studente, docente, o attivista che vuole
comprendere il mondo per cambiarlo. Soprattutto a quest'ultima categoria è
d'aiuto il secondo grande contributo che vorrei sottolineare qui: la costante
attenzione prestata alle strutture, alle connessioni persistenti e spesso
invisibili tra fenomeni sociali apparentemente eterogenei. Con la categoria
della violenza strutturale (ispirata anche da Gandhi) Galtung ha permesso al
pacifismo di fare un grande passo in avanti: non si trattava più solo di
lottare contro gli eserciti e il riarmo, ma anche contro determinati rapporti
sociali generatori di povertà ed oppressione (Galtung 1975). Weeks: "attrezzi" per la risoluzione dei conflitti L'approccio
di Dudley Weeks è decisamente orientato alla pratica. Weeks è insieme
mediatore e formatore. La sua capacità di presentare e di far mettere in
pratica alcuni "attrezzi" di base per la risoluzione dei conflitti
permette a chi partecipa ai suoi seminari di affrontare i conflitti che vive
con una nuova fiducia nella loro soluzione. Weeks propone alcuni
"passi" fondamentali per affrontare e risolvere i conflitti in
maniera costruttiva (Weeks 1992, 1995):
La
capacità di risolvere i conflitti concreti ha un impatto potentissimo sulla
possibilità di mobilitazione per il cambiamento sociale. Anzitutto la
risoluzione nonviolenta dei conflitti insegna che esistono soluzioni ai
conflitti dove "tutti possono vincere", dove anche gli avversari di
oggi possono diventare partner di domani. In secondo luogo, la capacità di
risolvere dissensi e contrasti in maniera costruttiva permette di superare le
lacerazioni inevitabili tra coloro che lavorano per la trasformazione. Da
sempre il divide et impera è stata una delle tattiche più efficaci
usate dai poteri costituiti per evitare che qualcosa cambiasse e la
risoluzione dei conflitti è un antidoto potente contro questa tattica. Dolci: la capacitazione della struttura maieutica L'idea
della capacitazione unisce due fuochi delle riflessioni di Danilo Dolci: il
concetto di valorizzazione - a cui ho accennato - e il potere. Per
Danilo è essenziale distinguere in maniera nettissima tra potere e dominio:
"Le espressioni potenziale, potenziare indicano nella
direzione di avere la facoltà, aver vigore ed efficacia, concreta
possibilità di fare, forza, virtù, capacità di produrre o subire mutamenti.
Impotente può significare non fertile. La
confusione, o peggio, l'identificazione tra potere e dominio
non sorprende in certi bassifondi ma diviene perniciosa quando emana dai
dotti delle Università..." (1988, p. 39). Ci troviamo di fronte alla frattura
fondamentale nel pensiero politico: la riduzione del potere a dominio
distingue il pensiero di Hobbes, Carl Schmitt, Max Weber e di tanta
politologia contemporanea (tra i tanti Nevola 1994). In senso contrario,
individuando il potere nella capacità degli uomini di cooperare, si muove il
pensiero di Hannah Arendt (1983) e la tradizione della nonviolenza (Sharp
1985). Per
Dolci la capacitazione significa costruire un potere di cambiare estraneo
alle logiche del dominio: questo è possibile solo instaurando rapporti di
comunicazione autentica tra le persone. La
struttura maieutica è per Dolci la quintessenza della capacitazione:
si tratta di un rapporto tra le persone in cui tutti partecipano attivamente
ed hanno la possibilità di crescere, di apprendere. Ogni
essere umano riesce a comunicare e a conoscere in maniera profonda non appena
si ritrova in una struttura comunicativa che ne favorisce la creatività. La
struttura maieutica si rivela uno strumento fondamentale per potenziare le
persone ad aprirsi e ad organizzarsi per cambiare. Non si tratta di un ideale
per chissà quando, ma di una concreta esperienza educativa, sociale e
politica - anche poetica: una esperienza sempre possibile, per tutti. L'opera
di Danilo Dolci - poeta, educatore, agente di trasformazione sociale -
presenta una profonda unità. E forse proprio questo senso di unità è
l'aspetto più sorprendente della sua esperienza: "Alla vecchia mente è
arduo compenetrare poesia, educazione, rivoluzione nonviolenta ed ecologia
fino a fonderle in una nuova realtà prospettica" (1988 p. 193). Conclusioni Galtung,
Weeks, Dolci privilegiano diverse strade alla capacitazione. Per tutti è
essenziale indicare nuove vie alla pace e alla trasformazione dei conflitti.
Diversi sono gli accenti - conoscenza, azione, comunicazione - e diversissimi
sono gli stili educativi: il libro e la lezione universitaria, il training,
la struttura maieutica. Ciascuna di queste vie merita di essere percorsa, ci
indica possibilità di sviluppo, ispirazioni per il pensiero e per l'azione.
Alla fine di questa breve carrellata, proprio Danilo Dolci sembra indicare la
via maestra per comprendere gli sforzi alla capacitazione in una nuova
sintesi creativa. Bibliografia Arendt,
Hannah (1983), Sulla rivoluzione, Milano: Edizioni di Comunità. Dudley
Weeks/ Giovanni Scotto/ Arno Truger (1995), Cooperazione nel conflitto. Un
modello di formazione al peacekeeping e al peacebuilding civile, Quaderno
DPN n. 28, Torre dei Nolfi: Qualevita. Sharp,
Gene (1985), Politica dell'azione nonviolenta. 1. Potere e lotta,
Torino: Edizioni Gruppo Abele. Galtung, Johan (1979), "On
the structure of creativity", in: Papers on Methodology. Theory and
Methods of Social Research - Volume II, Copenhagen: Christian Ejlers. Galtung, Johan (1975),
"Violence, peace and peace resarch, in: Peace: Research - Education -
Action. Essays in Peace Research Vol. I, Copenhagen: Christian Ejlers. Weeks, Dudley (1992), The
Eight Essential Steps for Conflict Resolution, Los Angeles: Tarcher. Nevola,
Gaspare (1994), Conflitto e coercizione, Bologna: Il Mulino. Dolci,
Danilo (1988), Dal trasmettere al comunicare, Torino: Sonda. Non esiste il silenzio Omaggio alle idee che sanno nuotare Ho ricevuto da un amico amato la memoria di
Danilo Dolci, ed ho acquistato in modo del tutto fortuito un suo scritto in
un metà-prezzo di un’altra città, un mese prima della sua morte. È una copia
di "Non esiste il silenzio" edita da Einaudi nel ‘74. Potrei dire:
"una vecchia edizione", trattandosi di quasi 25 anni fa - la mia
età, all’incirca, e un tempo sufficiente per doppiare di molto la permanenza
di molti saggi sui banchi dei librai. Ho
completato la lettura nei giorni della morte dell’autore e vorrei riferire un
ascolto partecipe ed emozionato per il calore e la contemporaneità degli
scritti che vi sono raccolti. Non sono ‘suoi’, poiché il volume raccoglie le
trascrizioni di alcune riunioni risalenti, parte al ‘62, nel quartiere di
Spine Sante a Partinico, e parte al ‘72, in una sorta di ‘campo scuola’ cui
partecipavano circa 20 ragazzi siciliani di età tra i 9 e i 14 anni. I
temi sono importanti, riguardano il dolore e la gioia, il silenzio, il
diritto di uccidere, il diritto di battezzare, la speranza, il progresso … Quello
che a me ha colpito è stato, nell’atteggiamento di Danilo Dolci per come
traspare dal testo, la disponibilità all’ascolto e il tentativo di
valorizzare il contributo di tutti al di là dell’età, della formazione
personale e culturale, perfino dell’essere o meno in accordo con quanto
veniva espresso. Poi
mi ha colpito come le persone intorno mostravano di volergli bene e,
soprattutto i ragazzi, di sentirsi partecipi di un’esperienza importante, che
presto avrebbe dato dei frutti. Ancora,
mi è piaciuto che la narrazione fosse vivace, sbriciolata, qua e là sporca di
dialetto, e trasmettesse l’impressione di poter incontrare i diversi
protagonisti nonostante il testo fosse in gran parte una traduzione, dal
siciliano all’italiano. (Questo rispetto della lingua e del contesto, credo
dica già molto dell’atteggiamento che può aver retto queste esperienze di
riflessione e di azione). Per
ultimo, è stato bello rintracciare nella crescita del gruppo gli scatti, i
momenti di crescita e quelli di ribellione, i punti critici in cui le persone
imparavano a conoscersi, a contrapporsi con rispetto, a discutere
dall’astratto al concreto. Sul dovere di non uccidere ad esempio tutti erano
d’accordo per principio, ma se poi si toccavano le questioni dell’onore…
dell’infedeltà… E però il gruppo ci arrivava, ad affrontare queste faccende,
aveva sincerità e forza sufficienti per avvicinarsi alle proprie
disgregazioni e debolezze. Ad
un certo punto Mimiddu dice press’a poco che non basta continuare ad
incontrarsi per sé, bisogna che quell’esperienza serva agli altri, che abbia
la possibilità di incidere davvero. E allora la riunione successiva viene
destinata a stabilire che cosa è possibile fare insieme per portare un
cambiamento. Così anche chi è, come me, lontano dalla militanza sociale o
politica vera, ritrova l’emozione di idee che hanno una loro forza, di idee
che ‘sanno nuotare’ - e di un qualche ‘insieme’ che può dire delle cose
dentro la vita della gente. Io
queste cose le ho pensate prima per Capitini, per i miei amici nonviolenti,
per don Lorenzo Milani, e grazie alla vostra rivista. Non voglio costruire un
monumento a Danilo Dolci; se è un monumento giusto dovranno erigerlo altri,
le molte persone importanti della vita sociale e culturale italiana che
conservano il ricordo di lui e del suo pensiero. Dico invece che mi sembrano
pochi, per lo meno nella realtà che conosco, gli spazi in cui è possibile
seriamente fare delle cose insieme con altri - le oscillazioni vanno
dall’indifferenza al parlarsi addosso. E incontrare, seppure casualmente - e
la casualità è motivo di rammarico - personaggi come quelli citati mi dà da
pensare. Come "mi diamo" da pensare tutti noi, adolescenti degli
anni Ottanta e ora adulti all’incirca, che di tutto questo non sappiamo
niente. E contemporaneamente i tentativi embrionali che osservo, ad esempio nel
mondo della scuola, in cui lavoro, di mettere l’accento sulla comunicazione
(buon esempio di parola passe-partout completamente svuotata), di trasformare
il gruppo classe - di nuovo, in qualche modo, "l’insieme" - in
esperienza educativa, inventando regole e risultati che c’entrino con la
crescita delle persone e che invece sono, ahimè, spesso esclusivamente
formali. Non
mi piace, in me e in molti coetanei, la mancanza di curiosità e attenzione
per quello che va al di là del nostro naso, l’assenza di consapevolezza.
Forse, mi dico - e di nuovo penso anche al ruolo della scuola -, la memoria
sgretolata è possibile ricompattarla partendo da tempi vicini, attorno ad
esperienze che ancora respirano e che hanno qualcosa a che vedere con noi. Il
resto della ‘Storia’ l’abbiamo lasciato inchiodato sui libri, si ferma troppo
indietro, non sappiamo dialogarci. Anche riguardasse appena i nostri nonni. È
colpa anche nostra, certamente, se ci lasciamo portare via - ma è molto
veloce la giostra, e troppo rari i tempi in cui poterla ripercorrere, ad un
ritmo più lento. Elena Ferrara |